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L’appello collettivo: liturgia feticista e da cattivi maestri dei radical chic

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Forse eccedeva in ottimismo Jean Baudrillard quando in “Cool Memories” scriveva che con l’avvento dell’Intelligenza artificiale gli intellettuali sarebbero tutti scomparsi. Non è accaduto ma conservo, con Baudrillard, l’auspicio che ogni singolo intellettuale possa divenire l’equivalente di Buster Keaton nell’epoca del cinema digitale e della realtà virtuale. Una macchina ornamentale inutile, superata e polverosa per quanto in apparenza graziosa e storica.

Lo penso ogni volta che mi si srotola davanti gli occhi, come un festone vagamente colorato di un qualche triste carnevale comunista, l’appello, la lettera aperta, la sottoscrizione degli “intellettuali” di sinistra: vantano una consolidata esperienza in argomento, quasi un lavoro, e non dirò un secondo lavoro, perché nessuno ha mai davvero capito quale sia il loro primo lavoro e che cosa facciano per mantenersi.

Se non, forse, in molti casi, essere mantenuti dallo Stato padre e padrino, garante con il denaro prelevato mediante tassazione sulle spalle e dalle tasche altrui e traslato magicamente nei conti correnti di questi dipendenti pubblici con cattedre universitarie strategiche, tanto che quando lo vieni a sapere e magari dal basso di una partita Iva dimenticata da Dio ti risale potente nelle viscere il Lysander Spooner o l’Albert Jay Nock de “Il nostro nemico, lo Stato”.

La letterina accorata e accorta in favore del ministro Speranza è solo l’ultima in ordine di tempo, il tassello, e forse uno dei più innocui, bonari e controproducenti di una tradizione che feticisticamente si reitera da decenni e che costituisce, lo immagino, l’equivalente burocratico-sensuale di una categoria di Youporn: i comunisti, da decenni, redigono lettere, e se le passano autoreferenzialmente tra di loro, tutti contenti, eccitati verrebbe da giurare, e te li immagini nel fioco lucore tardo-vittoriano delle loro ville a Capalbio o a Parigi, tra un brunch con un ex brigatista “uomo di rarissima sensibilità”, a parte quando ammazza, e il loro odio di classe per i lavoratori, lumpenproletariat colonizzato ormai dal nazismo ritornante. Te li immagini dicevo mentre limano ogni singola parola per mantenerla fedele allo spirito del Politburo col dolcevita sulle spalle e il loft da “Grande Bellezza”, con vista sul cuore di Milano o di Roma o di tutto il mondo, che non è la patria del diseredato ma di questa elite nobiliare, che tanto ha la millemiglia in tasca e viaggia e gira a spese nostre o di qualche grosso giornale, cioè sempre a spese nostre.

Hanno una bella tradizione di letterine, nell’album di famiglia, questi signori.

Quella su Calabresi, tutta intrisa, ce la ricordiamo, di filiale amore e semantica da NKVD, quella sfociata nel libello innocentista sul rogo di Primavalle, e quella, deliziosa, in favore dello sdoganamento della pedofilia siglata nel caldo 1968 e firmata con ebbra voluttà da gran parte del ciarpame comunista dell’epoca, da Sartre a Foucault. E leggendo questa robaccia capisci perché Murray N. Rothbard e Lew Rockwell jr. abbiano voluto precisare alcune chiare cosette sul concetto dell’essere libertari, coniando la definizione di paleolibertari per distinguersi e prendere ogni distanza possibile da questa accozzaglia di zozzoni, il cui unico rossore dovrebbe essere quello della vergogna, non certo quello delle bandiere rosse visto che confondono Cortina con Stalingrado.

L’appello collettivo è un gesto metasessuale di salottini buoni, dove si pensa alla morte altrui, al potere, e lo si concupisce senza aver le palle di imbracciare le armi. Quelli che Montale definiva i “soviet da redazione” e che ben rammentano, col dolore vivo nella carne, tutti quelli che abbiano conosciuto e ancora oggi ricordino a futura memoria la drammatica vicenda di Walter Tobagi, e la sua lotta contro il conformismo degli “anticonformisti” comunisti.

Un armiamoci e partite declinato in salsa gauche-caviar. Con una scrollatina saccente di spalle se poi qualcuno leggendoli e sentendoli parlare parte davvero e ci rimane qualche corpicino crivellato, esanime sul selciato mattutino.

Diranno che la violenza è sempre sbagliata, che son stati fraintesi, mentre brindano a cadavere ancora caldo.

Una gang bang di impotenti in cui l’unica vittima sodomizzata è il buonsenso: e ti viene in mente la grandezza di Jep Gambardella mentre brutalizza la “coscienza civica” e l’impegno altrettanto civico della scrittorina organica al partito, talmente organica da far certi servizietti da bagno pur di far carriera e non dover lavorare un solo giorno nella sua vita.

Le lettere aperte e questi appelli, così fumosi nella loro consistenza metastorica da liceo classico occupato e da canne in palestra mentre si discute, con sottofondo di Inti Illimani, di cinema curdo e di fattorie cambogiane sotto la grandezza del compagno Pol-Pot (eh, i comunisti in Francia ad esempio scrissero bene pure di lui salvo poi anni dopo silenziarsi e rimanere omertosi per quella gioia esplosa dietro i Khmer rossi che facevano schifo pure ai Vietcong), così per dire, queste lettere aperte sono il club privè della impotenza.

Quando Montanelli, anni dopo, incontrò i suoi gambizzatori, ormai dissociati dalla lotta armata, disse che almeno loro avevano pagato la loro scelta e aggiunse di rispettare uno come Curcio che, pur non avendo ammazzato nessuno, non si era mai dissociato dal suo essere un cattivo maestro e si era fatto la galera pesante.

Mentre per un Toni Negri, il giornalista milanese non aveva alcun rispetto, e a ben ragione visti i trascorsi di quello che alla fin fine è l’epitome in carne e occhialini della caratura assai bassa del tipo umano dell’intellò che ambirebbe a sporcarsi le mani ma decide, per pavidità, di farle sporcare agli altri pasturando analisi e riflessioni logorroiche scritte con quel linguaggio un po’ così, da sovrastruttura post-deleuziana condita con neologismi che alla fin fine non vogliono dire un cazzo ma fanno sbrodolare la mente rossa.

E quando poi uno va a ravanare nel profondo, nella sostanza di chi li firma questi appellini, troverà per qualche arcana magia comunista che son sempre loro: gente che firma il medesimo appello da trecentocinquanta anni, e avrebbero firmato pure il Manifesto del partito comunista, se avessero fatto in tempo per motivi anagrafici.

Sono gli eredi morali della lettera di Marx a Engels del 30 luglio 1862, in cui la parola “giudeo” in senso dispregiativo, stereotipico e razzista, compare più volte di quante Hitler potrebbe averne messe nel “Mein Kampf”.

In quella lettera, vero apice di disprezzo castale, razziale ed elitario, Marx se la prende pure con i garzoni e la gente di colore, infamata con quella parola che se la usi oggi in America finisci alla Guyana.

Ma niente, tutti zitti e buoni, perché era Marx, cosa vuol farci signora mia, nell’Ottocento in Europa si usava così. Degno padre nobile loro, verrebbe da dire.

I comunisti firmatari di appelli non hanno, chiaramente, senso del ridicolo. Altrimenti, lo so, non sarebbero comunisti.

Questa è gente che deve insegnarci come vivere, pur non avendo mai vissuto davvero; è gente che ci dice cosa dobbiamo fare, come dobbiamo amare, chi dobbiamo disprezzare, e pure quando esprimono sostegno lo fanno sempre pensando di dovercela avere con qualcuno.

Gente che però ritiene serissima una email in cui ci comunicano, tra uno spot del Cialis e un link sospetto, che siamo gli unici eredi del dittatore panafricano Mozart Obongo e che se andiamo dal notaio a Palestrina potremo ereditare tutta la sua fortuna, perché, oh, siamo i suoi lontani biscugini. Di Mozart Obongo. Col notaio a Palestrina. Clicca qui per i dettagli. E ci mettono pure il loro iban e la tessera sanitaria.

Schiumano bile e rabbia repressa, perché il loro paradiso sovietico, in cui col cavolo sarebbero mai andati a vivere, si è frantumato sotto il peso delle sue stesse nefandezze. I firmatari di appelli sono gli ultimi giapponesi rimasti a combattere nella giungla, ma almeno i giapponesi nella giungla ci erano rimasti per combattere davvero, questi al massimo si perdono a Villa Ada, tra le fratte, dove hanno portato il cane a pisciare o a ingannare il tempo in un modo di cui non voglio sapere niente.

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