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La plastica che torna dal passato: ecco il museo dell’archeoplastica

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Bottiglie e contenitori di plastica di trenta, quaranta e persino cinquanta anni fa sono ancora tutti lì, perfettamente intatti. Qualcuno ha deciso di raccoglierli, per sensibilizzare il pubblico sull’argomento

Una crema solare di fine anni 70. Una Coca-Cola d’annata, di fine anni 80. Addirittura un Nelsen piatti degli anni 50, risalente al pieno boom economico d’Italia.

Benvenuti al Museo dell’Archeoplastica o, meglio, quello che sarà il museo dell’archeoplastica. Si tratta infatti di un progetto ancora in divenire (la campagna di crowfunding scade a fine aprile), ma che ha tutte le carte in regola – sarebbe più corretto dire “i polimeri” – per avere un successo garantito:, online ma soprattutto “dal vivo”.

Tutte le foto di questa pagina sono di Enzo Suma.

L’idea è venuta a Enzo Suma, guida naturalistica di Ostuni (Br) e fondatore dell’associazione Millenari di Puglia, con cui s’impegna nella valorizzazione del territorio e nell’educazione ambientale. «Dal 2018», racconta Suma, «siamo impegnati attivamente sul tema dell’inquinamento da plastica e organizziamo diverse giornate di raccolta collettiva, in particolare sulle spiagge. Io sono un accanito raccoglitore di “plastiche spiaggiate” ed è proprio durante queste raccolte che ho avuto l’idea del progetto».

È stato quando Suma ha rinvenuto in spiaggia un rifiuto di fine anni 60: una bomboletta spray Ambra Solare con il retro ancora leggibile che riportava, ovviamente, il costo in lire. «Da quella volta ho iniziato a raccogliere sempre più “reperti vintage”, di un’età variabile dai trenta ai sessant’anni. Ho raccolto oltre duecento prodotti databili tra gli anni 60 e 80: alcuni hanno un aspetto davvero vintage, oltre che il prezzo in lire».

Sono testimonianze che in alcuni casi possono suscitare nostalgia, ma devono soprattutto fare riflettere. Com’è possibile che bottiglie e contenitori di trenta, quaranta e persino cinquanta anni fa, siano ancora lì, così perfettamente intatti? «Tutto quello che abbiamo buttato in mare fino a ora è ancora tutto lì», risponde Suma. E questo ha un che di inquietante: «La plastica in mare è quasi eterna, e se non riduciamo la quantità di plastica che produciamo e buttiamo tra pochi anni in mare ci sarà più plastica che pesci».

Il museo dell’archeoplastica, quindi, che vuole essere virtuale, ma costruire anche un’appendice “reale” da portare in giro per le scuole, avrà anche e soprattutto il compito di sensibilizzare e aiutare a promuovere azioni finalizzate alla riduzione della produzione di rifiuti di plastica pro capite, puntando l’attenzione sulle plastiche usa e getta. «Il messaggio sarà chiaro», spiega Suma, «tutti possiamo fare la nostra parte e ogni contributo, se pur piccolo, è importante».

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