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Yemen, sei anni di guerra e il sottile filo della speranza

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La speranza è appesa a quattro navi: cariche, per lo più, di gas e carburante. A sei anni esatti dall’inizio della guerra in Yemen il via libera dato ieri dall’Arabia Saudita alle portacontainer perché approdino nel porto di Hodeida – il più grande nell’aerea controllata dagli Houthi, i ribelli contro cui i sauditi si battono – è il segno tangibile della svolta che nei prossimi mesi potrebbe arrivare nel conflitto che ha ucciso più di 230 mila persone e ridotto alla fame la metà della popolazione del Paese più povero del mondo arabo.

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Tre giorni fa Riad ha offerto agli  Houthi un cessate il fuoco, la riapertura dei porti e degli aeroporti bloccati e trattative di pace sotto l’egida dell’Onu. Dai ribelli è arrivato un “no” che più che di presa di posizione definitiva sa di rilancio: con l’America di Joe Biden impegnata direttamente per mettere fine al conflitto e l’Arabia Saudita del principe ereditario Mohammed bin Salman che sulla de-escalation punta per rilanciare le relazioni con Washington, sono gli uomini armati del Nord che ormai dai sei anni hanno il controllo di buona parte del Paese ad avere il coltello dalla parte del manico. E ne sono pienamente consapevoli. Fra le capitali dell’Oman e del Kuwait, le trattative per la pace vanno avanti da mesi, sempre più apertamente: e la certezza dei ribelli appoggiati dall’Iran è di avere in mano il momentum e di doverlo usare per spuntare garanzie quanto più favorevoli.

A guardare il braccio di ferro svilupparsi, sul terreno ci sono milioni di persone, vittime di quella che le Nazioni Unite definiscono “la più grave crisi umanitaria nel mondo“. Oltre 16 milioni di persone sono senza cibo e più di 2,2 milioni di bambini potrebbero essere colpiti da grave malnutrizione nel 2021, secondo le stime di Oxfam. A questo si aggiunge l’emergenza Covid, impossibile da governare in un Paese dove le strutture sanitarie sono al collasso, e l’intensificarsi dei combattimenti nell’aerea di Marib, nel Nord del Paese: diventata negli ultimi anni rifugio per migliaia di persone in fuga dalla guerra – prima del conflitto a Marib vivevano 500mila persone, oggi la città ospita oltre 750mila rifugiati, secondo i dati dell’agenzia Onu per i rifugiati, Unhcr – è ora il cuore della battaglia con cui gli Houthi sperano di strappare ulteriori fette di territorio al governo appoggiato da Riad.

“In Yemen occorrono strutture sanitarie che funzionino, scuole che non siano un bivacco per i soldati o che non cadano a pezzi, di infrastrutture, di opportunità di lavoro che permettano alle persone di garantire una vita dignitosa a sè stessi e alle proprie famiglie – dice Marianna Semenza, capo missione di Intersos nel Sud dello Yemen – Più in generale, ciò di cui il Paese ha bisogno è di una soluzione politica, a guida yemenita, che preveda il cessate il fuoco rispettato realmente da tutte le parti, la riapertura dei confini e garantisca la libertà di circolazione delle persone e delle merci. La soluzione militare ha ampiamente dimostrato la propria inadeguatezza e ne hanno pagato il prezzo le fasce più vulnerabili della popolazione”. Un auspicio che a sei anni dall’inizio della guerra non si può non condividere.

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