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Catalogna al voto, gli indipendentisti puntano alla maggioranza assoluta per rilanciare la sfida a Madrid

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BARCELLONA – È corsa a tre per il governo della Catalogna, con le due principali forze indipendentiste che cercano di contrastare l’avanzata dei socialisti. Seggi aperti dalle 9 fino alle 20 nella regione che torna alle urne per la prima volta dopo la crisi istituzionale del 2017: allora fu direttamente il governo centrale di Mariano Rajoy a convocare le elezioni mentre l’amministrazione locale era stata commissariata dopo il referendum illegale del 1° ottobre. Oggi la situazione è molto lontana da quei picchi di tensione, ma non mancano le incertezze. Si vota in piena pandemia (eccezionali le misure adottate per garantire la sicurezza ai seggi), con un alto numero di indecisi (oltre il 35 per cento secondo gli ultimi sondaggi) che potrebbe riflettersi anche sulla bassissima affluenza (prevista intorno al 58 per cento, mentre il 21 dicembre 2017 aveva sfiorato l’80 per cento).

Secondo l’ultimo sondaggio, pubblicato ieri su El Periòdic d’Andorra (quindi formalmente all’estero, perché in Spagna è vietato diffonderli durante la campagna elettorale) il socialista Salvador Illa, dato fino a venerdì in leggero vantaggio, ora sarebbe appaiato al candidato indipendentista di Esquerra Republicana, l’attuale presidente regionale Pere Aragonès: 31-33 è la forchetta di seggi per entrambi i partiti (su un totale di 135 seggi del Parlamento catalano: la maggioranza assoluta è 68). Al terzo posto, ma in possibile rimonta – gli esperti dicono che potrebbe essere avvantaggiata proprio dalla bassa affluenza – è Laura Borràs, candidata del partito dell’ex presidente Carles Puigdemont, Junts per Catalunya (l’ultimo sondaggio attribuisce a Junts fra i 28 e i 30 seggi).

È probabile che le due formazioni insieme – e con il sostegno della Cup, l’estrema sinistra indipendentista – possano confermare la maggioranza che ha consentito loro di guidare il governo della Generalitat nell’ultima legislatura, interrotta con quasi un anno di anticipo dalla destituzione dell’ex presidente Quim Torra (fedelissimo di Puigdemont), condannato dal Tribunale supremo catalano e interdetto dai pubblici uffici per aver esposto al balcone della sede regionale uno striscione in cui si chiedeva la “libertà dei prigionieri politici”, i nove dirigenti incarcerati per sedizione in seguito al referendum illegale del 2017.

Ma conoscere quale dei due partiti prevarrà sull’altro è fondamentale non solo per sapere che orientamento prenderà la sfida separatista nei prossimi anni, ma anche perché il risultato potrebbe avere conseguenze sulla politica nazionale e sulla stabilità del governo Psoe-Unidas Podemos guidato da Pedro Sánchez. Esquerra Republicana (Erc) è infatti indispensabile per garantire la solidità dell’esecutivo di Madrid: un anno fa favorì l’investitura di Sánchez alla presidenza, nelle ultime settimane ha votato sì alla legge di bilancio e si è trovato d’accordo con i socialisti sulla necessità di riprendere il tavolo negoziale sul futuro della Catalogna.

Motivi per i quali è stato preso di mira da Junts per Catalunya, che ha posizioni più radicali: non esclude un nuovo strappo con Madrid – cioè una nuova dichiarazione unilaterale d’indipendenza – se l’insieme delle forze indipendentiste dovesse raggiungere non solo la maggioranza assoluta dei seggi (l’ha già ottenuta più volte) ma anche quella dei voti: sarebbe l’attesa prova del fatto che la società catalana è maggioritariamente indipendentista. Resta comunque una regione spaccata in due e per Erc, su posizioni più dialoganti, può diventare imbarazzante appoggiare un nuovo esecutivo regionale che nasce con un’impronta così radicale. Tantopiù che la candidata di Junts è attualmente indagata per malversazione e frode amministrativa: un eventuale rinvio a giudizio potrebbe creare enormi problemi a tutto il movimento indipendentista.

Ma l’accordo siglato nei giorni scorsi, con il quale tutte le forze indipendentiste si impegnano a non stipulare alcun patto con i socialisti, sembra sbarrare la strada a qualunque alternativa (a meno di ripensamenti, soprattutto da parte di Esquerra). Illa potrebbe anche vincere le elezioni, ma le possibilità di formare un governo senza il sostegno degli indipendentisti moderati sono pressoché nulle. Anche perché il fronte degli “unionisti” si arricchirà per la prima volta di un inquilino scomodo come l’ultradestra di Vox, dato alla pari, o addirittura in vantaggio, rispetto alle altre due formazioni del centrodestra. Un partito con il quale né i socialisti né tantomeno En Comú Podem (la formazione di Ada Colau, la sigla catalana vicinissima a Podemos) potranno mai scendere a patti. Il resto della destra è in caduta libera. Ciudadanos, che tre anni fa fu il primo partito con 36 seggi, potrebbe fermarsi a 8-9, perdendo tre quarti dell’elettorato. Il Partito Popolare, da sempre il fanalino di coda in Catalogna (4 seggi nel 2017) sembrava destinato a recuperare qualcosa, ma poi è stato nuovamente stroncato dal riemergere dei vecchi scandali di corruzione dei governi Aznar e Rajoy. 

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