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Google prolunga lo smart working ai dipendenti fino al 2022. Ecco cosa faranno le altre big tech

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Le big tech statunitensi vanno in ordine sparso sul ritorno al lavoro in presenza. C’è chi prevede un un rientro da ottobre e chi, invece, ha già deciso di rinviare tutto al 2022. A questo secondo partito ha aderito ufficialmente anche Google, che ha annunciato la sua decisione con un post del suo ceo, Sundar Pichai, che ha fissato il ritorno in presenza al 10 gennaio del prossimo anno. La decisione segue quelle, analoghe, già prese da Facebook e Amazon, ma riguarda solo Google e non tutti i dipendenti della capogruppo Alphabet.

Il ceo di Google ha inoltre annunciato di aver messo a calendario altre due giornate di riposo globale nel prossimo trimestre, ossia il 22 ottobre e il 17 dicembre. “Perché incoraggiare i googler a riposarsi e ricaricarsi durante questo periodo rimane una grande priorità”, ha scritto Pichai.

LEGGI ANCHE: Perché le politiche di Google e Facebook sullo smart working potrebbero svuotare le grandi città

La situazione pandemica negli Stati Uniti

Si tratta della seconda volta che Google posticipa il rientro in ufficio. Lo aveva già fatto in precedenza, spostandolo da settembre a ottobre. Probabilmente ha inciso la situazione pandemica negli Stati Uniti, che non è ancora sotto controllo. Ieri, 31 agosto, infatti, i contagi negli Usa sono stati superiori a 150mila, con una crescita dei ricoveri. E si parla già di un’epidemia di ritorno che colpisce in modo particolare i non vaccinati, in un Paese dove i cittadini che hanno ricevuto entrambe le dosi sono poco più del 50% della popolazione (in Italia, per fare un confronto, siamo intorno al 64%).

E dopo il 10 di gennaio, cosa accadrà dalle parte di Google? “Consentiremo ai Paesi e alle località di prendere decisioni su quando terminare il lavoro da casa in base alle condizioni locali, che variano notevolmente tra i nostri uffici”, ha scritto Pichai. I dipendenti avranno un periodo di preavviso di 30 giorni prima che venga loro richiesto di tornare.

Le big tech che hanno posticipato il rientro al 100% in presenza

Come si accennava in apertura, ci sono altre big tech ad avere assunto decisioni analoghe. Facebook, per esempio, ha annunciato che i dipendenti possono proseguire lo smart working fino all’inizio del 2022. E, dalle parti di Menlo Park, ci si è già spinti a pensare al dopo. Infatti, l’azienda guidata da Mark Zuckerberg ha annunciato che potrebbero esserci adeguamenti di stipendio in base al costo della vita per chi volesse continuare a lavorare da remoto. Su questo punto, Google addirittura ha ideato uno strumento in grado di parametrare lo stipendio dei suoi dipendenti in base al luogo scelto per il lavoro da remoto.

Sulla linea di Facebook e Google anche Amazon, che ha posticipato il rientro al lavoro al 100% in presenza a partire dal 2 di gennaio. L’azienda fondata da Jeff Bezos al momento ha adottato un modello ibrido, che prevede l’alternanza di due giorni di lavoro in presenza e tre giorni da remoto.

Anche Apple, una manciata di giorni fa,  ha deciso infine di posticipare il rientro in ufficio da ottobre 2021 al gennaio del 2022.

Chi non è tornato indietro e chi ha modelli alternativi

Chi invece non ha ancora cambiato idea (per il momento) è Microsoft. Il piano di rientro agli uffici negli Stati Uniti, infatti, è ancora previsto per il 4 ottobre nel momento in cui si scrive questo articolo.

Una strada ancora differente è stato percorsa da Twitter e LinkedIn. Il social dei tweet ha già detto di voler concedere ai dipendenti la facoltà di lavorare da qualsiasi luogo. Chi rientra in ufficio dovrà però mostrare la prova di essere vaccinato. Il social del mondo del lavoro, invece, ha abbracciato un modello ibrido che consentirà alla maggior parte dei suoi dipendenti di lavorare da remoto per la maggior parte del tempo, senza annunciare una data ufficiale di rientro in presenza negli uffici.

L’articolo Google prolunga lo smart working ai dipendenti fino al 2022. Ecco cosa faranno le altre big tech è tratto da Forbes Italia.

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