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COLPO DI CODA DELLA “CASTA”, RIPRISTINATO IL VITALIZIO A ROBERTO FORMIGONI. LE IMPLICAZIONI ETICHE SUL VITALIZIO AI PARLAMENTARI CONDANNATI

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‘A volte ritornano’, questo il titolo di una raccolta di racconti dello scrittore statunitense Stephen King.

King è maestro nel raccontare l’orrore, lo stesso, misto a disgusto, che alcuni provano quando sentono parlare di vitalizi ai politici. In queste ore tiene banco la questione di Roberto Formigoni, per lungo tempo governatore della regione Lombardia, senatore e deputato della repubblica.

La Commissione contenziosa del Senato, composta da Giacomo Caliendo (Forza Italia), Alessandra Riccardi (Lega), Simone Pillon (Lega), l’avvocato Alessandro Mattoni e l’ex magistrato Cesare Martellino, ha infatti ripristinato il vitalizio per Formigoni. Lo ha fatto appellandosi alla legge sul reddito di cittadinanza (articolo 18-bis, del decreto-legge 28 gennaio 2019, n. 4, convertito in legge con modificazioni dalla legge 28 marzo 2019, n. 26), la quale stabilisce che la sospensione dei trattamenti previdenziali avviene solo e unicamente per i soggetti condannati a pena detentiva con sentenza passata in giudicato per gravi reati, quali terrorismo ed associazione mafiosa.

La decisione della Commissione supera anche la delibera di Piero Grasso del 2015, che toglieva i vitalizi per gli ex parlamentari condannati a pene detentive superiori ai due anni.

Sembra quindi che l’ex governatore della Lombardia riceverà il suo bel vitalizio, nonostante sia stato condannato nel 2016 in primo grado a sei anni per il reato di corruzione nel processo con al centro la fondazione pavese Maugeri, e successivamente in appello condannato a sette anni e sei mesi.

Va ricordato che il vitalizio è stato sostanzialmente abolito nel 2012, per cui veniva percepito solo dai parlamentari in carica fino al 2012, per gli altri invece una pensione. I requisiti per ottenerla erano 65 anni di età per chi ha portato a termine un mandato e 60 per chi ne ha fatto più di uno; l’importo invece era calcolato in base ai contributi versati durante il mandato.

Nel 2018 il Movimento 5 Stelle procede al ricalcolo con sistema contributivo per tutti i vitalizi maturati fino al 31 dicembre 2011, eliminando il sistema retributivo.

Questa mossa portò ad un taglio consistente dei vitalizi erogati. Vennero poi stabiliti dei limiti, ovvero 980 euro per chi ha un solo mandato e 1.470 euro per i vitalizi con taglio di oltre il 50% con le nuove regole.

Nel giugno del 2020, la Commissione contenziosa del Senato, rispondendo ai ricorsi di numerosi ex senatori, ha annullato la delibera sul taglio dei vitalizi agli ex parlamentari.

Fin qui la cronaca.

La vicenda di Formigoni, ma possiamo sostituire il suo nome con un altro politico nella stessa situazione, induce a porre una domanda: è giusto dal punto di vista etico che 1) un politico percepisca il vitalizio in quanto tale e che 2) lo percepisca un politico che ha subito condanne?

Il vitalizio parlamentare vale “vita natural durante”, significa che non si esaurisce con la morte del parlamentare ma viene erogato anche ai suoi eredi. Ma chi sono gli eredi che ne beneficiano?

Prima di tutto i coniugi, ma oltre ad essi anche i figli e le figlie dei parlamentari continuano a percepire il vitalizio dei genitori e, se non bastasse, il pagamento viene erogato anche a fratelli e sorelle.

Qualcuno suggerisce l’idea che servire lo Stato e rappresentare il popolo dovrebbe essere fatto gratuitamente, non solo senza vitalizi, ma anche senza stipendi. Forse è troppo, la vita a Roma costa e la gran parte di deputati e senatori si deve trasferire dai luoghi di residenza.

Diamo uno sguardo alle cifre.

Lo stipendio netto di un parlamentare della repubblica è di 5.346,54 euro mensili più una diaria di 3.503,11 e un rimborso per spese di mandato pari a 3.690 euro a cui si aggiungono 1.200 euro annui di rimborsi telefonici e da 3.323,70 fino a 3.995,10 euro ogni tre mesi per i trasporti, mentre un senatore percepisce di 5.304,89 euro, più una diaria di 3.500 euro cui si aggiungono un rimborso per le spese di mandato pari a 4.180 euro e 1.650 euro al mese come rimborsi forfettari tra telefoni e trasporti.

Si tratta di cifre ragguardevoli, che vanno calcolate per tutta la durata del mandato, un bel gruzzolo dopo 5 anni. Ora, nonostante questo, si ritiene che il parlamentare debba avere diritto anche ad un vitalizio e quale ne sia la ragione è difficile da comprendere. Il servizio reso al popolo italiano è già ampiamente (ri)pagato durante i 5 anni di legislatura, non si capisce come un cittadino italiano debba continuare a sovvenzionare “a vita” un parlamentare. Per non parlare dei casi estremi in cui al vitalizio contribuiscono le tasse pagate da un cittadino che non era magari neanche nato quando il deputato o senatore era in carica.

Non si comprende neanche perché del vitalizio debbano beneficiare persone che non hanno svolto alcun ruolo nelle istituzioni, ovvero fratelli, sorelle, coniugi, figli. Sarebbe troppo facile scomodare il termine “casta”, ma indubbiamente coglievano nel segno Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, quando nel 2007 scrivevano che in Italia esiste una consistente fetta di popolazione che, per via diretta o indiretta, vive di politica e grazie ai flussi di denaro che da essa provengono.

I vitalizi, così come gli emolumenti elevati dei parlamentari, inducono uno spostamento significativo di significato del “fare politica”, non più come missione per il bene comune, ma, al contrario, opportunità di carrierismo, di ingrossare il proprio conto in banca e di vivere come piccoli oligarchi.

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