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“Dry January”: come il mese di detox dall’alcool sta spingendo il mercato delle bevande analcoliche

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Gennaio è iniziato, e così anche l’intramontabile litania di amici e parenti dell’anno nuovo-vita nuova. Di solito questo tentativo di ridisegnarci parte dalla volontà di rimettere a posto una sfera della nostra quotidianità che nelle ultime settimane è andato indiscutibilmente a rotoli, ovvero l’alimentazione.

Cos è il “Dry January”

L’auto-indulgenza alimentare durante le feste non è peccato, ma le sue conseguenze sembrano subito evidenti. Si stima che dal 24 dicembre al 6 gennaio si possa aumentare di oltre 2 kg ingerendo fino a 20mila kcal tra cenoni, pranzi e festeggiamenti. Ma oltre al cibo, spesso a Natale tendiamo anche a bere qualche bicchiere in più. E, tra un brindisi e l’altro, a dimenticare che anche l’alcool può contribuire a prendere peso. E se per alcuni la dieta “inizia a Gennaio”, in molti Paesi si è consolidata un’altra tendenza chiamata “Dry January”.

Questo mese di detox dalle bevande alcoliche è ormai estremamente diffuso in Gran Bretagna e nei paesi anglofoni, dove bere è sì un fattore culturale (si pensi alla storica tradizione del Pub, vera e propria “piazza del paese” coperta visti il clima rigido dell’isola britannica) ma dove al contempo l’attenzione al bere responsabile è sempre maggiore. È proprio nel Regno Unito che è nato il Dry January nel 2013, grazie a una campagna lanciata da Alcohol Change Uk, associazione benefica inglese che sensibilizza le persone a un consumo più consapevole e accende una lampadina sui numerosi problemi causati dall’abuso di alcol.

Gli effetti benefici

Fin dal primo anno questa iniziativa è stata sostenuta sia da volti noti del mondo dello spettacolo e dai media inglesi. E oggi gode anche del supporto del servizio sanitario nazionale. I numeri sono diventati col tempo decisamente importanti: nel 2021 sono state 6,5 milioni le persone che hanno aderito al Dry, di cui 130mila ha scaricato l’app ufficiale “Try Dry”, che offre consigli e motivazione ai suoi utenti.

Secondo Alcohol Change Uk, i vantaggi per loro sono stati sul breve: il 70% di chi ha aderito alla challenge ha migliorato la qualità del sonno, il 66% si è sentito più energico e l’86% ha risparmiato denaro. Ma anche sul lungo termine: alla fine del mese di stop, 7 persone su 10 hanno continuato a bere significativamente meno anche nei sei mesi successivi. Circa un quarto delle persone che venivano classificate come bevitori forti, sono rientrate per il resto dell’anno nella categoria dei bevitori a basso rischio. Gli studi successivi hanno poi dimostrato numerosi effetti benefici che si hanno in termini di riduzione di massa grassa, colesterolo e zucchero nel sangue.

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Le conseguenze economiche del “Dry January”

In termini di vendite, il mese di gennaio ha da sempre avuto davanti un segno meno per il settore degli alcolici, ma la colpa non è certo attribuibile al Dry January. E ormai certo che dopo le orge d’acquisti dicembrine, si assista a una netta riduzione delle spese a inizio anno. È però molto interessante notare il segno più che contraddistingue nello stesso periodo le vendite di bevande sostitutive. La birra analcolica, nel mese di gennaio, ha un incremento delle vendite del 37%, mentre le birre a bassa gradazione (da 0,5 a 3,5 gradi) arrivano in Inghilterra a vendere fino al 312% in più.

Ebbene sì, questo segmento pare in continua crescita, e non solo nel mese di gennaio. Si parla di una stima che si dovrebbe aggirare intorno al 400% entro il 2024, per raggiungere un valore di 500 milioni di dollari a livello globale. Per capire al meglio questo dato bisogna considerare che l’attuale quota di mercato è minima, pari allo 0,6%, e che quindi ogni spostamento porta a crescite a doppia cifra in valori percentuali.

Ciò non toglie però che negli ultimi due anni il segno + abbia portato a ottimi risultati, con un 32,7% d’aumento della richiesta e una previsione di crescita media annua del 14% per i cinque anni a venire, fino a un totale di 120mila litri di prodotti analcolici sostitutivi (birra analcolica esclusa) richiesti nella sola Europa nel 2024.

Un’altra evidenza interessante delle ricerche è che la maggior parte dei consumatori di questi prodotti (circa il 58%) dichiara di bere alcool normalmente, e quindi di scegliere questi drink come alternativa in certi momenti e occasioni di consumo, mentre soltanto il 14% dichiara di non consumare mai alcolici e quindi di scegliere questo tipo di cocktail per esclusione.

Il mercato della birra analcolica

Le dimensioni del mercato della birra analcolica dovrebbero superare i 29 miliardi di dollari entro il 2026 secondo un nuovo rapporto di ricerca di Global Market Insights. E questo grazie a un’inarrestabile crescita nei paesi dell’Europa occidentale supportata dall’espansione nei Paesi in via di sviluppo tra cui India, Cina, Brasile e Messico.

Fattori economici favorevoli come le aliquote fiscali più basse incoraggiano a investire in modo significativo in nuovi impianti di produzione. Con riferimento al mercato britannico, già dal 2016 tutte le principali catene di pub della Gran Bretagna si sono adoperate per avere almeno una birra analcolica alla spina. E non pare un caso se anche un brand italiano conosciuto in tutto il mondo come Nastro Azzurro, molto forte sul mercato britannico, abbia intercettato questo trend lanciando sia all’estero sia in Italia la sua versione Zero. Che partendo dal medesimo ingrediente distintivo, il mais nostrano, utilizza un ceppo di lievito speciale che fermenta solo zuccheri semplici, producendo zero alcool.

    Amaro Venti
    Hooghoudt
    Zero Zero Genever

I sostituti per i cocktail

Il pioniere in questo settore è stato senza dubbio Seedlip, linea di prodotti creata in Inghilterra da Ben Branson, che partendo da botaniche della rigogliosa campagna inglese ha creato il primo distillato analcolico. Da quel punto zero sono in tanti ad aver creato prodotti di questo tipo. Solo per citarne qualcuno: in Olanda si reinterpretano i classici Jenever (che potremmo definire gli antenati dei moderni Gin) anche in chiave analcolica come nel caso di Hooghoudt Zero della distilleria indipendente Hooghoudt, che ha creato un infuso di erbe completamente naturale e analcolico per la creazione del quale ogni componente botanica viene distillata individualmente in bollitori di rame per creare un gusto e un aroma puri.

In Francia, invece, spicca il progetto JNPR creato da Valèrie De Sutter in collaborazione con il barman imprenditore Flavio Angiolillo. In Italia merita poi menzione l’azienda Toscana Memento, che ispirandosi alla conoscenza secolare tramandata nel Ricettario Fiorentino pubblicato nel 1498 dall’Ordine dei Medici e degli Speziali, ha creato il proprio mix di le essenze botaniche che servono a creare un prodotto analcolico dalla chiara impronta territoriale da usare in miscelazione al posto di un distillato, mentre in un comparto squisitamente italiano come quello degli amari è da segnalarsi la versione analcolica di Amaro Venti, creato con botaniche provenienti da ognuna delle regioni d’Italia.

Lyres Negroni
Lyres Negroni

La sperimentazione australiana

Se c’è però un’azienda che più di tutte sta facendo parlare per il suo alto contenuto d’innovazione e per l’ottima riuscita dei prodotti è l’australiana Lyre’s, capace di creare una gamma completa di sostituti che permette di ricreare i classici della miscelazione in versione analcolica in modo fedele. Soltanto sul mercato italiano ad esempio sono distribuiti i prodotti Dry London Spirit (sostituibile nei cocktail al Gin), Italian Orange (sostituibile nei cocktail al bitter), Aperitif Rosso (sostituibile nei cocktail al vermouth), Spiced Cane Spirit (sostituibile nei cocktail al rum speziato) American Malt (sostituibile nei cocktail al bourbon), Coffee Originale (sostituibile nei cocktail al liquore caffè), Dark Cane Spirit (sostituibile nei cocktail al dark rum), e White Cane Spirit (sostituibile nei cocktail al white rum), ma la gamma di Lyre’s è addirittura più ampia.

Nei cocktail bar – soprattutto quelli frequentati da una clientela tra i 20 e i 35 anni – appaiono sempre più spesso i così detti “menu a grado zero”, e non solo limitati al mese di gennaio. Avere un sostituto gustativo permette di ricreare i classici della miscelazione mantenendo il sapore dei drink più amati disponibile per i consumatori. Oggi non a caso Lyre’s è presente in più di 50 Paesi tra i quali Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti, Regno Unito, Hong Kong, Singapore e Cina e Paesi Bassi.

Recentemente, grazie a un finanziamento da oltre 20 milioni di euro ricevuto per continuare a crescere, è arrivata a guidare lo sviluppo globale nella categoria dei drink low alcool. Oltre al fatturato a dare soddisfazioni sono anche i riconoscimenti, come quello di “miglior distillato analcolico” con il più alto punteggio al mondo all’International Wine & Spirits Competition, e la decisione della Alcohol Change Uk di volere Lyre’s come distillato ufficiale del Dry January in Inghilterra.

L’articolo “Dry January”: come il mese di detox dall’alcool sta spingendo il mercato delle bevande analcoliche è tratto da Forbes Italia.

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