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La più bella casa del mondo

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Intorno c’è la città. Una chiostra di edifici umbertini a due passi da Villa Borghese, appena fuori Porta Salaria. Oltrepassato il cancello solenne, la magia d’un respiro archeologico. Il viale che sembra non finire mai conduce a un giardino all’italiana. Il parterre si estende come un leibniziano tappeto verde tra la villa e il Kaffee­haus semicircolare, uno xystus o galleria nel gusto degli antichi, gremito anch’esso di reperti scultorei.

Odore amaro del bosso scaldato dal sole, grotte e fontane che gorgogliano. Pini e cipressi, sottese fragranze di glicine. Obelischi e cippi, urne ed erme, colonne e colossali tazze di porfido per abbeverare dei e giganti. Ci si sente come l’Abbé de Saint-Non, come Goethe o Gavin Hamilton, passeggiando in questo luogo irreale, che incrocia il segno di Pannini e Piranesi alla visionaria pittura pre-romantica di Hubert Robert. Oppure come Andrea Sperelli, il decadente protagonista de Il piacere di Gabriele d’Annunzio, che nostalgico ne rievoca il sortilegio.

Villa Albani Torlonia, Kaffeehaus, Fotografie di Massimo Listri © Fondazione Torlonia

Nel 1747 il cardinale Alessandro Albani, nipote di papa Clemente XI, commissionò la costruzione di Villa Albani a Carlo Marchionni che completò il cantiere quindici anni dopo. Ben presto la Villa, non tanto destinata a residenza quanto alla funzione di vero e proprio museo, traboccante di scultura classica, romana in gran parte, ma anche rari originali greci ed ellenistici, nonché di dipinti di varia epoca, diviene meta obbligata per i Grand Touristes, per gli artisti e letterati, per i monarchi e aristocratici che transitano nell’Urbe, trasformandosi in laboratorio e accademia culturale. Johann Joachim Winckelmann, bibliotecario e curatore del cardinale, qui viveva in alcune piccole stanze concesse dal suo patron nella “Casina del biliardo”. Nel parco si trovano vari edifici minori e folies pittoresche, tra cui il Tempio di Diana, quello “delle cariatidi” il Canopo e il tempietto diruto. Winckelmann, teorico del neoclassicismo, arte basata su «una nobile semplicità e quieta grandezza», era giunto a Roma dalla Germania dove era nato nella remota Stendal. È proprio lui che scrive: «A Roma esistono case e palazzi più belli che in tutto il resto dell’Italia messo insieme. Il più bell’edificio del nostro tempo è la Villa del cardinale Alessandro Albani e la sala di questa villa può dirsi a buon diritto la più bella e magnifica del mondo».

Davanti al cenotafio che a Villa Albani gli è dedicato, incastonato nel chiaroscuro romantico di  un sipario arboreo, non mancano mai bouquet di fiori deposti in particolare da studiosi germanici. L’iscrizione a caratteri bronzei sul prospetto riassume la storia dell’edificio, sorto su una preesistente vigna dei Serlupi: “Alexander Albani vir eminentissimus instruxit et ornavit/Alexander Torlonia vir princeps in melius restituit” (L’eminentissimo Alessandro Albani eresse e adornò/ Il principe Alessandro Torlonia restaurò e abbellì).

Villa Albani Torlonia, Tempietto di Artemide, Fotografie di Massimo Listri © Fondazione Torlonia

