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The Mauritanian è il film sul prigioniero di Guantanamo ingiustamente detenuto per 14 anni

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Doveva essere un documentario. Invece la storia paradossale di Mohamedou Ould Slahi è diventata un super lavoro hollywoodiano. Con Jodie Foster nella parte dell’avvocato difensore e per questo meritatamente premiata ai Golden Globes

Com’è una persona che ha passato 14 anni nella prigione di Guantanamo senza aver fatto niente per meritarlo? Una persona che è stata torturata e minacciata, perché sospettata di essere tra gli organizzatori degli attentati dell’11 settembre. Probabilmente un filo arrabbiato con il sistema americano. E invece no. Quando il regista Kevin Macdonald stava cercando di capire se valesse la pena fare un film sulla vita di Mohamedou Ould Slahi e sulla sua terribile odissea, ha deciso di incontrarlo e si è trovato davanti un uomo sorridente, gioviale, molto simpatico e sempre di buonumore. Gli ha raccontato di aver visto parecchie pellicole americane a Guantanamo e di aver imparato le canzoni country dalle guardie. Questo genere di contrasto ha acceso la fantasia di un regista.

Il risultato è The Mauritanian, appena arrivato su Amazon Prime Video, in cui Tahar Rahim interpreta Mohamedou Ould Slahi e Jodie Foster l’avvocato che ha cercato per anni di tirarlo fuori. Una produzione importante per una vicenda che sembrava potesse pure diventare un documentario. È un processo, questo, che spiega bene in che modo ragioni il cinema americano. All’origine di tutto c’è sempre un testo, cioè una proprietà intellettuale i cui diritti di adattamento possono essere acquistati. Questa è una storia vera, i fatti sono pubblici, quindi chiunque la può raccontare, ma fino a che non è uscito The Guantanamo Diary, cioè il libro in cui lo stesso Mohamedou Ould Slahi mette in fila gli eventi, nessuno se n’è interessato. Invece, dopo aver letto il testo, Benedict Cumberbatch se ne innamora e compra i diritti di adattamento. A questo punto la macchina si mette in moto.

Cumberbatch pensa che Kevin Macdonald, regista de L’ultimo re di Scozia ma anche documentarista premiato con l’Oscar (2000), sia la persona giusta, lo avvicina e glielo propone. Non c’è ancora un’idea chiara su come farlo e la prima cosa che si pensa è un documentario, anche perché sembra difficile trovare i finanziamenti necessari per un film di finzione. Macdonald gira già alcune interviste, quando tutto invece si sblocca, arrivano interessamenti importanti e con quelli il budget per prendere attori di primo livello. Una produzione piccola assume di colpo un’altra proporzione e con essa altrettanti doveri. Diventa un film che possono vedere tutti, quindi nella mentalità americana che DEVONO vedere tutti, con un approccio mainstream e un cast che attiri.

Con una storia così è possibile mandare il copione a Jodie Foster e avere una risposta, letteralmente, in tre giorni; è possibile chiedere al produttore Benedict Cumberbatch di fare una piccola parte. È possibile tutto. Però, devi avere l’interprete giusto nel ruolo principale, perché un film hollywoodiano con un protagonista musulmano con cui è facile relazionarsi, con cui empatizzare perché vessato dal governo, non capita spesso. E il regista ha l’uomo giusto: Tahar Rahim. È francese originario del Nordafrica ed è esploso con Il profeta, ma Macdonald lo conosceva perché quando girava The Eagle (sull’antica Roma) e gli serviva un professionista per un personaggio che parla in gaelico, si è presentato lui dicendo che la lingua non era un problema: “Imparo a memoria il suono delle parole e le rifaccio uguali”. E così è andata.

Mohamedou Ould Slahi, poi, è anche stato sul set a vedere le riprese e con tutto il suo atteggiamento gioviale non ha resistito a lungo. La parte assurda è che, dopo tutto quello che ha passato, avendo assistito a come si girano i film, con i diversi ciak delle stesse scene, ha detto a Macdonald: “Kevin, non puoi fargli ripetere le cose così tante volte, è una tortura!”.

E, sempre seguendo la mentalità hollywoodiana, The Mauritanian è il classico film per il quale viene richiesta un’adesione tale al realismo e alla ricostruzione, che ha portato Tahar Rahim a dimagrire sotto controllo medico. È l’idea americana di immedesimazione e messa in scena di qualcosa di drammatico che passa necessariamente per una modifica evidente del fisico, non un trucco, bensì una sofferenza vera esterna al copione (perché la dieta dell’attore avviene prima delle riprese) che aumenta il valore simbolico del titolo stesso.

Insomma, è un giro strano quello che porta Hollywood a raccontare la storia di un uomo che per colpa del governo degli Usa ha sofferto 14 anni, ma poi si è anche innamorato dello stesso cinema americano per la sua capacità di parlare a tutti e raccontare a ognuno una storia vicina a sé. Come ha detto infatti Mohamedou Ould Slahi, il film che più ha visto a Guantanamo è stato Il grande Lebowski: “Perché lui viene confuso con un altro che ha il suo stesso nome e questo lo porta attraverso grandi problemi, dolori e confusione, nessuno gli crede. Era proprio la mia storia”.

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