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L’impossibile diarchia Conte-Grillo e la svolta a sinistra di Letta

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Sempre la solita canea destrorsa che insinua e coltiva dubbi sulla buona salute del centrosinistra, di salute ce n’è anche troppa, visto che Pd e 5 Stelle puntano entrambi alla maggioranza, l’ex partitone coltiva “una vocazione maggioritaria”, il movimento, partito in progress, più ambizioso o più sognatore, punta ad “una assoluta maggioranza”. Naturalmente solo relativa, che altrimenti non si impecerebbero a cercare di costruire una coalizione, questa sì destinata a governare, facendo sorgere finalmente quel benedetto sole dell’avvenire che ha tenuto con lo sguardo fisso sull’orizzonte più di una generazione.

Al momento, però, tutto è fermo: da un canto, Letta, bloccato dal ritardo di Conte su un cammino prefigurato come glorioso, tiene desta l’attenzione, facendo il giocoliere, lanciando e riprendendo alcune palle dal color rosso acuto, dalla tassa di successione alla promozione a scatola chiusa del progetto di legge Zan; dall’altro, Conte se la fa con Grillo, che non intende nominarlo erede del suo movimento, con a destino quello di essere trasformato nell’esatto opposto, un partito del Novecento, lo stesso esecrato dal guru come motivo primo del collasso democratico. Non si tratta di un mero cambio di statuto, sì da essere collocato dallo studioso in un comparto diverso del casellario politologico, perché a venir meno è proprio il tratto caratterizzante, quell’”uno vale uno” che, almeno nell’approccio, realizza appieno l’impulso egualitario, portato all’estremo, cioè nel processo selettivo dello stesso potere, tanto da arrivare nel modello originario, l’ateniese, all’estrazione a sorte delle cariche.

Il che giustifica il modello rappresentativo diretto, pur nel suo essere declinato come riservato ai soci iscritti su una piattaforma informatica in base ad una semplice adesione, essendo equivalenti a quanti non vi aderiscano, ne esprimono legittimamente il pensiero, dando vita ad un processo decisionale bottom up, attivato ma non controllato dall’alto, sì da non essere mai pienamente prevedibile. Ne deriva un percorso su cui non è possibile fare completo affidamento nel dialogo politico, sì da rendere incerto qualsiasi affidamento preventivo, se pur dentro al canale di alcuni principi base, di cui è depositario e garante, come un pontefice massimo interprete del nucleo dogmatico, proprio l’unico che lo può essere ontologicamente, cioè Grillo, novello Pietro investito da sé stesso.

In astratto, non è possibile alcuna convivenza con Conte, nonostante la traduzione immaginifica fattane da Grillo di un ragionatore completato da un visionario, per che quel ragionatore, poi, sarebbe un filosofo astratto che non conosce quel che vorrebbe governare, non ha consumato le scarpe battendo metro a metro la penisola, non ha arrochito la voce urlando piazza per piazza, non ha portato un intero popolo a condividere il suo sogno; ma soprattutto non è essenziale, il movimento può ben fare a meno di lui, con l’implicito invito a ritirarsi, se non se la sente di uniformarsi.

Qualunque formula che comporti una diarchia non è accettabile da Grillo, uno e uno solo può avere la parola definitiva, lui e lui solo, nessun altro può interpretare il messaggio originario; se anche fosse combinata una soluzione apparentemente paritaria, non resisterebbe alla prova dei fatti, sì da poter essere risolta da una condanna di eresia da parte del guru o da uno scisma da parte dell’avvocato del popolo. D’altronde, un possibile punto di rottura, derivante proprio dal genoma del movimento, potrebbe ben essere costituito dal vincolo del doppio mandato, in quanto volto ad evitare la costituzione di quella burocrazia partitica necessaria per la formazione e la perpetuazione della classe dirigente di un partito tradizionale; vincolo che, appunto, Conte desidererebbe rimuovere in tutto o in parte.

La forma è sostanza. Così come tenuto a battesimo da Grillo, i 5 Stelle sono un movimento trasversale, tendenzialmente anti-sistema, se pur non senza una evoluzione benedetta dallo stesso fondatore verso una certa stabilizzazione istituzionale imposta dalla stessa dimensione della vittoria elettorale: alleanza con il Pd in una prospettiva programmatica all’insegna di una nuova sinistra ecologista e digitale, intenzionata a governare il Next Generation Eu. Il che, però, finisce per porre il 5 Stelle in una posizione di diretta concorrenza col Pd, proprio in relazione ad un potenziale bacino elettorale che sembra allargarsi con rispetto alle giovani generazioni, senza, peraltro un aggancio sicuro con classi o categorie precise, se non in maniera estremamente generica, donne, giovani, sfruttati ecc.

Da questo punto di vista, cioè dell’ancoraggio elettorale, Conte punta ad avere un referente preciso, privilegiato se pur tutt’altro che esclusivo, quelle di un ceto medio individuato in modo alquanto nebuloso, dato che è proprio questo segmento, da sempre determinante, a essere soggetto ad un profondo processo trasformativo, cui promette un programma moderato che, però, al momento si scontra con un forte residuo di radicalismo nello stesso corpo parlamentare, figlio legittimo del momento d’oro, in tema di giustizia, di fisco, di mercato del lavoro. Naturalmente questo gli permetterebbe di sfruttare uno spazio che ormai il Pd di Letta ha lasciato completamente scoperto, quello sul centro, così accentuandone lo spostamento a sinistra, che l’eventuale rientro dei fuoriusciti di Articolo 21 renderebbe palpabile. Ovviamente su questo il Pd non sarebbe affatto d’accordo, ma a tale futuro è condannato dall’indirizzo programmatico che Letta vi ha impresso, ultimo atto l’accento quasi ossessivo sull’ampliamento dei cosiddetti diritti civili di nuova generazione, declinati in una versione egoistica-narcisistica di qualsiasi auto-rappresentazione, tipica l’”identità di genere”, per cui quello che uno pensa di essere è, tanto da vantare addirittura una protezione penale.

L’unica cosa certa è che se mai c’è stata una stagione in cui l’Italia ha avuto bisogno del suo stellone, è questa. Con buona pace dei tifosi non solo e non tanto per il campionato europeo. C’è Draghi, ma Draghi è una cometa, non è una stella.

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