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Italia, il “massacro” sui prezzi: cosa ci costa di più. La guerra? No, ecco la verità

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C’entra l’inflazione, c’entra la guerra, c’entrano le sanzioni alla Russia. Certo, ma tutto questo non giustifica l’esponenziale aumento dei prezzi dei prodotti alimentari (+6,3 ad aprile rispetto al 5,8% di marzo) che gli italiani stanno toccando con mano. Non è che qualcuno ne approfitta per ritoccare i guadagni? Domande alle quali per rispondere servirebbe una inchiesta della magistratura, ma che fanno venire in mente il caro benzina del marzo di quest’anno, quando la guerra ancora non era scoppiata che il ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani aveva imputato ai “furbetti del carburante”; e spingendo più in là la memoria si ripensa alle risate la notte del terremoto dellʼAquila e al covid “benedetto” per i superbonus edilizi

 

 

Di certo c’è, come rende conto il Giornale, che il prezzo della pagnotta nel Milanese è passato da quattro euro al chilo a 4,50; a Melzo a cinque euro; a Monza qualcuno è arrivato a far pagare il pane speciale anche 10 euro al chilogrammo. A marzo 2021 un chilo di pasta al supermercato costava 1,30 euro contro gli 1,52 di oggi: un incremento del 17%. E ancora: c’è chi ha alzato di dieci centesimi il cono gelato a gusto singolo, e di due euro al chilo la confezione da portare a casa. Chi invece ha rivisto il listino del caffè aumentando di 20 centesimi ogni tazzina. 

 

 

Sono anche loro furbetti? Può succedere, assicura Mauro Antonelli dell’Unione Nazionale Consumatori (Unc) spiegando che “lungo la catena che porta il cibo dal coltivatore alla tavola spesso si insinuano speculazioni”. Del resto va bene che Russia e Ucraina esportano il 31% del grano tenero mondiale, e dunque il conflitto ne squilibra il mercato, ma come spiega Furio Truzzi presidente di Assoutenti, l’Italia ne importa poco e la materia prima incide solo per il 10% sul prezzo finale. Ma soprattutto, puntualizza Truzzi “il grano ucraino verrà raccolto solo a luglio e non è ancora stato immesso nel mercato”.

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