Senza categoria

Mattia Sbrozi, head of marketing Google Cloud Italy: “Il cmo al centro della cloud transformation era”

mattia-sbrozi,-head-of-marketing-google-cloud-italy:-“il-cmo-al-centro-della-cloud-transformation-era”

Il cloud vive un momento di grande ascesa in Italia: secondo i dati dell’Osservatorio cloud transformation della school of management del Politecnico di Milano, il mercato è cresciuto del 21% rispetto a un anno fa. Abbiamo parlato dello stato del settore e del ruolo dei chief marketing officer come digital evangelist con Mattia Sbrozi: 35 anni, marito e padre di due figli di uno e cinque anni, vive a Vizzolo Predabissi, nel sud milanese. Focus e ‘ambizione umile’ sono i suoi mantra. Tecnologia e storytelling sono le passioni di sempre che, abbinate, hanno caratterizzato dagli inizi la sua carriera. Nel 2020 è stato nella classifica di Forbes Italia dei 100 direttori marketing di successo. Dal 2016 è a capo della divisione marketing di Google Cloud in Italia.

Prima di approfondire l’analisi del mercato del cloud, facciamo un passo indietro. Qual è stato il percorso che l’ha portata in Google Cloud?
Il connubio tra marketing e tecnologia è sempre stato centrale nel mio percorso, dagli studi alla carriera lavorativa. Sono sempre stato affascinato dai contrasti e dalla sfida di raccontare, posizionare e rendere accessibili prodotti, servizi e progetti complessi sul piano tecnologico. La mia carriera da IT marketer è iniziata nel gruppo Zucchetti, prima software house italiana. La concretezza e il contrasto di un colosso dell’IT guidato da una famiglia del territorio mi ha segnato e mi ha portato a pensare con quella che definisco ‘positiva ossessione’ all’applicabilità delle mie idee e dei progetti. Lì mi sono occupato del posizionamento sul mercato delle soluzioni cloud per il settore hr – gestione del personale, attraverso iniziative marketing. Poi mi sono spostato nell’area pr e comunicazione, che mi ha portato a collaborare sempre più con i vertici aziendali. Dopo l’esperienza con Zucchetti, il gruppo Expandi, specializzato nel supporto ai grandi vendor del mondo IT nelle loro attività di marketing, comunicazione e programmi di canale, mi ha aperto a visione e connessioni internazionali. Qui, in qualità di program manager, ho seguito a 360 gradi la strategia di marketing di una grossa multinazionale che voleva inserirsi nel mercato italiano con una nuova divisione.

Poi è arrivata Google Cloud. Come è stato il passaggio?
Lo definisco un ‘salto quantico’. In pochi anni dal mio ingresso Google Cloud è cresciuta molto, diventando uno dei principali player di mercato, che oggi gestisce progetti di digitalizzazione per grandi gruppi industriali italiani, grandi partnership e ambiziosi progetti infrastrutturali che guideranno la transizione al digitale del Paese (penso al lancio delle Google Cloud Region a Milano e Torino). Oggi, a 35 anni, guido un team di marketer brillanti che si occupa del posizionamento del brand sul mercato italiano, di attività di demand e consideration, di programmi canale e di tech enablement per developer. Inoltre sono sposato con Nicol e padre di due splendidi bambini, Ludovica e Gilberto. Tre progetti speciali che nel mio percorso di carriera hanno avuto, hanno e avranno un impatto enorme sulla mia motivazione, un supporto per me imprescindibile.

Il mercato del cloud italiano è in crescita. Che cosa lo sta trainando?
Le locomotive sono sempre più asset core come infrastruttura – Infrastructure as a service  (Iaas) al +23% – e modernizzazione applicativa, efficienza operativa – Platform as a service (Paas) al +31%. Secondo i dati dell’Osservatorio del Politecnico, il Software as a service (Saas), che nel 2020, in piena pandemia, aveva trainato la crescita del comparto, grazie anche alla domanda forzata di servizi di videoconferencing, continua a crescere, ma in modo più moderato (+13%).