Per generazioni Villa Albani è stata il segreto meglio custodito di Roma, una sorta di entità leggendaria nascosta dietro spesse cortine di privacy che in pochissimi potevano penetrare. Solo alcune foto Alinari, risalenti dallo scorcio del XIX secolo fino agli anni ’30, testimoniavano della sua unicità, dello splendore delle raccolte e del décor. Passata attraverso i Castelbarco-Albani è rimasta incredibilmente integra fino a noi grazie alla dedizione della famiglia Torlonia, tra i cui beni entra nel 1866 e alla tutela dell’omonima Fondazione del casato. Nell’Urbe vi è ancora chi ricorda le cacce alle uova pasquali organizzate da don Alessandro Torlonia, Principe del Fucino e Assistente al Soglio pontificio, scomparso nel 2017, nel parterre formale tra la villa e l’emiciclo del Kaffeehaus per i bambini dell’aristocrazia romana. Ora un libro edito da Rizzoli International, corredato da un ampio repertorio fotografico realizzato da Massimo Listri e dai saggi di studiosi quali Salvatore Settis e Carlo Gasparri, Alvar González-Palacios e Raniero Gnoli, dischiude le porte di Villa Albani, rivelando i tesori che contiene e le sue atmosfere rimaste congelate nel tempo.

Alessandro Albani, al pari dei fratelli Annibale e Carlo uomo sagace e intelligente, era considerato come il maggiore “antiquario” europeo della sua epoca. Spiccava tra i più celebrati collezionisti e connaisseurs. Seguitò ad acquistare, vendere e sistemare le sue trouvailles fino agli ultimi giorni – nato nel 1692, morirà nel 1779 –, sebbene fosse diventato quasi cieco. Osserva ancora Winckelmann, nel marzo 1757, che il porporato era un mecenate inarrivabile, capace di mettere in luce ciò che era sepolto nelle tenebre quanto di pagare con generosità degna di un re. Un altro suo stretto collaboratore fu lo scultore e restauratore Bartolomeo Cavaceppi, chiamato a completare le lacune di rilievi, statue, superfici lapidee ed epigrafi, poste in sontuose cornici dorate tardo-barocche o in composit teatrali. Cavaceppi ricompone e reinterpreta frammenti eterogenei e rende vive le vestigia della classicità.

Alla dipartita del cardinale Albani, la situazione economica degli eredi è irrimediabilmente dissestata e ben presto il complesso dovrà essere ceduto. Rimane indelebile l’eco di una stagione culturale senza precedenti, come afferma l’Abbé Richard, nella sua Description Historique et Critique de l’Italie, pubblicata nel 1766: «La Villa Albani è l’ultima a essere stata edificata fra tutte le ville intorno alla città, con un gusto e una magnificenza che la rende superiore alle altre, giacché le bellezze contemporanee sono unite con i tesori dell’antichità… In questa dimora tutto è squisito e impeccabile. È ben noto lo spirito vivace del porporato e la sua cortesia. Si è degnato di sottolineare lui stesso la bellezza di alcuni pezzi non con la prevenzione del proprietario ma con la saggezza del conoscitore che non ammetterebbe mai nelle sue raccolte una cosa non degna della preziosità dell’insieme». Una chiave architettonica tardo-barocca che trascolora verso il gusto neoclassico connota la facciata, innestata su una loggia a pianterreno costellata da mascheroni, fronti di sarcofago e grandi marmi. I reperti furono esposti secondo percorsi emozionali, sistemati con un preciso progetto d’arredo. Era un luogo di delizie, Villa Albani, destinato a piccole cerchie di amateurs, concepito in un’attitudine che favoriva lo sviluppo dell’archeologia sotto il profilo della storia dell’arte. Vi si svolgevano erudite dissertazioni, danze, concerti, rappresentazioni teatrali e masquerades classicheggianti.

Villa Albani Torlonia, Gabinetto della Piccola, Fotografie di Massimo Listri © Fondazione Torlonia

La raccolta è tuttora pressoché integra. Dei millecinquecento pezzi che ne formavano il corpus, cinquecento furono selezionati per essere inviati a Napoli, durante il dominio napoleonico. Alla fine però ne furono asportati solo centocinquanta. Con i trattati della Restaurazione, l’Antinoo adrianeo, incastonato come un’icona tra volute e timpani sopra un camino rocaille della sala omonima, fece ritorno qui. Altre opere, a causa della scarsità di fondi, furono vendute all’estero, in particolare all’Elettore di Baviera, per finanziare il trasporto in patria di quanto era stato razziato. A parte qualche mancanza, come per esempio i facchini che sorreggevano la  fontana centrale del parterre – che ora fanno bella mostra di sé al Louvre – e alcune opere, specie nel Kaffeehaus, la collezione riesce ad annullare ogni cesura del tempo. Appare ancora come la si poteva vedere nel Settecento, disposta nella sua precisa collocazione e secondo i canoni estetici originari.

