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Packaging e sostenibilità: 5 soluzioni “planet-friendly” per l’industria alimentare

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Articolo a cura di Chiara Cecchiniinserita da Forbes tra le under 30 più influenti d’Europa e co-fondatrice di Future Food Network

Con il crescente interesse dei consumatori verso soluzioni più planet-friendly, ormai tutte le aziende che operano nella food industry si fregiano dell’etichetta “sostenibile”. Le azioni più comuni in questo senso si muovono verso il supporto dell’agricoltura rigenerativa o la riduzione degli sprechi, dell’impiego di proteine di origine animale, e più in generale delle emissioni di carbonio. Sono poche, invece, le compagnie che stanno intraprendendo azioni concrete relative al packaging.

Perché? Beh, perché è molto più complicato di quanto sembri: riuscire a garantire freschezza, praticità e sicurezza alimentare rispettando allo stesso tempo i canoni estetici e riducendo l’impronta di carbonio non è certo una sfida facile. Tuttavia, si stima che il packaging sostenibile sia destinate ad assumere un ruolo sempre più rilevante nel corso dei prossimi anni, dal momento che la preferenza dei consumatori si orienterà sempre di più verso prodotti che siano davvero sostenibili a 360 gradi. Ci sono infatti diverse compagnie che nel corso degli ultimi anni hanno iniziato ad operare in quest’area di mercato attualmente poco popolata, portando sul mercato soluzioni innovative.

Di seguito i 5 esempi più interessanti che possono servire come fonte di ispirazione per gli esperti della food industry o i consumatori che puntano ad una svolta sostenibile su tutti i livelli.

Mycelium

Il Mycelium è un materiale innovativo molto simile al polistirolo, ottenuto attraverso un avanguardistico processo di bioingegneria che prevede l’applicazione delle ramificazioni filamentose di origine fungina e di agenti leganti a qualsiasi tipo di scarto agricolo. Tale processo permette al materiale di raggiungere lo stadio di piena crescita in meno di una settimana, trasformando lo spreco in valore e allo stesso tempo assorbendo anidride carbonica dall’atmosfera, risultando quindi neutrale se non addirittura negativo a livello di impronta di carbonio. Per questo motivo rappresenta un’eccellente opportunità per le compagnie che puntano a compensare le proprie emissioni.

Tutti questi benefici sono associati a un costo di produzione equivalente a quello del più comune polistirolo, fornendo un’alternativa biodegradabile, facile da plasmare in qualsiasi forma, leggera e resistente, ma anche idrofobica e ignifuga. L’unico svantaggio di questo prodotto si trova nella scarsa durata, dal momento che il suo periodo di decomposizione corrisponde a circa un mese. Questo è ovviamente un problema per le aziende che operano sulle lunghe distanze, ma potrebbe invece rappresentare un aggiuntivo elemento di riflessione relativo alla necessità di una svolta verso un accorciamento delle filiere.

Poli-B-Idrossibutirrato (PHB)

Il PHB è un polimero organico prodotto dai microrganismi in diversi contesti naturali, attraverso un processo che richiede solamente acqua, minerali e carbonio estratto dall’aria.  Nonostante sia stato presente in natura fin dalla notte dei tempi, solo di recente alcune compagnie hanno cominciato a fare ricerca su come poterlo impiegare per lo sviluppo di materiali bioplastici, e i primi risultati positivi di questa ricerca stanno cominciando a muoversi verso il mercato, applicati a un ampio spettro di settori che va dal tessile a quello dell’arredamento. Per quanto riguarda il food sector, l’esempio più significativo si può trovare in AirCarbon, che con la sua innovativa tecnologia brevettata sviluppa soluzioni di packaging resistenti, biodegradabili e circolari: arrivato al termine del suo utilizzo, infatti, questo materiale si decompone in modo tale da consentire la replicazione del suo stesso processo di produzione, portando a un ciclo che potrebbe potenzialmente essere perpetuo se processato attraverso la giusta tecnologia. Un’adozione consistente di questa tipologia di PHB a livello dell’intero settore potrebbe quindi avere un impatto significativo sulla riduzione dell’inquinamento ambientale e della diffusione di microplastica nei nostri oceani, mitigando tutte le conseguenze negative che ne derivano a livello della salute del pianeta e delle persone. Per via del forte carattere innovativo della tecnologia richiesta, troviamo al momento pochissime compagnie specializzate in questa soluzione, ma il materiale possiede senza dubbio un enorme potenziale di crescita ed è molto probabile che in futuro assuma un ruolo sempre più importante sul mercato.

