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La promessa di Biden agli americani: “Entro luglio vaccineremo tutti”

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New York – “Tutti gli americani che lo vogliono saranno vaccinati entro fine luglio”. Joe Biden lancia questa promessa da una fabbrica della Pfizer nel Michigan. Il chief executive della multinazionale farmaceutica, Albert Bourla, conferma che il traguardo è raggiungibile: “Stiamo raddoppiando la produzione, da cinque a 10 milioni di dosi settimanali, consegneremo 120 milioni di dosi entro fine marzo”.

L’obiettivo di una immunità di gregge entro l’estate è realistico, visto che a fine luglio dovrebbero aver ricevuto almeno una dose 300 milioni di americani, che è perfino più della totalità della popolazione vaccinabile (al momento non è prevista l’inoculazione sotto i 16 anni).

L’accelerazione degli Stati Uniti è netta, si avvicina ormai al 20% del totale la popolazione che ha ricevuto almeno una dose, quasi il quadruplo dell’Unione europea. Il dato ha una valenza maggiore da quando si è scoperto che basta la prima dose Pfizer per raggiungere un’alta quantità di anticorpi e quindi una difesa immunitaria potente.

La performance americana ha molte cause, la prima spiegazione risale all’amministrazione Trump che puntò sui vaccini giusti (Pfizer e Moderna), finanziò in anticipo la ricerca e sviluppo investendo sette volte più dell’Unione europea, e decise procedure velocissime per l’approvazione dei vaccini da parte dell’authority dei farmaci, la Food and Drug Administration.

Già sotto l’Amministrazione Trump era stabilito che la campagna dell’immunizzazione sarebbe stata universale e gratuita: non occorre essere assicurati, il vaccino viene fornito anche agli immigrati senza permesso di soggiorno, non ci sono discriminazioni. Biden ha ereditato una macchina che già funzionava e ci ha aggiunto del suo: più fondi (altri 20 miliardi di dollari sono previsti per le vaccinazioni nella nuova manovra di spesa pubblica presentata al Congresso).

Il chief executive della Pfizer ha dato atto che il potenziamento della capacità produttiva è facilitato perché Biden ha attivato una legge di guerra, il Defense Production Act, che consente requisizioni per sbloccare strozzature nelle forniture di componenti essenziali per la produzione del vaccino. La Pfizer ha potuto aggiungere una quarta fabbrica “in rete” alle prime tre che sul suolo statunitense stanno fabbricando il vaccino.

Già operano a pieno ritmo quelle di Kalamazoo (Michigan) visitata venerdì sera da Biden, Saint Louis (Missouri) e Andover (Massachusetts). Entro qualche giorno alcuni componenti verranno fabbricati in un quarto stabilimento, a McPherson (Kansas). Le forniture al governo federale americano non vengono sottratte all’Ue, che è approvvigionata da stabilimenti Pfizer sul Vecchio continente.

Se l’ulteriore accelerazione impressa da Biden sembra poter avvicinare i tempi dell’immunità di gregge e rafforzare la ripresa economica, restano punti interrogativi. Il più immediato riguarda la riapertura delle scuole. Biden l’aveva promessa entro i primi 100 giorni di governo, quindi entro fine aprile. Il calendario delle riaperture per l’insegnamento nelle classi dipende dai governatori. In molti Stati i sindacati di insegnanti e personale scolastico fanno resistenza. Perciò la California si è aggiunta ad altri Stati che stanno accelerando i piani di vaccinazione per chi lavora a scuola. Le altre incognite riguardano il pericolo che delle varianti del Covid diventino prevalenti prima ancora che si raggiunga l’immunità di gregge.

Sul fronte della cooperazione internazionale, Biden ha voluto marcare la discontinuità con Trump. Il rientro nell’Organizzazione mondiale della sanità e la partecipazione alla campagna globale Covax appartengono alla sfera dei simboli. Nella sostanza i 4 miliardi di dollari promessi da Biden (in due anni) per i vaccini ai Paesi poveri sono un’inezia rispetto a quello che l’America ha speso e spende per immunizzare i propri cittadini. D’altronde il bilancio qui si avvicina ai 500mila morti; contagio e mortalità nei Paesi in via di sviluppo sono molto inferiori.

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