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Gas, il report degli 007 italiani inchioda l’Europa: in balia di Putin, perché siamo spacciati

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Dopo che Mosca ha chiuso i rubinetti alla Polonia, ciò che si temeva è diventato realtà. Il blocco dei flussi di metano, dovuto al rifiuto di Varsavia di pagare in rubli, potrebbe essere l’anticamera di quello che aspetta agli altri Paesi europei. Uno scenario al quale, nonostante le avvisaglie, l’Ue arriva impreparata, con i singoli Stati ancora divisi e senza un piano unitario. «Se dovesse concretizzarsi un’interruzione delle forniture di gas russo» si legge nella relazione al Parlamento del Copasir sulle conseguenze del conflitto, «i Paesi europei si troverebbero a dover stabilire se affrontare in modo coordinato la situazione» oppure lasciare che ognuno «decida autonomamente la propria strategia».

 

 

 

SFIDA COMUNE

Insomma, il ritardo è evidente e rischia di avere effetti devastanti per le economie del Vecchio Continente, che dipendono dalla Russia per quasi il 40% delle proprie importazioni. È «assolutamente necessario» prosegue la nota del Comitato parlamentare per la sicurezza, «che l’Unione affronti insieme questa sfida, sin da ora con una politica dei prezzi tesa a frenare le speculazioni e attivando lo stoccaggio comune». Anche intervenendo subito, però, sarebbe molto difficile attutire il colpo. La criticità principale, infatti, riguarda le infrastrutture: non solo i rigassificatori, necessari a riportare allo stato gassoso il gas liquefatto col quale l’Europa punta a sostituire il metano russo, ma anche la trama dei gasdotti. La rete, scrive il Copasir, «dovrà essere adeguata, essendo stata concepita soprattutto per rotte nella direttrice da Est a Ovest». I tempi, dunque, saranno lunghi. Soltanto per costruire altri rigassificatori (al momento in Europa ce ne sono 22) ci vorranno almeno 2 anni. Sempre che si riesca a trovare il metano in giro per il mondo. «Già da prima dell’invasione russa c’era un problema di sopravvenuta scarsità di offerta sul mercato del gas che ha fatto schizzare i prezzi» spiega a Libero Massimo Nicolazzi, docente all’università di Torino e un passato da manager in Eni e Lukoil, «e questa scarsità la si supera solo se si riesce ad aumentare la capacità produttiva». L’aumento della produzione a livello globale, però, richiederà del tempo. «Gli effetti degli investimenti che si stanno facendo adesso negli Stati Uniti si dovrebbero vedere nel 2024-2025» sottolinea il docente. Intanto, il governo italiano sta cercando delle soluzioni per affrancarsi da Mosca. Palazzo Chigi prevede di risparmiare circa 3 miliardi di metri cubi di gas attraverso la riduzione dei consumi energetici e altri 3,5 ricorrendo alle centrali a carbone. Misure che, in caso di uno stop al metano russo, potrebbero rivelarsi insufficienti. Senza contare poi gli effetti che il blocco avrebbe sui prezzi. «Siccome il gas russo è consegnato attraverso gasdotti, la Russia non può dirottarlo verso altri Paesi» prosegue Nicolazzi, «in caso di embargo, quindi, il gas non verrà prodotto e resterà nei giacimenti. In un mercato mondiale già “stretto” verrebbe meno circa il 15% dell’offerta». In questo caso, «c’è il rischio che i prezzi aumentino ancora di più e c’è un forte rischio di recessione». Se le tensioni internazionali non si allentano, d’altra parte, le soluzioni sono poche. «L’embargo sarebbe gestibile nel brevissimo periodo» commenta Nicolazzi, «ma tutto dipende da quanto gas si riesce a comprare da altri fornitori». Anche perché in autunno andranno riempiti gli stoccaggi (oggi al 35%) e se nel frattempo non si riesce a trovare il metano la situazione potrebbe diventare ancora più complicata.

 

 

 

SITUAZIONE COMPLESSA

«Una necessità di una diminuzione significativa dei consumi mi sembra nelle cose» prosegue il docente «un piano di razionamento lo dobbiamo fare da subito, non possiamo aspettare che faccia freddo». Questo mentre alcune società energetiche europee si sarebbero già mosse per adeguarsi alla richiesta del Cremlino di pagare il gas in rubli. Secondo Bloomberg, 10 imprese avrebbero aperto dei conti presso Gazprombank, la banca che gestisce le operazioni per l’acquisto del metano, mentre altre 4 avrebbero già effettuato delle transazioni attraverso il sistema del doppio conto in valuta russa e in euro (o dollari). In Italia a essere interessate dal meccanismo sono soltanto Eni e Edison, il cui contratto di fornitura con Gazprom scade il 31 dicembre. 

 

 

 

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