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Se Conte è il grillino dei poveri, Letta aspira ad essere il grillino dei ricchi

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Il metapartito che ingloba tutti

Michele Prospero — 26 Marzo 2021

Se Conte è il grillino dei poveri, Letta aspira ad essere il grillino dei ricchi

Una “affascinante avventura”, ha dichiarato Letta presentando la foto con Conte. Affascinante, può darsi. Avventura di sicuro. Se l’inizio ha sempre un che di evocativo, quello di Letta annuncia cadute inevitabili nell’alleanza organica con Grillo come destino. È in atto un passaggio significativo, di sistema. Croce parlava di quello liberale come di una sorta di metapartito. Non un singolo soggetto ma molteplici attori confluivano nella grande galassia liberale così elastica da essere per l’appunto un vero metapartito aperto e senza confini organizzativi.

Oggi il metapartito, che raduna spezzoni diversi di ceto politico, ha le sembianze della vecchia Dc. Il sistema attuale è abitato quasi in ogni spazio politico disponibile dal metapartito democristiano. Le prove surreali di realismo in salsa Bettini-Zingaretti, con la fuga precipitosa dopo la trasformistica toccata, hanno reso al momento irreversibile l’omologazione di ogni cosa sotto la accogliente balena democristiana. Tranne la post-fascista Meloni, coerente con una identità come nessun erede del Pci è stato capace di fare con la propria storia, tutti i protagonisti della piccola politica sono organici a vario titolo allo scudo crociato, da Renzi ai centristi, dai populisti alla “sinistra”. Berlusconi è da tempo membro autorevole del partito popolare europeo. Persino nella Lega c’è Giorgetti che spinge per un analogo approdo post-sovranista. Il non più ribelle non-partito grillino spera in un democristiano moderato come Conte per sopravvivere come soggetto di potere e spartizione.

Il Pd è finito per diventare una pura e semplice ridotta democristiana. A Letta si oppongono Guerini (di ascendenza andreottiana), Lotti (ultramoderato dc) e a suo fianco opera, come regista di ogni investitura del sovrano di turno, l’eterno Franceschini. Parafrasando Gentile, tutto nella Dc e niente all’infuori della Dc. Che differenza di fondo c’è da rilevare tra il populista “sano” Conte e il populista omeopatico Letta? Proprio nessuna. Conte gioca al populismo che parte dal basso. Letta predilige il populismo dei ceti elevati. Se Conte è il grillino dei poveri, Letta aspira a essere il grillino dei ricchi. La convergenza della foto sta nelle cose. Il neosegretario avrebbe potuto fissare alcuni punti differenzianti: sul piano sociale, spendendo qualche parola sullo sciopero degli invisibili di Amazon, sul piano politico, sulla necessità di correggere la sconcezza della soppressione della prescrizione. Nulla di tutto questo.

Comunicazione e spot allo stato puro: voto a 16 anni, decapitazione delle correnti interne con l’imposizione di stampo virile di una donna ai vertici dei gruppi parlamentare. Dopo aver cancellato da presidente del consiglio il residuo di finanziamento pubblico dei partiti, Letta prosegue nel suo viaggio antipolitico chiamando alla segreteria un non iscritto al partito. Insomma, per stare nel clima curiale dell’epoca, un cardinale reclutato tra i non battezzati.


Che adesso il democristiano Letta si proponga come traghettatore del M5S nel partito del socialismo europeo (dove peraltro il Pd è entrato su iniziativa dell’altro tosco crociato) svela come si è nel tempo ridotta ad essere quella casa che un tempo sembrava un miraggio irraggiungibile, un attestato di riconosciuta maturità per le forze politiche rimaste nel limbo del post-comunismo. Che un non-partito passi con disinvoltura dai banchi di Farage a quelli dei socialisti appartiene al grottesco, ed è una pura e semplice blasfemia che quale Virgilio dei grillini si proponga il capo del Nazareno.

Il guaio è che alla sinistra, ridotta all’irrilevanza per la sua manifesta incapacità, oggi è riservato solo il lamento sterile verso il galoppante andamento del metapartito democristiano. Le tocca fare come Machiavelli nel Proemio al Libro secondo dei Discorsi, costretto dal bruciante pensiero della sconfitta a indignarsi sulle cose e quindi dal piano del politico scendere al momento etico. Una sconfitta bruciante, una vera disperazione politica senza rimedio nell’immediato.

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