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Ciro, transgender recluso in carcere femminile. Arcigay a iNews24: “Burocrazia dimentica questioni di genere”

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Ciro Migliore è finito in manette nell’ambito di un’operazione antidroga insieme ad altre 24 persone, con l’accusa essere un pusher. È il fidanzato transgender di Maria Paola Gaglione, morta a settembre ad Acerra, provincia di Napoli, dopo una caduta dallo scooter.

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La coppia è stata inseguita dal fratello della giovane, Michele Antonio, oggi accusato di omicidio volontario. La transfobia è stata considerata da molti il possibile movente dell’inseguimento. I familiari invece, hanno sempre affermato che Michele Antonio era contro la relazione perché non riteneva il fidanzato della sorella una “persona affidabile”.

Ciro e Maria Paola
Instagram via @ciromigliore_

Ciro Migliore è recluso nel carcere femminile di Pozzuoli, pur considerandosi un uomo. Per una “questione di burocrazia”, come dice Daniela Falanga, presidente dell’Arcigay di Napoli, che fin dall’inizio ha seguito la storia del giovane: “Sono stata la prima a gestire la situazione di Ciro dal punto di vista mediatico, perché non si riconosceva la sua identità di genere. Ho esposto qual è la realtà dei fatti in merito alla sua identità di genere”, racconta ai microfoni di iNews24.it. Interviene anche Antonello Sannino, segretario dell’Arcigay di Napoli.

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Daniela Falanga, presidente Arcigay Napoli: “Non si rivolve la questione dell’identità di genere”

Daniela, sembra essersi posto lo stesso problema di qualche tempo fa: l’identità di genere di Ciro Migliore, recluso nel carcere femminile di Pozzuoli perché sulla carta di identità è ancora una donna.

Si tratta di un problema normativo, burocratico. Sicuramente non si risolve ancora la questione dell’identità di genere, quando si fa riferimento alle persone trans. Non ci sono norme che regolino corpi e la dimensione di genere. Il tema non viene gestito nei termini oggettivi. Purtroppo c’è questo paradosso che un uomo si possa ritrovare in reparti femminili. Se non ci sono norme a specificare dove le persone vadano collocate in carcere, è ovvio che valga il documento. E in questo momento “donna” non descrive il vero sesso di Ciro, che è appunto maschile”;

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Come si affronta la questione dell’identità di genere nelle carceri?

A Pozzuoli c’è una sensibilità importante. Noi ci siamo sempre attivati con la direzione ed abbiamo sempre trovato accoglienza rispetto ai temi di cui trattiamo. Non ci preoccupiamo, perché c’è tutta la sensibilità possibile e tutela totale rispetto alla persona detenuta, quando si tratta di trans. Vengono trattate con molta sensibilità. Abbiamo una comunicazione importante con la direzione e siamo tranquilli su questo, poniamo totale fiducia nelle istituzioni carcerarie”;

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Lo sportello Al di là del Muro verrà attivato anche al carcere di Pozzuoli

Antonello, ci parla dello sportello Al di là del Muro di Poggioreale?

È sportello attivo da anni ed è uno dei pochi Lgbt attivi in Italia, sicuramente l’unico al Sud. Facciamo un lavoro sia con le detenute transessuali sia con i detenuti omosessuali. Abbiamo iniziato anche progettazioni importanti. Anche a Pozzuoli stiamo lavorando con la direzione del carcere per avviare un protocollo simile. Io comprendo anche le strutture detentive: se risulta sul documento “sesso femminile”, c’è difficoltà su dove inserire i detenuti e le detenute. La direzione del carcere ha avuto la sensibilità di chiamarci per attivare un percorso con le detenute omosessuali e con i detenuti transessuali f to m (da donna a uomo ndr.). Mi sento di dire che ci sarà una forte attenzione alla dignità della persona. Faremo una telefonata alla direzione di Pozzuoli per capire come dare la massima dignità possibile e supportare questo aspetto”;

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Daniela, lei cosa ne pensa?

Vogliamo attivare lo stesso sportello Al di là del Muro anche a Pozzuoli, ci stiamo organizzando da diversi mesi e speriamo di attivarlo tra poco”;

Come ha preso la notizia dell’arresto di Ciro?

Quello che posso dire è che ha sempre denunciato pubblicamente il suo passato. Parliamo di cose risapute. Lui non si è mai sottratto e ha sempre detto la verità. Lui viene da un contesto in cui è inevitabile ereditare una cultura di questo tipo, anche delinquenziale”;

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Il Parco Verde “è un ghetto. Si fa fatica ad uscirne”

Si spieghi meglio…

L’ha ereditata al Parco Verde, che è un ghetto. E c’è poco da fare, il ghetto è culturale. Si fa fatica ad uscirne, si creano catene paradossali di delinquenza, perché non c’è lo Stato, la possibilità di uscirne e di avere un confronto altro. Sono ghetti tutte le cosiddette “palazzine”, dove la cultura predomina sulla maggior parte degli abitanti. Un ragazzino, dall’adolescenza all’età adulta, fa fatica a rompere queste catene. Bisogna fare un’analisi importante e contestuale su questa faccenda e sull’area geografica, perché altrimenti non ne usciremo mai e non capiremo perché succedono queste cose. Non parlo solo di Ciro, ma anche di tanti ragazzi che si trovano in situazioni simili. Se non analizziamo la questione per quella che è non li aiuteremo. Le persone che conosco e che abitano in questi contesti, mi raccontano le stesse esperienze. Gli incolpevoli diventano colpevoli: i ragazzini che non sanno cosa fare e si reinventano in un retaggio culturale che purtroppo è quello”;

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Non c’è libertà di scegliere se uscire da quel contesto e cambiare vita, oppure restare e non avere alternative?

Quando sei piccolo questa scelta non è facile, soprattutto quando non hai gli strumenti culturali. C’è bisogno di genitori, familiari che ti facciano avere gli strumenti per uscire dai ghetti, altrimenti resti lì. Per me, un’analisi di questo tipo, è chiara”.

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