In qualità di cmo di uno dei principali cloud provider del mercato e di una delle aziende più innovative del mondo, quali priorità vede per favorire la trasformazione digitale delle imprese italiane? 
Ne vedo cinque:

  • Valorizzare i dati di mercato per aiutare aziende grandi e piccole a comprendere che l’ecosistema di cui fanno parte si muove con decisione verso il cloud.
  • Fare conoscere i progetti con casi d’uso concreti, a testimonianza del fatto che – dal grande gruppo multinazionale al brand simbolo del made in Italy, dalla pmi alla startup in ascesa – le realtà italiane investono in cloud non solo per rinnovarsi, ma anche per proiettarsi nel futuro. In parallelo, elevare le persone che guidano processi di trasformazione aziendale. Credo che questi ambassador vadano celebrati e raccontati.
  • Diffondere la cultura dell’innovazione sia in ottica di change management che come “10x thinking”. Il processo di change management vede il coinvolgimento di tutti gli stakeholder interessati dal progetto di cloud innovation aziendale. “10x thinking”, caposaldo del dna Google, significa pensare a una crescita esponenziale dell’impatto dei progetti che gestiamo: il cloud permette di stimolare questa visione e noi cloud ambassador abbiamo l’obbligo di promuoverla.
  • Aumentare le cloud capability sul mercato attraverso cloud training: le imprese si trasformano se trovano, da una parte, i talenti in grado di guidare la loro trasformazione e dall’altra le competenze tecniche per convertire le idee in progetti reali.
  • Promuovere scelte cloud sostenibili. L’IT ha un ruolo determinante per ridurre l’impatto ambientale ed fondamentale che i board aziendali e gli IT leader lo sappiano e facciano le loro scelte di conseguenza.

Questa trasformazione sta cambiando anche il ruolo di cmo?
Lo sta cambiando profondamente. Una ricerca di Forrester indica che il 62% delle aziende con cmo alla guida o coinvolti attivamente nel processo di digital transformation registrano una crescita a doppia cifra. Questo dato evidenzia il ruolo che il cmo è chiamato ad avere oggi all’interno del leadership team, sia nel guidare la transizione al digitale delle aziende clienti che nel mettere le digital capability al centro dello sviluppo della propria azienda. Tutto questo è dovuto al fatto che un cmo è efficace soprattutto se adotta un approccio customer centric, cioè se calibra una proposta narrativa e di iniziative in linea con le esigenze del cliente. Credo che il cmo sia naturalmente predisposto a riequilibrare il focus della strategia di digital transformation, integrando visione strategica e di organizzazione, change management e business outcome ad asset tecnologici. La digital transformation è una priorità che trascende la tecnologia. Il cmo sta diventando sempre più un partner per il business e ha la possibilità di dimostrare, confermare e consolidare il suo ruolo di generatore di entrate. L’obiettivo primario del cmo sarà sempre più quello di posizionare il marketing come asset chiave per la crescita aziendale. Questo vale ancor di più in un biennio come questo, in cui molte realtà hanno visto i propri budget ridursi.

