TECNOLOGIA

La differenza, fondamentale, fra insoddisfatti e rassegnati

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Qualche giorno fa ho intervistato il padre di Internet, Vint Cerf. Non era la prima volta, ma è sempre un gran piacere. E’ un signore ironico e autoironico, che rifugge dal trionfalismo e dagli slogan facili. Prima di congedarlo gli ho chiesto cosa fosse per lui il futuro. Mi sembrava che la risposta avrebbe potuto essere interessante, intanto perché Vint Cerf a 77 anni ha una lunga vita alle spalle e poi perché il futuro lo ha creato nel 1973 quando disegnò il protocollo che ancora oggi fa funzionare Internet. La risposta è stata che “il futuro appartiene a chi è insoddisfatto”, e che il motore dell’evoluzione dell’essere umano è sempre stata l’insoddisfazione di qualcuno per come stavano le cose. Diremmo, la voglia di cambiare mossi dalla speranza, o meglio, dalla certezza, che le cose possano, anzi debbano, migliorare.

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L’insoddisfazione parte dagli stessi presupposti della rassegnazione ma va in direzione opposta: in entrambe i casi la situazione attuale non piace, ma nel secondo caso si immagina che andrà sempre peggio. I due atteggiamenti producono futuri molto diversi e richiedono un impegno personale molto diverso: se sei insoddisfatto e pensi che le cose possano migliorare, sei motivato ad impegnarti, a mettere tutto te stesso in quello che fai. Un atteggiamento di questo tipo richiede dedizione, fatica, resistenza davanti alle sconfitte e anche entusiasmo. La rassegnazione invece non ti richiede nulla: se pensi che le cose comunque andranno peggio e non puoi farci niente, non farai niente, ovvero ti farai i fatti tuoi, non ti impegnerai, te ne fregherai degli altri, al massimo guarderai il mondo andare a rotoli sparando qualche tweet. I due atteggiamenti sono entrambi giusti: se ti impegni a cambiare le cose, queste – più o meno – cambieranno; se invece non fai nulla, andranno sempre peggio. E se anche dovessero migliorare per merito di altri, chi sarà peggiorato sei tu.

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