Nel 1761 Anton Raphael Mengs, il pittore filosofo che con Winckelmann elabora i fondamenti teorici del Neoclassicismo, nella Galleria affacciata sul giardino dipinge l’affresco del Parnaso, manifesto pittorico del nascente gusto neoclassico. Un programma iconografico dagli intenti dichiarati, probabilmente dettato dallo stesso Johann Joachim Winckelmann.

La suggestione che emanano gli interni della residenza non si può raccontare. La gloriosa luce romana accarezza il broccato rosso e oro inquartato dagli stemmi Colonna-Torlonia dei tendaggi provenienti da palazzo Torlonia-Bolognetti in piazza Venezia, abbattuto nel 1901 per la costruzione del monumento a Vittorio Emanuele II. Dipinti rinascimentali e barocchi fanno da contraltare al marmo candido delle sculture. Un vero gioiello è il “Gabinetto delle lacche cinesi”, la stanza da letto del cardinale Albani. Pannelli in vernis Martin su fondo scuro dai toni ambrati e morbidi d’oro vecchio, pro­dotti in botteghe romane, sono inseriti sulle pareti e a soffitto en­tro un apparato di stucchi dai colori delicati, modellati su reperto­ri tessili Régence della Manifattura di Beauvais. Sfilano lucerne in bronzo di ispirazione archeologica e sontuosi lampadari in cristal­ lo Deuxième Empire, console, gli arredi Louis XIV della Sala degli Arazzi, rivestiti di tappezzerie istoriate, probabilmente eseguite su un cartone del Maratta. Incalza la narrativa allegorica e croma­tica dei pavimenti a mosaico marmoreo.  Le partiture murarie sottolineate dal bronzo dorato, sontuose ordiscono scagliola e marmi rari, alabastri e micro-mosaici – talvolta di recupero archeologico –, serpentino, basalto e onice, cotognino, basanite, porfido e brecce. Qui ci sono marmi  introvabili e addirittura varietà uniche. Nicchie con superfici specchiate, nella Galleria Nobile, amplificano e smaterializzano la maestà delle statue, catturando il verde domestico della natura esterna. I Torlonia vollero ben poco mutare l’assetto d’origine. Si limitarono a intraprendere una generale riorganizzazione, rielaborando alcune parti del giardino. Però dettero vita a due ambienti propriamente museali, il “Museo Egizio” nella loggia sotto il Canopo e la Sala del Cavalier Albani, dove, a corona del celebre rilievo di stile fidiaco, sono custodite le più importanti opere greche della collezione. Opulenza, grazia e luminosità si alternano in un corto circuito atemporale. Qui, su un bureau plat Deuxième Empire, nel 1870 venne firmato l’armistizio che consegnava la Roma dei papi all’esercito sabaudo.

Villa Albani Torlonia è l’avamposto di una cultura rivolta all’Antico, tra estremo barocco e neoclassico sorgente. Nell’arco di tre secoli nulla ha perduto di una malia estetica e di quel significato storico e filosofico che già stupiva i primi ospiti del cardinale che ne fu il fondatore. Ma soprattutto la villa è pura emozione.

La Fondazione Torlonia nasce per volere del principe Alessandro Torlonia, con lo scopo di preservare la Collezione Torlonia, la più importante collezione privata di sculture greco-romane al mondo e Villa Albani Torlonia, tra le più alte espressioni di gusto settecentesco: “patrimonio culturale della Famiglia per l’Umanità” da tramandare alle generazioni future. fondazionetorlonia.org

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