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Il garantismo non vale solo per chi è assolto

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Vacilla lo Stato di diritto

Astolfo Di Amato — 2 Giugno 2021

Il garantismo non vale solo per chi è assolto

Luigi Di Maio, chiedendo scusa all’ex sindaco Uggetti con una lettera pubblicata su Il Foglio, ha riscosso un larghissimo consenso. Tutti i commentatori, o almeno la più gran parte, ne hanno tratto il convincimento di un cambio di rotta così radicale, da parte del leader grillino, da segnare addirittura il tramonto di un’epoca ed il passaggio ad una fase nuova della politica italiana. Anche su questo giornale, Alberto Cisterna ha scritto che «l’analisi del ministro Di Maio segna uno scarto decisivo e irreversibile in un fronte politico che, troppo in fretta, era stato descritto come irrimediabilmente giustizialista».

È giustificato tanto entusiasmo? Le perplessità sono molte, troppe. Già l’analisi del testo della lettera suscita molti dubbi sulla sua reale portata. Vi sono, in particolare, due passaggi che vanno sottolineati. Con riferimento alla vicenda dell’ex sindaco Uggetti, afferma Di Maio che «l’arresto era senz’altro un fatto grave in sé, che allora portò tutte le forze politiche a dare battaglia contro l’ex sindaco, ma le modalità con cui lo abbiamo fatto, anche alla luce dell’assoluzione di questi giorni, appaiono adesso grottesche e disdicevoli». È l’esito del processo, dunque, e cioè «l’assoluzione di questi giorni» che, siccome favorevole all’imputato, proietta una valutazione negativa su quanto avvenuto. Troppo facile! Non è questo il garantismo. Come ha scritto Sansonetti, con riguardo alla vicenda della funivia del Mottarone, il garantismo consiste in «quel sistema di civiltà e di rispetto della giustizia che scatta in modo più massiccio se il reato è più grave. Tanto più è grave il reato tanto più la giustizia pretende garanzie per l’imputato». Non è, dunque, l’esito del processo il criterio per giudicare l’ordalia che si è scatenata durante le indagini. L’ordalia è inammissibile in sé e non ha niente a che vedere con la civiltà del diritto.

Il secondo passaggio, che va sottolineato, è quello in cui si afferma che «la cosiddetta questione morale non debba essere sacrificata sull’altare di un cieco garantismo». Cosa significa? Che il garantismo è legittimo se l’imputato è innocente, mentre se è colpevole deve prevalere la persecuzione moralistica? L’affermazione è tanto sconclusionata da rendere evidente il tentativo di conciliare l’inconciliabile e, soprattutto, di non mettere minimamente in discussione il diritto ad invocare la gogna pubblica, quando vi sia il sostegno di pretese ragioni morali. E questa sarebbe la “svolta garantista” dei 5Stelle? Meglio, dunque, non crogiolarsi nell’illusione che, dopo la lettera di Di Maio, si siano sciolte, anche solo in parte, le difficoltà per una accettabile riforma della giustizia.

Anzi, quello che sta accadendo in questi giorni indica che il percorso è tutto in salita. Già con riguardo alla assoluzione di Uggetti, non vi è stato nessuno che abbia levato con forza la voce per chiedere di verificare se vi sia stata superficialità nelle indagini, pregiudizio nelle valutazioni. Nessuno che si sia vergognato della vigliaccheria di non avergli dato solidarietà di fronte alla debolezza delle accuse. Inutile, come ha scritto Gian Domenico Caiazza, rifugiarsi oggi nella retorica consolatoria e mistificante della «giustizia che alla fine trionfa. Una retorica inutile e beffarda». Emblematico dello stato in cui la giustizia si trova in Italia è anche quanto sta avvenendo con riguardo alla vicenda del Mottarone, cui si è già fatto cenno. Si è scatenata immediatamente una volontà di linciaggio, che ha visto i media, anche quelli che si propongono come moderati, guidare un’opinione pubblica, alla quale si evita accuratamente di ricordare che la civiltà di un paese, anche di fronte a fatti gravissimi, si misura sulla capacità di mantenere fermo il principio che ogni vicenda deve trovare soluzione attraverso una applicazione razionale del diritto e che morale e diritto si collocano su piani diversi.

A questa ondata di indignazione popolare ha fatto seguito la richiesta della Pm di carcerazione preventiva. Ebbene, la Gip ha rilevato che nelle carte dell’indagine mancava quello che tutti davano per scontato e, cioè, addirittura la esistenza di gravi indizi di colpevolezza per due dei tre imputati! Così confermando, per l’ennesima volta, che tra scandalismo moralista e razionale applicazione del diritto vi è un abisso. In proposito, è utile anche ricordare che nessuna richiesta di carcerazione preventiva ha fatto seguito alla tragedia del ponte Morandi, eppure nessuno dubita della estrema serietà della relativa indagine e del giudizio che seguirà. Queste considerazioni consentono anche di cogliere meglio il significato e la portata dei referendum sulla giustizia, che Partito Radicale e Lega stanno per promuovere. Sbaglierebbe chi ritenesse che la posta più importante in gioco sia il ridimensionamento, approfittando della attuale perdita di credibilità, dei magistrati e, in particolare, delle procure. Certamente l’ordine giudiziario si batte ormai da tempo, in modo compatto, per ostacolare qualsiasi riforma che limiti lo smisurato potere che oggi ha lo scassato sistema giustizia.

In questo, dunque, sta svolgendo il ruolo di una forza conservatrice. La posta in gioco più importante è, tuttavia, costituita dal tentativo, attraverso il referendum, di ripristinare nella collettività il senso delle istituzioni e del diritto, la consapevolezza della complessità delle vicende umane e la totale inadeguatezza della rabbia e del rancore a governare una società. Specie una società sempre più articolata, che deve affrontare le sfide della modernità. Spetta ai partiti ed agli altri gruppi intermedi intercettare e razionalizzare le istanze di trasformazione e di tutela che vengono dalla collettività. Strumentalizzarle per convogliarle in un disperato desiderio di spietata vendetta collettiva, come purtroppo è spesso accaduto in questi ultimi trenta anni, ha portato il paese sull’orlo del collasso.

Ecco, allora, che l’iniziativa referendaria presenta il pregio di offrire l’occasione per aprire nel paese una stagione di dibattito sulla giustizia, e quindi sul diritto. Il rischio, ovviamente, è che chi ha sinora lucrato su di una giustizia, usata come arma contro l’avversario, ostacoli il dibattito e cerchi di occultare la vicenda referendaria. Non sarebbe la prima volta. Ma significherebbe sottovalutare il rischio che un ulteriore degrado della attuale situazione può rappresentare per la tenuta delle istituzioni democratiche. Non è la rabbia popolare il migliore fondamento di una democrazia.

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