attualità

Sì alla separazione delle carriere dei magistrati: anche Calamandrei era favorevole

si-alla-separazione-delle-carriere-dei-magistrati:-anche-calamandrei-era-favorevole
Spread the love

I padri costituenti indicavano quella strada

Giovanni Guzzetta — 6 Giugno 2021

Sì alla separazione delle carriere dei magistrati: anche Calamandrei era favorevole

Armando Spataro, sulla Stampa di ieri, spende appassionate parole per opporsi alla separazione delle carriere.

Gli argomenti sono vari: pragmatici (nei fatti ormai i passaggi di funzioni sarebbero rarissimi), ordinamentali (il Pm è tenuto a ricercare la verità dei fatti anche a discarico dell’indagato, quindi sarebbe… una parte solo in parte) comparatistici (la separazione non è “in maggioranza” tra le democrazie avanzate); internazionalistici (il Consiglio d’Europa è contro la separazione). Malgrado la varietà di spunti, nessun degli argomenti pare decisivo per suffragare la tesi di fondo di Spataro. Secondo cui, l’Italia, in questo campo, sarebbe un vero e proprio modello, con buona pace degli oppositori, additati come “incongruenti”, affetti da “diffidenze plebee” (cit. da Francesco Saverio Borrelli), “incolti” nella conoscenza dell’esperienza comparata. Chi non ne condivide l’opinione è dunque chiamato in causa, nella sua stessa dignità di interlocutore. Vediamo gli argomenti.

Tale non è, all’evidenza, quello che afferma l’irrilevanza della riforma, attesi i già stringenti limiti di legge al passaggio tra funzioni e la scarsità dei casi che, in concreto, si verificano. Ma la “limitata” rilevanza di una riforma non dice nulla sulla sua auspicabilità in termini di valore. Anzi non si comprende la veemenza dell’ostilità alla proposta se, nei fatti, le carriere sono già separate: much ado about nothing. Anche il secondo argomento non prova nulla. Ammesso e non concesso che i Pm si adoperino con la medesima alacrità a cercare prove a discarico dell’indagato, tale dovere è previsto anche in paesi in cui le carriere sono nettamente separate (es. Germania). Quindi, il dato non sposta nulla.

L’evocazione dell’esperienza comparata, poi, è sfuggente. Perché, purtroppo, Spataro non ha spazio per l’illustrazione degli altri sistemi”. Sarà per la prossima. Anche se rimaniamo curiosi di sapere quali siano le grandi democrazie che mantengono un sistema di fusione delle carriere così come previsto in Italia.

Quanto al Consiglio d’Europa e alla sua raccomandazione del 2000, il discorso è più complesso. Basti dire che quel documento è stato adottato dal Comitato dei ministri di quell’organizzazione. Il fatto che, per difendere l’indipendenza dei Pm, si citi un documento adottato dai rappresentanti “dei governi degli Stati”, la dice lunga sul cortocircuito argomentativo. Nel merito poi il Consiglio d’Europa non esalta affatto un modello rispetto agli altri, ma anzi presuppone la presenza di scelte diverse nei singoli stati e si preoccupa, questo sì, di richiamare l’importanza delle garanzie del Pm persino quando esso sia gerarchicamente sottoposto all’esecutivo. Infine è vero che, a proposito delle carriere, si affermi (par 18): «Gli Stati devono prendere provvedimenti concreti al fine di consentire ad una stessa persona di svolgere successivamente le funzioni di Pubblico ministero e quelle di giudice, o viceversa». Ciò che però Spataro omette di ricordare è la premessa di quella disposizione: «Se l’ordinamento giuridico lo consente». Il passaggio delle funzioni è dunque una derivata rispetto alla scelta fondamentale dell’ordinamento di come concepire il rapporto tra giudici e Pm.

Nessun argomento sembra pertanto decisivo. Mentre molto concreta e preoccupante ci pare la sottovalutazione della situazione esistente. E il fatto di considerare del tutto scontato e naturale che l’essere parte (d’accusa), da un lato, e giudice, dall’altro, sia perfettamente compatibile con la colleganza e la comunanza di interessi “professionali”.

Io non so se pensarla in modo laicamente diverso sia offendere i giudici, avanzare “diffidenze plebee”, essere “incolti” o avere posizioni incongruenti. Quel che so è che chi la pensa in modo diverso da Spataro è in ottima compagnia, quanto a competenza e credibilità. Basta rileggere il dibattito sulla giustizia in Assemblea costituente (del resto abbiamo appena celebrato il 2 giugno). Si ritrovano cose interessanti, come l’affermazione di Giuseppe Bettiol (che avrei un po’ di timore a definire “incolto”) per cui «le funzioni del pubblico ministero non devono essere incapsulate accanto a quelle del giudice, ma devono essere tenute distinte.

È proprio dei regimi totalitari il concetto di voler considerare il pubblico ministero come un organo della giustizia, mentre in tutti i regimi liberali esso è considerato come un organo del potere esecutivo». Oppure la proposta di Calamandrei (non proprio un plebeo sovvertitore dello stato di diritto). Preoccupato di trovare un equilibrio tra il rischio di soggezione dei Pm all’esecutivo e quello di una chiusura corporativa, rafforzata dall’arbitrio nelle gestione dell’azione penale. Fu lui a proporre la nomina di un “Procuratore generale commissario della giustizia”, organo di “collegamento” tra magistrati e governo. In parte magistrato, in quanto «scelto tra i Procuratori generali della Corte d’appello o di Cassazione» e in parte «rappresentante politico, in quanto sarebbe nominato dal Presidente della Repubblica su designazione della Camera, prenderebbe parte alle sedute del Consiglio dei Ministri con voto consultivo e risponderebbe di fronte alle Camere del buon andamento della magistratura». «Essendo tale commissario il capo dell’organo di accusa, con potere disciplinare sui magistrati, ove si verificassero nell’interno del corpo giudiziario inconvenienti di carattere politico, a lui potrebbe si far carico di non aver saputo esercitare le sue funzioni».

Del resto, come Spataro sa bene, se i costituenti non scelsero già allora la separazione della carriere, fu perché le norme processuali e di ordinamento giudiziario dell’epoca prevedevano una natura dell’organo inquirente «ibrida» (Uberti e Ruini), «anfibia» (Leone), «mista» (Targetti). Ma ormai sono passati più di vent’anni da quanto il processo penale in Italia è stato radicalmente modificato. E gli inquirenti non hanno più nulla di “ibrido” o “anfibio”. Semplicemente non sono più giudici.

© Riproduzione riservata

0 commenti su “Sì alla separazione delle carriere dei magistrati: anche Calamandrei era favorevole

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: