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“Quando l’Europa tradì se stessa”, le critiche al liberismo e i miti da sfatare

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Il testo di Alessandro Somma Quando l’Europa tradì se stessa, che è uno dei libri più stimolanti sulla materia usciti in questo periodo, si compone, dal mio punto di vista, di tre tipi di osservazioni: condivisibili, non condivisibili, da chiarire in termini di sviluppo. Le riepilogo sinteticamente qui, mentre integralmente le potrete trovare sul sito della rivista Nomos. Anzitutto quelle condivisibili, a partire da una solida tensione federalista europea, su cui non mi soffermo puntualmente dandole positivamente per acquisite, se non tornandoci in conclusione. Il fine quindi è comune, anche se l’autore e io abbiamo vari dissensi sui mezzi.

Ora passerei a quelle non condivisibili, che vado a commentare per ordine. Per prima cosa non mi ha mai convinto per intero la teoria, riproposta nel volume a pag. VII, che l’Urss e le cosiddette democrazie popolari avrebbero avuto comunque un effetto positivo sulle democrazie liberali. Qui è opportuno distinguere bene tra forze politiche e Stati. Per le prime la sensibilità è endogena, nasce da una crisi dello Stato liberale oligarchico. Questo accade ben prima del consolidarsi dei regimi politici delle cosiddette democrazie popolari. Le forze politiche di matrice socialdemocratica e popolare hanno tale sensibilità nel proprio Dna. Ovviamente, però, se ci spostiamo in termini di realismo politico sul livello degli Stati retti da democrazie liberali la tesi può essere considerata giusta, quella concorrenza ha aiutato a valorizzare il patrimonio genetico di quelle forze.

In secondo luogo non mi sembra neanche convincente la tesi che dagli anni 80 dalla crisi delle ricette economiche precedenti sia scaturito un indirizzo univoco cosiddetto liberista (ibidem): vi sono state diverse linee politiche tra i vari Governi sia in relazione alle forze sociali ed economiche (con in alcuni casi accordi di sistema) sia di merito. Per dirla con una battuta non si può confondere Hayek con Giddens. Va presa sul serio, come sostengono tra gli altri Dilmore e Salvati, la profonda differenza, prima e dopo gli anni 80, che separa i filoni di liberalismo inclusivo (embedded) che intendono addomesticare il mercato da quelli di liberalismo fondamentalista (unfettered) che intendono ridurre al minimo i condizionamenti delle istituzioni e delle forze sociali.

In terzo luogo sulla ricostruzione del federalismo di ispirazione cristiana mi sembra che esso dia il giusto spazio a quello di matrice tedesca (fermo restando che a me pare un forzatura ritenerlo in sostanza una variante del liberismo, come dimostra anche la citazione riassuntiva del modello di p. 109), ma manca l’analisi di quello, decisamente prevalente anche per gli influssi su De Gasperi e Schuman, che risale a Maritain (che peraltro influiva anche su Adenauer non meno degli autori tedeschi) e, in parte minore, anche a Mounier e al gruppo di Esprit. Il taglio del federalismo di matrice maritainiana è più spostato in chiave politica che non prettamente economica, sul principio di sussidiarietà orizzontale e verticale, sull’idea di una fedeltà plurima della persona a più livelli di appartenenza e non è affatto confessionalista. Non è definibile come liberista, anche se apprezzava il gradualismo dell’integrazione funzionale, il mercato unico come elemento di un processo federale politico e, soprattutto, non opponeva europeismo e atlantismo.

In particolare suggerirei di tenere presente L’Uomo e lo Stato del 1951, di cui ricorre proprio quest’anno il settantesimo anniversario, in cui Maritain presenta in modo più sistematico la riconciliazione con la democrazia attraverso gli Stati Uniti, che poi ritroviamo in modo narrativo nelle Riflessioni sull’America, opera successiva del 1958: il primo capitolo demolisce il mito della sovranità una e indivisibile che la Rivoluzione aveva “conservato, ma trasferito dal re alla nazione” e l’identificazione tra diritto e Stato. Anche per questo è un errore ricostruire il pensiero di Delors, debitore di Mounier ancor più che non di Maritain, come liberista (p. 80). Delors è sempre stato sostenitore dell’integrazione politica, del coordinamento stretto tra politica fiscale e monetaria (come peraltro si riconosce a p. 85), ed era uno dei teorici della seconda sinistra che criticava lo statalismo ma in nome di finalità sociali da interpretare in chiave di sussidiarietà orizzontale e verticale.

