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Ricercatori per vocazione: come una cantina della Costiera Amalfitana ha rivitalizzato vigneti storici abbandonati

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Articolo tratto dal numero di settembre 2021 di Forbes Italia. Abbonati!

Parlare della cantina di Marisa Cuomo e Andrea Ferraioli significa esplorare i limiti stessi del concetto di viticoltura. Siamo a Furore, Costa d’Amalfi, panorama mozzafiato, a strapiombo sul mare. Ma dietro alla bellezza abbacinante come questa, c’è tanto lavoro: vigneti storici da tempo abbandonati (molto spesso pre-fillossera, età stimate fino ai 130 anni) faticosamente recuperati sia nei sistemi di allevamento originali sia nei vitigni.

Un progetto di ampissimo respiro cui si deve, tra le altre cose, l’ampliamento del Disciplinare Costa d’Amalfi Doc. Di più, restaurare vigneti e vitigni storici con potature, tagli mirati ed infittimenti minuziosi, svolti quasi esclusivamente per propaggine, significa ridare dignità allo stesso concetto di viticoltura territoriale, l’esatto contrario della scelte (molto più remunerative almeno nell’immediato) di optare per vitigni internazionali. Vigneti aggrappati a terreni a matrice dolomitico-calcarea, prodotti dalla sedimentazione e successivo affioramento di fossili marini (di circa 150 milioni di anni fa), con clima che beneficia sia del vicino Vesuvio (la cui ultima eruzione, del 1944, ha portato 30 cm di cenere lavica sui terreni vitati) sia delle correnti iodate-salmastre che, associate a pendenze mai inferiori al 50% permettono di disporre, tra i 150 e 500 metri di altitudine, di ben quattro microclimi distinti; nonostante l’eterogeneità, trattati con protocolli congiunti, di lotta integrata.

Un lodevole, sostenibile percorso di riscoperta di quel patrimonio viticolo chiamato Ripoli, Fenile, Ginestra, Biancolella, Ginestrella, Pepella, San Nicola (ma anche Piedirosso, Aglianico, Falanghina), sforzo precorritore che ha permesso a tutta la viticoltura campana di beneficiare di espressioni vinicole di grandissima peculiarità. Filosofia di grande vicinanza ai cicli della natura, che permette di arrivare a esprimere nitidamente un territorio e una vocazione. Un desiderio di perfezione che si estende a tutti gli ettari gestiti, tra proprietà e conferimento, nelle quattro vendemmie distinte, effettuate in un periodo di circa 70 giorni, a seconda del grado di maturazione, nelle vinificazioni separate e nelle lavorazioni di grande accuratezza svolte nella modernissima cantina, tradotte in vini unici, che sanno di mare e vento.

Una linea di etichette senza compromessi, dedicate a territoriali che hanno fatto la fortuna della viticoltura di questa parte del mondo, su cui spicca il Costa d’Amalfi Doc Furore Bianco Fiorduva, blend di Ripoli, Fenile e Ginestra, 1/3 delle uve parzialmente fermentate e interamente affinate in barrique, più volte votato migliore vino bianco italiano. È il vino simbolo degli intendimenti di Marisa e Andrea. Da uve rigorosamente raccolte a mano, naso di cedro, pesca tabacchiera, con tocchi di timo cedrino ed eucalipto, alla bocca teso, salato, di grandissima persistenza e croccantezza.

L’articolo Ricercatori per vocazione: come una cantina della Costiera Amalfitana ha rivitalizzato vigneti storici abbandonati è tratto da Forbes Italia.

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