Pasta di celllulosa

La pasta di cellulosa è un materiale che appare molto simile al cartonato. Tuttavia, a differenza di quest’ultimo, è ottenuto attraverso il riciclaggio e la successiva lavorazione di una varietà di materiali fibrosi quali carta, canna da zucchero, o fibre di grano o bambù. Il processo di macerazione non prevede l’impiego di sostanze chimiche e avviene in assenza di spreco d’acqua, dal momento che tutta l’acqua utilizzata viene fatta evaporare o riutilizzata ripetutamente. Inoltre, a differenza del cartonato, la pasta di cellulosa viene modellata in qualsiasi forma necessaria e non richiede alcun assemblaggio, rendendo il processo più semplice e veloce e portando all’ottenimento di un prodotto finale più resistente. Nonostante non sia una soluzione particolarmente recente (è molto probabile che abbiate già visto l’applicazione di pasta di cellulosa nelle confezioni di uova, per esempio), la tecnologia legata alla sua produzione è migliorata sensibilmente nel corso degli ultimi anni, permettendo l’ottenimento di un aspetto e consistenza più sofisticati e rendendola quindi una soluzione adeguata anche per le compagnie più esigenti che puntano a fornire al proprio consumatore un’esperienza di qualità che passi attraverso l’innovazione sostenibile. Un esempio eccellente si può trovare in Pulpex, una startup che sta sperimentando con la pasta di cellulosa per creare bottiglie impermeabili, riutilizzabili e facilmente riciclabili, la cui produzione consente di ridurre le emissioni di carbonio del 90% rispetto alle bottiglie di vetro e del 30% rispetto a quelle di plastica.

Packaging a base di alghe

Le diverse varietà di alghe hanno assunto un’importanza nel corso degli ultimi anni come preziosa fonte di nutrimento, nonché una possibile soluzione per rendere il nostro food system più sostenibile e accessibile. Alcune startup stanno portando questo ruolo centrale dell’ingrediente ad un livello ancora più avanzato, utilizzandolo come punto di partenza per lo sviluppo di soluzioni innovative di food packaging. Grazie all’impiego di una tecnologia all’avanguardia, le alghe sono processate fino ad ottenere una pellicola trasparente che può essere utilizzata come contenitore sigillato per i liquidi o per avvolgere ogni tipo di cibo. Il risultato è un materiale non solo biodegradabile, ma persino edibile! Un esempio interessante in questo senso si può trovare nelle soluzioni proposte dalla startup inglese Notpla, che permette al consumatore non solo di avere accesso a un packaging completamente sostenibile e adatto a tutti i suoi prodotti preferiti, ma anche a una fonte di nutrimento eccellente che può essere consumata dopo aver terminato il cibo o la bevanda contenuti al suo interno.

Nonostante questa soluzione possa apparire ideale sotto tutti i punti di vista, c’è ancora molta strada da fare per garantire una fornitura della materia prima che sia costante e sostenibile prima che il packaging a base di alghe possa conquistare il mercato, ma le premesse sono eccellenti e vale senz’altro la pena tenere d’occhio questo tipo di soluzioni.

Packaging a base di amido di mais

Il packaging a base di amido di mais è una delle opzioni sostenibili più diffuse quando si parla della conservazione e del trasporto di cibo, ed è altamente probabile che vi ci siate imbattuti almeno una volta se siete consumatori abituali di cibo d’asporto. Questo materiale biodegradabile è ottenuto dalla fermentazione degli zuccheri contenuti all’interno dell’amido di mais e la successiva lavorazione innovativa del risultante acido polilattico, e può essere utilizzato per creare vaschette, posate, bicchieri di simil-plastica oppure shopper particolarmente resistenti. Se riciclata correttamente, la bioplastica a base di amido di mais si decompone nel giro di sei mesi, ma queste tempistiche si possono allungare esponenzialmente nel momento in cui l’apporto di luce e ossigeno non è sufficiente, per cui è importante che i consumatori vengano informati debitamente sulle pratiche da seguire. Oltre ad essere biodegradabile, questo materiale presenta un impatto ambientale di gran lunga minore rispetto alla plastica tradizionale a livello di processo di produzione, fornendo alle aziende un’eccellente alternativa sostenibile e allo stesso tempo economica.

Tuttavia, va detto che il processo produttivo del suo ingrediente di partenza, ovvero appunto il mais, rappresenta uno dei maggiori contribuenti all’inquinamento dell’aria. Inoltre, considerando l’iniquità del nostro attuale food system e quanto sia difficile ad oggi per alcune persone avere accesso a una fornitura costante di cibo, è inevitabile chiedersi quanto l’impiego di cibo perfettamente nutriente e a basso costo per la realizzazione di bioplastica si possa davvero considerare sostenibile sul lungo periodo.

L’articolo Packaging e sostenibilità: 5 soluzioni “planet-friendly” per l’industria alimentare è tratto da Forbes Italia.

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