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L’imprenditore: “A Tripoli adesso siamo più tranquilli. Si può tornare a lavorare”

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TRIPOLI – «La situazione politica del Paese ci tranquillizza molto», dice Elio Franci. All’aeroporto Mitiga di Tripoli ci sono ancora le carlinghe squassate dalle bombe accanto alla pista di atterraggio e lui presiede il consorzio di aziende italiane (Aeneas) che lo ricostruirà. Insieme all’ad di Enav Paolo Simioni, al ministro dei Trasporti libico Al-Shahoubi e al presidente dell’Aviazione civile Benammar, ieri era a Tripoli per rimettere le ali alla Libia: «Tra nove mesi contiamo di consegnare».

Che Libia troverà oggi Draghi?


«Tripoli è molto tranquilla, il governo ha palesemente acquisito maturità democratica. Non venivo da un anno e mezzo, è molto più movimentata, pulita e ordinata».

Avevate vinto l’appalto nel 2017: vi fermarono le bombe?


«Di fatto non ci siamo mai fermati: abbiamo continuato a preparare ordini e forniture, e la parte progettuale è stata terminata e pagata regolarmente».

Come batteste la concorrenza?


«I più forti erano i turchi. Noi mostrammo al ministro le nostre realizzazioni a Catania e Cagliari, e i tempi in cui furono consegnate».

Siete in gara per Misurata? L’Italia lì è meno influente.


«Ci hanno accennato qualcosa, ma non siamo coinvolti. Vorremmo terminare a Tripoli e poi vedremo. Un passetto per volta».

Quanto vale il contratto?


«Erano 79 milioni, 20 già saldati. Coi lavori extra, un centinaio».

Chi fa parte del consorzio?


«Cinque medie aziende italiane con esperienza nel settore, tremila dipendenti e fatturato aggregato di 100 milioni. È la foto dell’Italia che pensa a crescere. Però non siamo andati soli: siamo in un sistema Italia con Enac e Evav, e abbiamo raccolto i frutti. Dobbiamo aggregarci per prendere appalti grandi, non per subappalti dove i soldi si perdono solo».

Tra i benefici avremo una rotta aerea privilegiata Italia-Libia?


«È un punto cruciale: aprire voli su Tripoli con priorità per compagnie e aeroporti italiani. Sono interessati Fiumicino, Milano e anche Catania, dove c’era un volo prima del 2012».

Che spazio vede per le imprese italiane nella Libia di oggi?


«È un Paese che va ricostruito, sono molto interessati al know how e al rapporto con l’Italia. Dobbiamo essere bravi a far sì che il vantaggio competitivo non venga disperso».

L’immagine della Libia che arriva in Italia è quella dei trafficanti e delle milizie. Ne ha vista un’altra?


«La Libia che vuole uscirne. Le servono strade, porti, aeroporti, scuole, ospedali. C’è lavoro per molte aziende italiane, col nostro know how dobbiamo aiutarli o lo fanno altri: la Francia ha appena riaperto l’ambasciata ma la nostra è rimasta anche durante la guerra».

L’Italia di fronte all’avanzata di Haftar guardò altrove.


«Si poteva far di più, ma vogliono lavorare con l’Italia e dobbiamo evitare di crearci problemi da soli. Le istituzioni sono cambiate e ci aiutano. Tra aziende concorrenti invece a volte ci screditiamo, lasciando entrare altri. Dobbiamo sempre riuscire a fare sistema Paese».

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