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“Le mucche indiane più emotive di quelle straniere. E hanno poteri speciali”: le tesi fantasiose nei testi universitari

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BANGKOK – Da secoli la mucca è un simbolo di sacralità per milioni di indiani che la identificano con Kamadhenu, miracoloso animale “dell’abbondanza” e “madre di tutti i bovini” nel cui corpo dimorano le principali divinità della cultura vedica.

Ma in questi giorni il tentativo di un apposito organismo governativo di dare valore scientifico a certe credenze mistiche ha preso una piega inaspettata dopo che la stessa National Cow Commission istituita dall’ultrareligioso partito Bjp del premier Narendra Modi ha dovuto sospendere il programma della scuola pubblica dedicato alle sue “superiori” proprietà terapeutiche e perfino “razziali”.

La stessa comunità scientifica indiana, timorosa di vedere coperta dal ridicolo a livello internazionale la sua autorità e quella delle stesse istituzioni educative del continente, è riuscita a convincere i politici nazionalisti a sospendere le lezioni che dovevano iniziare giovedì prossimo con materiale didattico zeppo di argomentazioni a dir poco contestabili.

Una delle tesi sostenute dalla commissione tecnica guidata da Vallabhbhai Kathiria, chirurgo ed ex parlamentare Bjp, è che la mucca indiana nota come zebù differisce dalle razze bovine dell’Occidente per certe qualità genetiche come la grande gobba sulla spalla e per il pronunciato accumulo di pelle sul collo (giogaia) che la rende “più tollerante al caldo, alla siccità, nonché maggiormente resistente ad alcune malattie, sebbene produca meno latte”. Non solo. All’interno della sua gobba – spiega il testo, sospeso ora a tempo indeterminato – “c’è un impulso solare noto per assorbire la vitamina D dai raggi del sole e rilasciarla nel suo latte”. Niente a che vedere, dunque, con razze di mucche come la cosiddetta “Jersey” prive di tali miracolose prerogative.

Ma a distinguere le mucche indigene da quelle straniere c’è – secondo gli scienziati induisti della commissione come il dottor Pureesh Kumar – una spiccata “emotività” verso gli umani e altri esseri viventi”. Le nostre mucche “sono vigili e forti”, spiegano i testi del programma pubblico, contrariamente alle “pigre” cugine d’olteoceano.

Pur se non obbligatorio, il corso di studi prevedeva la concessione di una borsa di studio dalla University Grants Commission, un’agenzia federale che incoraggiava gli studenti a studiare e sostenere l’esame come attività extracurricolare. Sono stati proprio questo e altri privilegi accademici a far sollevare istituzioni indipendenti come l’India Knowledge and Science Society. “Non c’è niente di scientifico nell’affermare che il letame della mucca indiana riduce perfino le radiazioni”, ha spiegato alla stampa Komal Srivastava, funzionario della società di divulgazione scientifica. “Se vogliamo insegnare ai bambini le qualità delle mucche – ha aggiunto – dobbiamo affidarci alla conoscenza scientifica e non alla mitologia”.

Molti altri studiosi hanno spiegato che grazie a borse di studio e promesse facilitazioni come un certificato di partecipazione valido nei futuri punteggi accademici, gli studenti si sarebbero sentiti messi sotto pressione dal governo e dagli stessi genitori che li avrebbero spinti a sostenere l’esame che prevede perfino un premio in denaro per i migliori tra loro. Nivedita Menon, docente di teoria politica della prestigiosa Jawaharlal Nehru University di Delhi, ha accusato il partito del premier Modi di voler “annullare completamente la ricerca e il pensiero critico”.

In India urina e sterco di mucca sono ampiamente usati nella medicina ayurvedica e nei farmaci ‘naturali’ propagandati per curare il Covid e per la stragrande maggioranza induista la venerazione per l’animale sacro ha portato alla nascita di violenti gruppi di vigilantes in difesa della mucca, e in vari stati specialmente del nord – nella cosiddetta cow belt – la cintura delle vacche – sono state uccise decine di persone da folle di fanatici che li accusavano di aver consumato o venduto carne bovina.

In Uttar Pradesh, guidato da un santone hindu di nome Yogy Adityanath, ma anche altrove, sono stati istituiti decine di “rifugi” per ospitare gli animali che spesso vagabondano nelle città e in periferia nutrendosi di spazzatura e perfino plastica. Ma in numerosi casi l’enorme numero di mucche abbandonate dai proprietari dopo che smettono di produrre latte sono diventate un problema per lo stesso traffico urbano e l’igiene pubblica, senza contare l’annoso dilemma della produzione di gas considerati micidiali per l’effetto serra.

Quanto alla liceità accademica dei corsi proposti dalla Commissione governativa, la costituzione liberale indiana post coloniale prevede un programma scolastico secolare che rispetti le credenze e abitudini anche delle minoranze religiose ed etniche come musulmani, sikh e cristiani, senza considerare i cosiddetti Fuoricasta dalit che in generale non hanno alcun pregiudizio verso la carne bovina.

Grazie alla stessa carta magna diversi Stati del continente del resto non applicano regole proibizioniste come quelle imposte in Uttar Pradesh, Bihar, Rajasthan e Madhya Pradesh. Diversi studiosi hanno ricordato che certe scuole vediche – come quelle dei seguaci del Gopatha Brahmana – prevedevano fin dall’antichità perfino sacrifici di mucche e tori per ingraziarsi gli dèi come Indra, Mitra e Varuna.

Ma da quando Modi è salito al potere nel 2014 il Bjp ha intrapreso una incessante campagna ritenuta estremamente divisiva per rendere l’India uno stato a base religiosa hindù. Interi libri di testo sono stati riscritti e sono stati cambiati con termini induisti gli antichi nomi di città islamiche. Poco più di un anno fa, il Parlamento ha approvato una legge sulla cittadinanza che discrimina apertamente i musulmani scatenando grandi proteste in tutto il paese, interrotte con i divieti di assembramento all’indomani della pandemia di Covid.

Tra le contraddizioni di un continente dove la venerazione per la mucca ha raggiunto livelli di fanatismo senza paragoni al mondo, c’è il fatto che la carne bovina indigena continua a essere ampiamente commerciata all’estero. Nel 2015 aveva superato il riso basmati come maggiore prodotto da esportazione agricola, con uno dei più grandi macelli ubicato alla periferia di Hyderabad e gestito da membri delle caste più alte tradizionalmente vegetariane.

Ma nonostante tutto l’India resta uno dei più bassi consumatori pro capite di carne bovina e ogni indiano ne mangia in media 0,5 chilogrammi all’anno, rispetto ai 2,6 chilogrammi degli etiopi, i 9,3 chilogrammi dei vietnamiti e i 26,1 chilogrammi per ogni americano.

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