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“Vai a fare in c***”. La chat del “barone nero” che smaschera Fanpage e Formigli: fascismo? Ecco cos’è davvero la Lega

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Tre anni d’inchiesta e cento ore di registrazioni per scoprire che Max Bastoni è vicino a Lealtà e Azione, che Stefano Pavesi, ex collaboratore di Silvia Sardone, appartiene alla medesima associazione, che l’ormai ex Lega Mario Borghezio tende a destra, che un uomo vicino ad Angelo Ciocca porta al collo una croce celtica e che lo stesso Ciocca, per aver detto no a Jonghi Lavarini è stato testualmente mandato «a fare in c***o» dal succitato. Signore e signori ecco a voi la “corrente fascista” della Lega. Ci sarebbe da ridere (per sapere la maggior parte delle cose sopra descritte bastava Google), non fosse che a fronte di nessuna evidenza di reato, le persone sopra citate sono state bollate come estremiste di destra e additate al pubblico ludibrio anche da Piazza Pulita, la trasmissione in onda su La7, che ha sposato e pompato l’inchiesta di FanPage. Inchiesta che a dispetto delle attese ha chiuso i battenti dopo solo due puntate, ufficialmente perché i giornalisti sarebbero stati minacciati da Jonghi Lavarini («vi abbiamo seguito»; «sei uno zanza napoletano», scrive in alcuni sms l’uomo vicino alla destra estrema).

 

 

Anche se aleggia il sospetto che non ci fosse più nulla da mandare in onda. Ad ogni modo ieri è stato il giorno delle reazioni, forti, da parte degli esponenti della Lega tirati in ballo da FanPage. Partiamo con l’eurodeputato Angelo Ciocca che va ad un incontro, non organizzato dal lui, nel quale Jonghi Lavarini gli fa i complimenti per i 90mila voti presi alle europee e in un eccesso di zelo lo indica come «l’uomo per il dopo Salvini». Spiega Ciocca a Libero: «Il mio rapporto con Jonghi Lavarini è semplicemente inesistente. Se Jonghi ha usato il mio nome per scopi suoi pagherà. Oggi stesso (ieri, ndr) ho depositato una denuncia contro di lui, FanPage e Piazza Pulita. Così dovranno consegnarmi tutti filmati che mi riguardano» e «un’altra che resterà aperta, nella quale finiranno tutti quelli che assoceranno il mio nome all’estremismo di destra». Ancora Ciocca: «A quell’incontro ci sono andato come vado a decine di incontri ogni giorno. Non era un raduno di estrema destra, c’erano persone normali». A dimostrazione della distanza tra Ciocca e la destra estrema, poi c’è l’sms che riproduciamo a lato, nel quale Jonghi Lavarini accusa l’eurodeputato di non aver aiutato in alcun modo Lealtà e Azione e lo manda a quel paese. Anche l’appuntamento con i finti imprenditori avvenuto in un ufficio al Pirellone «è una normale attività politica. Del resto – ragiona Ciocca – se avessero avuto cose scottanti su di me le avrebbero mandate in onda».

 

 

Sulla stessa linea Silvia Sardone, la cui unica colpa, secondo quanto si è visto, sarebbe quella di avere nel suo staff un iscritto a Lealtà e Azione (a meno che partecipare alla distribuzione di pacchi alimentari per i bisognosi sia un reato…). Anche la Sardone ha fatto sapere di aver sporto querela «contro tutti coloro che mi collegano a Jonghi e mi danno patenti di fascismo», compresa la segretaria metropolitana del Pd Roggiani e alcuni esponenti dei Cinquestelle. Spiega Sardone: «La mia storia politica parla da sé ed è la risposta migliore agli schizzi di fango». Poi rivela che a inizio settembre aveva ricevuto un messaggio da Jonghi che le chiedeva di ricevere uno degli “imprenditori”. «Ma a quel messaggio io non ho mai nemmeno risposto» e tra l’altro, ricorda l’eurodeputata «è lo stesso Jonghi nelle immagini mandate in onda a definirmi come una autonoma, che non fa riferimento a nessuna corrente». Indignato anche il terzo leghista tirato in ballo, Max Bastoni che, accortosi della trappola, aveva registrato alcune conversazioni (mai trasmesse) nelle quali il leghista rifiutava i soldi in nero. Così ha querelato Corrado Formigli «per avermi attribuito frasi mai pronunciate» e accusato uno dei due giornalisti autori dell’inchiesta, di aver «attivato la gogna mediatica dopo aver fallito nel tentativo di farmi accettare finanziamenti illeciti».

 

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