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La fusione fredda Lega-Forza Italia rischia di sottrarre consensi anziché sommarli

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In un Paese in cui tutti i partiti hanno fatto e disfatto alleanze con tutti gli altri e dove circa la metà degli elettori non vota più, sta avanzando una nuova creatura politica: la fusione fredda fra Lega e Forza Italia. Prima se ne parlava come ipotesi, poi come retroscena, da due giorni dovrebbe avere anche una data di nascita prevista, il 2023. Arriverà in tempo per le prossime elezioni, dunque, ma senza fretta. Sempre che arrivi, perché in due anni, con i tempi dettati dalla politica dei social network, può cambiare di nuovo tutto.

Una fusione fredda fra Lega e Forza Italia è possibile. Perché “fredda”, prima di tutto? Perché non esiste alcuna convergenza reale di idee, elettorati e programmi fra i due partiti, al di là dell’alleanza fragile che li ha finora tenuti assieme. Esistono, in questa operazione, solo decisioni al vertice, motivate da interessi di partito. L’élite della Lega ha un grande voglia di essere sdoganata a livello europeo, per poter governare senza passare per nemica dell’umanità, dunque ha bisogno dei contatti creati da Forza Italia nei suoi decenni di appartenenza al gruppo europeo dei Popolari. Dall’altra parte, Berlusconi sa di non essere eterno e sa anche di non avere eredi politici. Da qualche parte, il suo partito, lo deve piazzare. La Lega ha i numeri, ma non le entrature, Forza Italia è il contrario.

Un progetto di questo genere, tuttavia, corre seriamente il rischio di sottrarre consensi, invece che di sommarli. La Lega deve il suo grande successo del biennio 2018-19 al fatto stesso di essere anti-sistema. I sondaggi (che vanno presi con beneficio d’inventario) la danno in calo da quando è diventata forza di governo. È vero che tante cose cambieranno, da qui alle prossime elezioni, ma è realistico pensare che un elettore della Lega non sia molto contento nel vedere il suo leader mettere la firma sul coprifuoco o sulle nuove chiusure di ristoranti e attività ludiche, anche a sei mesi dall’inizio della campagna vaccinale (sarà ancora meno contento quando vedrà i costi del Recovery Fund, ma non vorremmo essere cattivi profeti). Una Lega moderata, inserita nell’eurocrazia del PPE, assieme alla Merkel, con programmi sociali ed etici concordati con la Bernini, la Carfagna e Cecchi Paone… ha senso? Vista così, parrebbe un contrappasso, più che un programma politico. Per l’elettore di Forza Italia, sempre che creda ancora nella rivoluzione liberale promessa nel 1994, ha senso votare per un partito in cui dominano le idee di Borghi e Bagnai, dunque per il programma economico più anti-liberale dai tempi di Berlinguer?

Un conto è accettare un’alleanza: incontrarsi al governo, ma poi ognuno a casa sua. Tutt’altra cosa è una fusione. Lo stesso problema si verificò nel 2008. Senza preavviso, solo con un annuncio alla stampa pronunciato sul predellino della propria auto, Berlusconi annunciò la fusione fra Forza Italia e Alleanza Nazionale, nel nuovo Popolo della Libertà. Si trattava di un’operazione teoricamente immensa: si sarebbe dovuta conciliare l’anima del moderatismo italiano (liberale, repubblicano, democristiano e socialdemocratico) incarnata in Forza Italia, con quella di An, un soggetto politico nato post-fascista e lentamente liberalizzato, ma ancora in cerca di identità, in un percorso che stava durando da 14 anni. Per conciliare gli eredi dei partigiani bianchi e quelli dei repubblichini sarebbe occorso un lento, lungo, doloroso esame di coscienza collettiva, alla ricerca di qualche punto di contatto nei valori fondativi e di un programma comune per il futuro. Invece, decidendo per la fusione senza discutere, dalla sera alla mattina, cosa si è ottenuto? La scissione di Fini in appena due anni e la successiva frammentazione del Pdl in appena sei anni. Perché la realtà si vendica, al di là di ogni successo temporaneo.

Con la fusione fredda fra Lega e Forza Italia si rischia di fare addirittura peggio. Perché nel 2008, Forza Italia era ancora un soggetto forte, aveva governato bene (quello del 2001-2006 è stato il governo più lungo e stabile della storia repubblicana, se non altro) e la promessa di rivoluzione liberale era ancora creduta dai suoi elettori. La Forza Italia del 2021, invece, deve prima di tutto rispondere alla domanda: cosa è rimasto? Qual è l’identità di questo partito residuo, grande un quarto di quel che era nel 2006? Non parla più di liberalismo, evidentemente non crede più nella rivoluzione liberale, è diviso sulle questioni personali ed etiche, ha una politica estera che è stata, in appena tre anni, filo-russa, filo-Usa e filo-Ue. In un periodo di scelte forti, come quello che stiamo vivendo, cosa sceglierà?

La Lega è un soggetto ancora più misterioso, manderebbe in crisi ogni politologo serio. Nell’arco della sua lunga vita è stata, nell’ordine: regionalista, federalista, indipendentista, devoluzionista, conservatrice, nazionalista. Ora si presenta anche come moderata ed europeista, a modo suo. Se anche si pensasse ad un progetto di fusione con Forza Italia, quale Lega si unirebbe all’altro partito di centrodestra? Già il passaggio dall’indipendentismo della Padania al nazionalismo di Salvini è stato un triplo salto carpiato politico. Un leghista del 1997, se si risvegliasse oggi, troverebbe un partito irriconoscibile e per di più impegnato in un altro stadio della sua continua trasformazione.

Per questo, la fusione fra Lega e Forza Italia, salvo miracoli, è destinata a rimanere “fredda”, priva di anima, priva di futuro, almeno finché i loro due leader politici non decidano in modo chiaro e definitivo quale sia la loro stessa identità. Avrebbe elettori? Forse sì, ma solo se disposti ad avere una memoria veramente corta e a non farsi troppe domande. A chiunque sia razionale, e voti a destra, piacerebbe sicuramente vedere un altro futuro. Servirebbe un lavoro serio di convergenza sui programmi e sulle idee, di due soggetti politici che hanno fatto, nel bene e nel male, la storia d’Italia degli ultimi 26 anni.

Giusto per fare due esempi: la Lega potrebbe riprendere seriamente in considerazione le idee di Gianfranco Miglio, che includono anche la rivolta contro il fisco predatore centralista. Dall’altra parte, Forza Italia dovrebbe riprendere seriamente in considerazione il programma di rivoluzione liberale del 1994, che include anche il federalismo fiscale. Entrambi i partiti dovrebbero ripristinare un sano scetticismo – thatcheriano, diremmo – nei confronti dell’Ue, che non vuol dire affatto un impossibile sovranismo anti-europeo, ma una salvaguardia dell’indipendenza italiana nella comunità europea. Sarebbe molto costruttivo, in un’Ue confusa e in crisi di identità, unire e riportare in auge due partiti che, consapevolmente o meno, sono nati dalla morte dei due blocchi ideologici e dalla liberazione dell’Europa centrale dal giogo comunista. Ci sarebbe tantissimo da lavorare, sul piano politico e culturale soprattutto, per contribuire alla nascita di un soggetto del genere. Ma a qualcuno interessa?

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