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Influencer, hashtag e meme: che noia, siamo diventati un popolo di caproni

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La polemica

Fulvio Abbate — 6 Aprile 2021

Influencer, hashtag e meme: che noia, siamo diventati un popolo di caproni

Quand’ero bambino, ed erano gli incantevoli anni Sessanta, in cima alle nostre librerie economiche di teak, giunta lì a scansare le antiche cose buone di pessimo gusto – Loreto impagliato, le foto dell’amica di nonna Carmelina, il ritratto di zio Guido fumogeno in Etiopia e quello di papà bersagliere a El Alamein – in mezzo a ogni orrore familiare, campeggiava invece una enciclopedia dal titolo esemplare: “Conoscere”, il suo nome.

Quel nome custodiva in sé l’imperativo dell’apprendimento doveroso, perfino in senso ludico, mai ricattatorio, mai punitivo. Istruttiva e straordinaria fin dalla sua livrea grafica, tra i Sumeri, Goffredo di Buglione, l’Atomo di Bruxelles, Gagarin, Porsenna e le appena annunciate meraviglie dei transistor, bastava osservarne i dorsi per capire che, se non proprio tutto, molte delle cose contenute e illustrate nelle sue pagine era davvero il caso di studiarle, apprenderle, apprezzarle. E questo al di là degli obblighi scolastici, dei compiti assegnati al mattino dagli insegnanti sotto sotto ancora fascisti, del “rosa rosae” e perfino dell’odiato Pi greco. Conoscere, apprendere, imparare, dunque. Se non proprio per ragioni di vanto, comunque come passaporto necessario per non fare pessime figure, da “zappe”, in società, meglio, con i nostri coetanei più banali: evitando di passare per “ignoranti” o ancora peggio per analfabeti al tempo televisivo del “Non è mai troppo tardi” dell’encomiabile maestro Manzi.

Ignoro quale sia nell’attuale presente il corrispettivo, sia pure immateriale, di quell’enciclopedia benemerita, che, detto per inciso, molti “boomer”, ancora adesso, nonostante i traslochi, sebbene mai più sfogliata dagli anni dell’assassinio di Kennedy a Dallas, teniamo su una mensola di casa come monito ai bisogni necessari del sapere, magari accanto agli Scritti corsari di Pasolini. A proposito, scopro che: “Ok boomer! è un modo di dire e un meme usato da adolescenti e giovani adulti per respingere o deridere gli atteggiamenti tipicamente associati alle persone nate nei due decenni successivi alla seconda guerra mondiale”, così leggo, e la derisione da parte dei nuovi arrivati è perfino riferita al “peso” delle informazioni culturali che questi ultimi, cioè noi che abbiamo conosciuto il Novecento, ci porteremmo dietro, come fosse una zavorra.

Restando in tema di trionfante neo-analfabetismo, torna in mente però anche un’altra considerazione che a molti risulterà apparentemente secondaria, irrilevante. Racconta infatti lo scrittore e saggista Hans Magnus Enzensberger di anziani anarchici rifugiati nel Sud della Francia dopo la sconfitta della Repubblica, orgogliosi di se stessi, rispettosi della cultura, anche un po’ sospetti verso la generazione dei compagni più giovani già “capelloni”, così negli anni Settanta. Questo per dire che il passaggio generazionale non è mai indolore, anche quando si ha un pensiero comune, in quel caso perfino politico. Il guaio è che adesso, con queste nostre parole, nero su bianco, stiamo sottolineando l’evidenza di uno spettrale paesaggio di analfabetismo integrale che ci appare minacciosamente davanti, un analfabetismo ad ampio spettro, che investe pure l’incapacità ortografica, la disposizione esatta dei punti, delle virgole, le spaziature perfino. E, dato ancora più drammatico, forti degli strumenti offerti dai social, i nostri cari vicini analfabeti affermano la propria condizione acefala come necessaria e assoluta. Valga su tutto la semplificazione del pensiero ridotto a puro hashtag, a meme.

Ora, non vorrei dire, ma l’avere deprezzato il capitale delle idee a favore del capitale materiale, economico, potrebbe averci portato a questi risultati. Penso anche alla figura dell’influencer. Intendiamoci, nessuno vuole affermare che l’enciclopedia “Conoscere” custodisse tutto il necessario scibile e gli enzimi per riuscire ad affrontare dialetticamente le cose del mondo, c’erano, sì, illustrazioni meravigliose degne del miglior iperrealismo, esatto, di un Mel Ramos, l’artista che ha mostrato la pin-up nuda in groppa a un ippopotamo, quasi un presentimento del mondo beota che sarebbe venuto. Nessuno avrebbe comunque mai immaginato che in seguito, davanti al carico criminogeno di paccottiglia subculturale in grado di negare il pensiero stesso, appunto, tra emoticon e ancora faccine, avremmo rimpianto la letture della nostra infanzia.

La convinzione che la cultura sia una forma di ricatto, in mano ai “professoroni” (e qui la modalità mentale delle destre diffuse ha buon gioco), se un tempo, di fronte ala barbarie, estremo candore da stupidi avvelenati di ideologia, sollevavamo il cosiddetto “libretto rosso” di Mao Tse-Tung, adesso di fronte a questo spettacolo di analfabetismo basterebbe la cara indimenticabile enciclopedia “Conoscere”. Che mondo orrendo si prospetta, che mondo orrendo è già qui sotto casa a aspettarci.

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