TECNOLOGIA

A cena con l’algoritmo

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La pandemia sembra finalmente allentare la sua morsa. Presto, c’è da sperarlo, torneremo a uscire e cenare con amici e colleghi. Le conversazioni vis à vis si intensificheranno, torneremo a parlare dell’ultimo film visto, di libri, teatro, di padel – una delle poche attività fisiche sopravvissute alle restrizioni di lockdown e colori – e di amenità varie. E capiterà, perché ormai siamo circondati, che la discussione si sposti sugli algoritmi.

Sì, perché, anche se non sempre ce ne rendiamo conto, gli algoritmi ormai interferiscono con tantissimi aspetti della nostra vita. E la condizionano, pure. Quando seguiamo un percorso sulle mappe dello smartphone, o cerchiamo un albergo per le vacanze, o guardiamo una serie sulle piattaforme video, è l’algoritmo che ci guida, ci suggerisce, ci fa apparire certe soluzioni anziché altre.

L’algoritmo è talmente connaturato alle nostre vite digitali che ormai la parola compare sempre più spesso a pieno diritto nelle nostre conversazioni. E rischia di crearci qualche imbarazzo. Mettiamo che qualcuno rompa gli indugi e ci chieda a bruciapelo: “Ma esattamente, cos’è un algoritmo?”. Segue silenzio imbarazzato. Meglio farsi trovare preparati.

Oddio, se proprio non ci viene in mente una spiegazione plausibile, si può sempre ricorrere al web. Una prima, facile, risposta la si può trovare rapidamente cercando “algoritmo” con il cellulare. Wikipedia, ad esempio, propone una definizione abbastanza semplice: un algoritmo è “una sequenza ordinata e finita di passi (operazioni o istruzioni) elementari che conduce a un ben determinato risultato in un tempo finito”. Salvi.

Okay, bene, tutto chiaro. Ma mettiamo che questo qualcuno sia puntiglioso, non si accontenti e ci chieda cosa sono queste “operazioni o istruzioni” che permettono di arrivare a un risultato. Potremmo trovarci di nuovo spiazzati, silenti, alla ricerca di una risposta appropriata. Per fortuna ci sono vari libri che ripercorrono la storia degli algoritmi, che inizia almeno 4000 anni fa nell’antico Egitto e a Babilonia, dove venivano usati essenzialmente per il calcolo numerico. Luigi Laura, autore di “Breve e universale storia degli algoritmi” (Luiss University Press), suggerisce un esempio molto efficace e di sicuro effetto per toglierci dall’imbarazzo di una spiegazione di cosa effettivamente sia un algoritmo. E il bello è che la conosciamo fin da piccoli, quando alle elementari abbiamo imparato a memoria le tabelline e ad eseguire, con carta e penna, le moltiplicazioni più complesse. Abbiamo imparato un metodo: le moltiplicazioni in colonna. Facciamo un esempio:

Che cosa abbiamo fatto, esattamente? Abbiamo risolto un problema con un numero finito di passaggi elementari, cioè abbiamo appena applicato un algoritmo che conosciamo fin dalle elementari anche se non lo abbiamo mai chiamato con il suo nome. Questo esempio non è stato preso a caso, ma è descritto intorno all’anno 825 nell’opera “Algoritmi de Numero Indorum” di Al-Khwarizmi, matematico e astronomo persiano, considerato il padre dell’algebra. Non è un caso che il termine “algoritmo” nasca proprio dalla latinizzazione del suo nome, benché i primi algoritmi dei quali abbiamo traccia siano riportati su tavolette babilonesi risalenti al periodo compreso tra il 1800 e il 1600 a. C.

Ovviamente gli algoritmi sono anche molto più complessi di così e, ormai, non riguardano più solo il mondo dei numeri e del calcolo, ma sono creati ad esempio per capire e suggerirci cosa ci piace, cosa vogliamo, e cosa no. Ci sono algoritmi che risolvono problemi di classificazione e di predizione e così via. Un terreno ovviamente più complesso. Ma intanto, se tra un bicchiere di vino e l’altro, la conversazione dovesse spostarsi sugli algoritmi, adesso ne sappiamo abbastanza per uscirne con una certa dignità.

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