Da qui discende anche una diversa valutazione politica del piano Marshall: se per federalisti di orientamento diverso da quello liberale si intendono quelli maritainiani e anche socialisti, essi non avevano affatto l’obiettivo di «impedire la saldatura tra europeismo ed atlantismo» perché erano al tempo stesso sia europeisti sia atlantisti (p. 35). La critica risente del fatto che la sinistra comunista e socialista italiana, a differenza dei socialisti di quasi tutti i paesi Ue e dei socialdemocratici italiani, recuperò il dissenso prima sull’Europa e solo dopo sull’atlantismo (come si vede a p. 59 a proposito della Cgil), ma anch’essa alla fine dovette convenire già negli anni Settanta sull’indissolubilità di quei due aspetti. Peraltro, come sottolineato in sede politica da Giorgio Napolitano al momento della svolta del Pci, la conventio ad excludendum sul governo per le forze antiatlantiche non è ricostruibile come “esclusione” (come ancora si propone a pag. 36), ma come un’obiettiva autoesclusione. Il caso italiano è anomalo perché coinvolse anche i socialisti (come ricorda l’autore richiamando le riserve di Basso a p. 46), ma il Psi non solo si autoescluse dal governo in quella fase ma fu anche espulso dall’Internazionale Socialista.

In quarto luogo anche la ricostruzione del federalismo liberale sembra un po’ unilaterale. Non è un blocco come sembra si voglia sostenere a p. 17, perché dentro di esso si sono mossi filoni diversi, più o meno aperti alle istanze sociali.

In quinto luogo sembra obiettivamente semplicistico criticare la politica di allargamento a Est perché essa si basava anche sulla richiesta di privatizzazione, vista la precedente economia quasi per intero statalizzata, e perché non postulava una immediata facile convergenza sui diritti sociali che sarebbe stata incompatibile con l’adesione desiderata da tutti (p. 95).

In sesto luogo mi sembra che la costruzione di strutture come l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, dovuta alla riforma costituzionale del 2012 sulla scia del two pack, vada letta in modo del tutto diverso da come si fa a p. 130: è stata tutt’altro che una spoliticizzazione, è stata la premessa per una maggiore autonomia di decisione politica del Parlamento rispetto al Governo, che in precedenza deteneva il monopolio informativo.

In settimo luogo non riproduco qui le osservazioni critiche della ricostruzione relativa al Mes, che secondo Somma resterebbero soggette a una condizionalità forte e su cui ho più volte argomentato in senso contrario, anche perché nel frattempo mi sembra che su questo si sia ampiamente argomentato in entrambe le direzioni, e soprattutto nelle istituzioni statali e comunitarie sia prevalsa la tesi opposta a quella dell’autore.

Rispetto al terzo tipo di osservazioni, quelle da chiarire in termini di sviluppo perché, come tali, suscettibili di letture diverse, troviamo anzitutto l’osservazione che si è ridotta la sovranità sulle politiche fiscali e monetarie (p. VIII), ma tale considerazione a quale esito conduce? Aduna nostalgia verso il passato o a invocare che esse si sviluppino sulla nuova dimensione di scala europea? Parrebbe, proseguendo nella lettura, giustamente la seconda, dato che si rileva positivamente l’inizio di forme di indebitamento comune (p. IX). Fa bene, in conclusione, Somma a riproporre le ragioni di un compromesso rinnovato tra capitalismo e democrazia (p. 184), ma mentre lui descrive come dominanti quelle cosiddette liberiste, sottovaluta invece al tempo stesso quelle ben più forti di carattere nazionalistico, a cominciare dal fallimento della Ced fino ad arrivare alle resistenze sul ruolo della Bce sull’assunzione dell’obiettivo della piena occupazione.

Il federalismo di Somma deve assumere come avversari non i liberisti, che sono molti di meno, ma i nazionalisti ben più potenti nei vari Paesi. In altri termini Somma sembra essere prigioniero di una contraddizione: per un verso parla ancora di un “pensiero dominante” (p. 172), liberista e nazionalista, però poi lui stesso ci fa vedere che esso non lo è più, rimarcando la prospettazione ormai evidente di un vera politica di bilancio federale con entrate e uscite ( p. 171). Scherzosamente potrei concludere che non è vigente la legge di Murphy: poste queste novità non andrà tutto nel peggiore dei modi come invece sarebbe accaduto se quel pensiero, criticato dall’autore, fosse ancora davvero dominante.

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