Quali sono i principi su cui basa il suo lavoro come cmo?
In sintesi: focus, approccio data driven, ambizione umile, trasparenza e team culture. Focus perché ritengo sia determinante avere una visione chiara dell’obiettivo, per vedere già in partenza qual è il piano per arrivarci e i singoli step da fare. Quelli da fare e – aggiungo – quelli da non fare, che rischiano di sottrarre energie preziose: il no ha la stessa rilevanza del sì. Data driven perché l’efficacia delle iniziative di marketing è dimostrata e guidata da dati, che vanno analizzati e utilizzati come strumento per orientarsi. È poi ora di caratterizzare il termine “ambizione” in modo positivo. L’ambizione è un dovere del manager, un elemento che porta in alto il team, che proietta la visione di se stessi e di ciò che si sta facendo oggi nel futuro. Deve combinarsi con la crescita e con il riconoscimento dei propri limiti. Il contrasto tra ambizione e umiltà è una chiave. C’è un termine inglese che lo riassume alla perfezione: humbition. La trasparenza richiede molta energia e capacità di selezione delle informazioni, ma porta benefici e permette di costruire fiducia tra manager e team. Nessuno di questo valori, però, porta risultati concreti se non si tiene presente il proprio ruolo nel team e non si è pronti a confrontarsi in modo aperto. Flessibilità, chiarezza e coscienza di squadra sono fondamentali per avere una cultura di team positiva.

Come avete affrontato la questione delle nuove modalità di lavoro, nata con la pandemia e lo smart working forzato?
In un periodo come questo credo che il leader debba essere un people manager. In Google Cloud guido un team che è stato parzialmente costruito in digitale durante la pandemia e ha collaborato per molti mesi senza vedersi di persona. I nuovi arrivati si sono incontrati con il resto del team dopo quasi un anno. La sfida è stata quella di creare vicinanza e connessione senza incontrarsi, capendo la particolarità di ogni situazione individuale. È stato cruciale assicurarsi che il team trovasse il suo equilibrio e che, con lo smart working obbligato, non venissero meno l’organizzazione e la collaborazione. È stato utile creare momenti di aggregazione digitali, in cui abbiamo evitato di parlare di argomenti di lavoro, con l’obiettivo di conoscerci, condividere e abbattere alcune barriere generate dal lavoro da remoto.

Oggi sono d’attualità anche temi come il bilanciamento casa-lavoro e il benessere psicologico dei dipendenti, che hanno portato a ripensare anche il ruolo dei manager e dei leader aziendali. Lei come vede questo fenomeno?
Per realtà come Google Cloud, che mettono al centro sia l’ufficio come spazio di “contaminazione positiva di idee”, sia la persona, anche al di fuori delle dinamiche lavorative, è stato semplice trovare una nuova interpretazione della settimana lavorativa in modalità ibrida. Non è scontato che tutte le realtà siano pronte ad adattarsi a questo cambiamento in tempi rapidi, ma non bisogna dimenticare quanto appreso negli ultimi due anni: l’ultimo rapporto dell’Osservatorio smart working del Politecnico di Milano dice che il 14% degli intervistati vuole tornare alla vita prima dell’emergenza sanitaria (cioè senza smart working), il 53% chiede un modello ibrido, il 33% addirittura non intende più frequentare l’ufficio. Qui il manager e la sua sensibilità hanno un ruolo chiave. Chi riuscirà a focalizzarsi sui risultati mantenendo l’attenzione anche sul benessere dei dipendenti avrà trovato l’equilibrio perfetto.

Quali sono i temi o gli obiettivi su cui si concentrano oggi il suo lavoro e quello della sua azienda?
Gli scorsi anni sono stati determinanti per consolidare la posizione di Google Cloud come uno dei partner di riferimento per la trasformazione digitale delle grandi aziende private e pubbliche italiane e delle cosiddette digital native. Abbiamo annunciato grandi partnership come quella con Tim e collaborazioni come quelle con Intesa Sanpaolo, Generali, Fca, Sky Italia, Max Mara, Telepass, Regione Veneto, Bending Spoons, ilmeteo.it e altre ancora. Oggi il nostro focus, a livello di marketing, è supportare Google Cloud nel suo obiettivo: accelerare la trasformazione digitale di imprese di ogni dimensione, offrendo infrastruttura, piattaforma, soluzioni specifiche per settore e competenze di livello superiore – il tutto sul cloud più pulito del settore.

L’articolo Mattia Sbrozi, head of marketing Google Cloud Italy: “Il cmo al centro della cloud transformation era” è tratto da Forbes Italia.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: