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Manfredi juventino? Poco male, il guaio è il suo silenzio su de Magistris

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Il calcio italiano è un Casino totale, tra debiti che schiacciano persino chi ha vinto lo scudetto e inchieste imbarazzanti sul presente e sul passato che sembrano tutte riguardare, in qualche modo, Juventus e Napoli: il servizio de Le Iene che ha fatto luce sull’imbroglio di San Siro di tre anni fa, che sottrasse uno scudetto agli azzurri e spinse l’arbitro Daniele Orsato a riparare a Dubai; oppure il caso Suarez, di cui poco si parla ma che è già costato la testa a Fabio Paratici e che potrebbe portare penalizzazioni alla Juventus, o ancora la possibile squalifica dei bianconeri dalla Champions, in sede Uefa.

Il Napoli reagisce a tutto ciò in silenzio, leccandosi ancora le ferite inspiegabili e mai spiegate della partita con il Verona. Il presidente Aurelio De Laurentiis è molto diverso da Fabio Montale, il commissario napò di Jean-Claude Izzo che lottava temerario contro lepenisti ed estremisti islamici nel Chourmo di Marsiglia, e preferisce rimanere al coperto, concentrato sulla rifondazione di una squadra che negli ultimi due anni è costata troppo per le sue tasche, regalandogli più dolori che gioie. Fedele alla regola degli antichi, per i quali il silenzio è d’oro, De Laurentiis, quando non si scioglie in piazzate isolate e memorabili, ha sempre scelto il low profile nel rapporto con i poteri forti del calcio, senza però ottenerne alcun vantaggio visibile.

In città, intanto, si apprende con sgomento e ironia che anche Gaetano Manfredi, il candidato tanto atteso, quello che ha messo d’accordo il diavolo Vincenzo De Luca e l’acqua santa dell’ex governo giallorosso, si professa juventino. Più che la scelta, normale in un Paese in cui, dalle Alpi alle Piramidi, la Juve rappresenta l’opportunità a buon mercato di sentirsi comunque vincitore, fa specie il riferimento alla maglia bianconera del Nola, una excusatio non petita di cui non si sentiva il bisogno. Giordano Bruno sorriderebbe della goffaggine del suo conterraneo; noi, invece, ci preoccupiamo molto del suo silenzio sul malgoverno di Napoli. L’ex rettore, nella sua prima intervista da candidato, ha detto di non voler esprimere giudizi sull’amministrazione di Luigi de Magistris, forse confidando in un accordo elettorale in extremis.

«Non so se il riso o la pietà prevale», direbbe Giacomo Leopardi, e in effetti è paradossale che ci si possa candidare a governare Napoli senza aver maturato un giudizio sul peggior governo cittadino del dopoguerra. Se poi si tratta di calcolo politico, peggio mi sento. Napoli è stata ridotta al collasso economico e al disastro dei servizi pubblici dal “sindaco a distanza” de Magistris che, dopo aver scassato tutto, è riparato verso le Calabrie: se non si parte da questa evidenza, come si possono fare promesse di cambiamento ai napoletani?

Anche il presunto intervento sul debito, il cuore del “patto per Napoli” di Partito democratico e Movimento 5 Stelle, lascia piuttosto perplessi: secondo qualcuno i napoletani eviterebbero il dissesto del Comune pagando il debito di tasca propria, con odiosi aumenti di tasse e tributi, e senza vedere accertate le responsabilità di chi il dissesto ha creato e moltiplicato. Non era meglio il fallimento, a questo prezzo?

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