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Un patto a tre sui migranti tra Germania Francia e Italia

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BRUXELLES – Un patto a tre. Un’intesa che faccia compiere alla questione migranti un vero salto di qualità. E che all’inizio coinvolga Italia, Germania e Francia. Sulla “questione delle questioni”, il controllo dei flussi migratori, si sta dunque aprendo un doppio canale di trattative. Il primo riguarda il tavolo del Consiglio europeo che prende il via oggi e che avrà anche questo tema, su richiesta italiana, come uno dei suoi fulcri. Poi c’è un negoziato molto più riservato e molto più ristretto. Che, come spiega una fonte diplomatica di Bruxelles, «sta andando avanti anche in queste ore».

Una contrattazione che ha preso spunto dall’iniziale tentativo di dar vita al cosiddetto accordo “Malta 2” per la redistribuzione tra 5-6 paesi di chi sbarca soprattutto in Italia. Un quadro che potrebbe subire un’accelerazione proprio perché al momento si sta concentrando su un numero ancora più ristretto di partner: i “fondatori” dell’Unione. Italia, Germania e Francia.

L’ipotesi è stata discussa anche nel corso dell’ultimo vertice a Berlino tra Mario Draghi e Angela Merkel. Certo, si tratta di un percorso difficile. In cui i particolari – come sempre – hanno la coda del diavolo. E quindi ogni passaggio viene sezionato parola per parola. Resta il fatto che l’ipotesi di lavoro su cui gli “sherpa” dei tre Paesi si stanno impegnando riguarda l’idea che la redistribuzione dei nuovi arrivi possa essere suddivisa in maniera paritetica: ossia un terzo per ciascuno.

Ma questa tripartizione, molto vantaggiosa per il nostro Paese, non sarà gratuita. Sul piatto della bilancia, infatti, Berlino e Parigi stanno mettendo i cosiddetti dublinanti. Ossia gli extracomunitari che giunti in Italia hanno presentato la domanda per ottenere lo status di richiedenti asilo e poi si sono trasferiti. Secondo il Regolamento di Dublino dovrebbero essere riallocati nel Paese al quale hanno presentato domanda. Dovrebbero quindi tornare da noi e il loro numero non è certo esiguo.

La trattativa va avanti proprio su questo aspetto: su quanti “dublinanti” dovrebbero tornare nei nostri confini; a partire da quando; se e con quale rapporto rispetto alla distribuzione dei nuovi arrivi. Si tratta di una discussione che, pur non essendo chiusa, ha raggiunto uno stato avanzato. E che in una seconda fase potrebbe essere allargata anche ad altri membri dell’Ue.

Del resto, questa partita sta diventando delicatissima per il governo Draghi. E come dice la stessa fonte diplomatica, «nessuno può pensare che un’emergenza così gravosa si possa risolvere con un solo provvedimento o una sola misura. Serve un complesso di interventi». Per questo il confronto che oggi si svolgerà al Consiglio europeo è solo una parte della potenziale soluzione. Anche perché nella bozza di documento finale, in effetti, la prospettiva offerta all’Italia al momento non è confortante.

E’ vero che per la prima volta si coinvolge l’intera Ue nella difesa dei confini esterni e nella possibilità di stringere accordi con i Paesi di partenza. Ma poi si rinvia al prossimo autunno – quando l’eventuale crisi migratoria estiva si sarà consumata per intero – l’indicazione di un pacchetto da parte della Commissione. Nello stesso tempo, il medesimo documento definisce invece «urgente» la conferma degli accordi – voluti fortemente dalla Germania – con la Turchia per bloccare il corridoio balcanico. Una situazione che l’Italia non intende accettare in questi termini.

Domani il premier e i suoi sherpa insisteranno per modificare la bozza fin qui elaborata per provare a dare la stessa definizione di «urgenza» anche all’area che ci riguarda direttamente. Di certo, comunque, dei complessivi 8 miliardi che l’Unione sta stanziando per affrontare questo capitolo, 5,7 andranno proprio ad Ankara. E accadrà in tempi molto brevi. Il rischio è che per tutto il resto restino solo 2,3 miliardi: dalla Libia alla Tunisia fino al Sahel.

È vero che il “modello” turco costituisce ormai un esempio in tutte le trattative europee e quindi finirà per essere applicato anche altrove. Ma è anche vero che la situazione in Libia è decisamente più instabile rispetto a quella messa sotto controllo da Erdogan.

L’Ue è pronta a chiudere accordi analoghi con la Libia quando il governo di Tripoli si sarà dimostrato in grado di affrontare l’emergenza e di amministrare proficuamente gli stanziamenti. Ma la stabilizzazione libica è rinviata a dicembre, quando si terranno le elezioni. Sempre chi si svolgano perché la certezza non è assoluta. Il via libera al nuovo patto con la Turchia, però, per la Germania rappresenta una precondizione per le altre intese. L’Italia lo sa. Per questo accetta di lavorare su più tavoli.

 

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