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Mario Draghi premier “finisce qui”. Indiscrezione pesantissima da Palazzo Chigi. Bomba politica con vista sul Quirinale

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La ragion d’essere del governo Draghi è pure il suo grande limite. È un governo nato e tenuto in vita da partiti rivali al solo scopo di rimpiazzare il disastroso piano vaccinale firmato da Domenico Arcuri e Giuseppe Conte con uno che funzionasse, e di avere dall’Unione europea le garanzie e i soldi necessari a risollevarci e investire, per i quali una telefonata di Mario Draghi produce più risultati di quanti il suo predecessore pugliese ne avrebbe ottenuti in mille vite. Punto. Tutti gli altri dossier, iniziando dalla pessima gestione dell’immigrazione di cui è responsabile Luciana Lamorgese, sono ritenuti dal premier secondari, almeno in questa fase. Draghi è convinto che aprendoli scoperchierebbe il vaso di Pandora, innescando polemiche letali tra i partiti che lo sorreggono. Difficile dargli torto.

 

 

 

 

LA FALLA – Peraltro, al momento funziona bene solo una delle due gambe, quella dei vaccini, e continuerà a farlo se la terza dose avrà quell’adesione di massa che i primi dati lasciano sperare. L’altra gamba, quella del Piano nazionale di ripresa e resilienza, inizia ad arrancare. In particolare al Sud, dove non si trovano figure con le competenze necessarie per implementare il Pnrr. Il caso della Sicilia, dove per un bando del ministero delle Politiche agricole sono state presentate 31 proposte per 423 milioni di euro di finanziamenti, tutte dichiarate inammissibili perché zeppe di errori, è il più clamoroso, ma non l’unico. Il dato nazionale dice che dei 51 obiettivi da raggiungere entro il 31 dicembre, sino ad oggi ne sono stati conseguiti 29. Draghi e il suo staff hanno già avvisato i ministri che devono andare più veloci, e presto da palazzo Chigi uscirà una relazione in cui si capirà chi sono i probabili promossi e quelli che rischiano la bocciatura. Qualcuno se la vedrà brutta. È già preallarme per il “Pnrr Sanità”, perché alcune regioni non appaiono in grado di realizzare gli ospedali e i posti letto concordati con la Ue, e sarà interessante vedere a che punto è il progetto per la banda larga e la digitalizzazione affidato a Vittorio Colao, altra enorme incognita.

 

 

 

 

 

Delle questioni rimanenti, Draghi si occupa quando e come può, e i risultati si vedono. Assieme a Daniele Franco, avrebbe dovuto trovare una soluzione per il futuro del Monte dei Paschi. Nessuno, in Italia e in Europa, gli getta la croce addosso per il ritardo, ma preoccupa che nemmeno il banchiere dal tocco taumaturgico sia riuscito a curare Mps. Molti problemi sono irrisolvibili proprio a causa della natura del governo, paralizzato dai veti incrociati dei partiti. Lo ha fatto il M5S con la riforma della giustizia, rivelatasi piccola e mon- ca. Lo stanno facendo gli stessi grillini col reddito di cittadinanza, che l’esecutivo non può cancellare né stravolgere, se non vuole perdere il sostegno del primo partito del parlamento. Lo hanno fatto Matteo Salvini e i suoi con la legge sulla concorrenza, nella quale Draghi si è astenuto dal toccare i gestori degli stabilimenti balneari, i notai e altre categorie. Facile, con questi presupposti, prevedere una riforma del fisco dimezzata.

 

 

 

 

 

 

FLOP ENERGIA E SCUOLA – Ne risente anche un tema cruciale come l’energia, dove il governo mostra di non avere una visione, al di là della generica adesione al mantra della decarbonizzazione. Gli altri Paesi industrializzati che abbandonano i combustibili fossili si affidano all’atomo, ma qui Roberto Cingolani, ministro perla Transizione ecologica, ogni volta che ipotizza un’apertura al nucleare di nuova generazione viene sbranato dai grillini. Sulla scuola, il ministro Patrizio Bianchi spicca per inerzia: l’unica differenza tra lui e Lucia Azzolina la stanno facendo le vaccinazioni del generale Figliuolo. Persino una norma in apparenza semplice, come quella sul trasporto di carichi eccezionali contenuta nel “decreto Infrastrutture”, è uscita deformata dal confronto tra governo e il centrosinistra, tanto da fare insorgere le imprese, che ora denunciano l’impossibilità di portare a termine le opere previste dallo stesso Pnrr. Materiale di riflessione per chi vorrebbe Draghi premier anche dopo le elezioni del 2023. Il rispetto che l’uomo incute ai grandi del mondo rispecchia le sue qualità, e il distacco tra lui e la classe dirigente dei partiti è impietoso. Ma passata l’emergenza sanitaria e messe sul binario giusto le riforme concordate con la Ue, Draghi avrebbe ancora qualcosa da dire? Alla guida di un esecutivo come quello attuale, no. Di un governo politico, probabilmente sì. E in tal caso il colore della coalizione non sarebbe un dettaglio sulla grisaglia, ma la cosa più importante.

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