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Ecco perché il certificato elettorale va abolito: un’attesa lunga 22 anni

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Premettiamo che da avvizziti lupi di redazione di un giornale nativo cartaceo, noi siamo fortemente per la carta. La adoriamo, la carezziamo, ne pesiamo la grammatura, esaliamo per ogni foglio, tavola, coriandolo, moti d’affetto e finanche di poesia (“chiami i ricordi col loro nome/volta la carta e finisci in gloria”, cantava Fabrizio De Andrè). Però, diamine, la carta obbligatoria del nostro certificato elettorale è quanto di più anacronistico, oggi, la nostra burocrazia possa produrre. Mentre ci stiamo per infilare nelle urne delle elezioni amministrative, l’uso incongruo della tessera necessaria al voto torna in tutta la sua prepotenza. Essa resta una delle ultime invalicabili frontiere della burocrazia.

 

 

L’AgCom e il Garante della Privacy mettevano in guardia: «La cartacea non basta. Per tutelare la privacy è indispensabile una carta elettronica: solo in questo modo gli elettori saranno davvero liberi di esprimere (o non esprimere) il proprio voto durante le consultazioni». Era il monito di un’urgenza istituzionale che avrebbe dovuto risolversi di lì a poco. Peccato che risalisse al 24 novembre del 1999. Da allora nessuno parla più di card elettronica o pensa più al fardello del certificato cartaceo che, non presentato, inibisce un diritto costituzionale. Fatto salvo il caso in cui uno dei componenti del seggio non ti conosca e garantisca personalmente per te come fanno le badanti con i nonni un po’ rintronati. Può bastare anche che un altro elettore del Comune di buon cuore passi di là e attesti la tua identità.

 

 

 

Come se fosse facile. Nessuno ci pensa, se non un’ora prima del voto quando si accorge di aver smarrito la carta, richiesta dall’addetto. Si capirà l’imbarazzo. È come se uno ti chiedesse, invece che la mail, il tuo numero di fax. Oramai abbiamo tutto digitalizzato. Tessera del supermarket e stati di famiglia, bollette e utenze, estratti conti bancari e biglietti del cinema. È vero che, quando entri in un seggio elettorale italiano ti pare di irrompere in una capsula del tempo: mura grigie, addette struccate in maglione e thermos tipo occupazione dell’aula magna, registri polverosi dalle pagine a righe, matite che richiamo i sussidiari delle medie, un presidente di seggio sempre tristanzuolo nel cui sguardo leggi la voglia di fuggire da quella Cayenna (salvo ritrovartelo, quattro anni dopo). Tutto rigorosamente anni 70. Ma è anche vero che tutti – compreso il ministro della Pa Renato Brunetta a cui ci appelliamo – ci chiedono il passaggio alla transazione digitale. Un paradosso. Comunque, persa quella elettorale, io proverò a entrare con la tessera della palestra…

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