TECNOLOGIA

Nella giungla delle app per il controllo parentale, minaccia per bambini e genitori

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Dovrebbero controllare quel che fanno i nostri figli con lo smartphone, spesso finiscono per comunicare le loro attività anche a social network, colossi del Web e aziende pubblicitarie. Il mondo delle app per il controllo parentale, che si presentano come una barriera per i minori contro i pericoli del digitale, si scopre così essere una giungla. La fotografia dai toni cupi è contenuta nell’ultimo rapporto degli istituti di ricerca spagnoli Imdea, pubblici e fondati dalla regione di Madrid, realizzato con lo svizzero Spring Lab Epfl e intitolato “Angeli o diavoli? Uno studio sulla privacy delle app mobile per il parental control”.

“Ne abbiamo analizzate ben 46 per Android e nel 75 per cento dei casi contenevano librerie di dati condivise con terze parti, in particolare compagnie specializzate in promozioni, social media e servizi di analisi”. A raccontarlo da Madrid è Alessandra Gorla, 39 anni, originaria di Cantù, che da sei anni lavora come ricercatrice all’Imdea Software Institute. Assieme ad un altro italiano, Paolo Calciati, è una delle firmatarie del rapporto realizzato con i colleghi Álvaro Feal e Narseo Vallina-Rodríguez dell’Imdea Networks Institute e Carmela Troncoso dello Spring Lab EPFL di Losanna.

La dipendenza della nostra società dagli smartphone per svolgere le attività quotidiane è aumentata drasticamente nell’ultimo decennio e bambini non fanno eccezione, fa notare il rapporto. Nel Regno Unito, il 47 per cento di chi ha tra gli 8 e gli 11 anni possiede un tablet e il 35 uno smartphone. Ma sono numeri che una volta entrati alle medie aumentano in maniera esponenziale. Nel nostro Paese, sostiene l’ospedale pediatrico Bambino Gesù, il 98 per cento dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni ha un telefono a partire dai 10 anni, mentre oltre tre adolescenti su dieci lo utilizzavano già prima dei 12 anni.

Sfortunatamente Internet ospita una grande quantità di contenuti potenzialmente dannosi per i bambini, iniziando dai contenuti violenti, che sono facilmente accessibili. E gli stessi ragazzi possono inconsapevolmente esporsi a dei rischi comunicando dati sensibili. Le app per il controllo parentale dovrebbero in teoria metterli al riparo e in parte lo fanno. Peccato che poi condividano informazioni personali spesso in barba allo stesso Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (Gdpr) in vigore in Europa.

“Il 67 per cento delle app analizzate comunica a terzi dati privati senza il consenso dell’utente”, spiega Alessandra Gorla. “Non solo. Abbiamo fatto un’analisi di tutti i contratti d’uso di queste app dove dovrebbe esser scritto in modo esplicito cosa fanno e invece circa la metà menziona solo parzialmente cosa trasmettono all’esterno. In sei casi non viene nemmeno impiegato un sistema crittografico: i dati sensibili sono inviati in chiaro senza alcuno scudo”.

Le 46 app analizzate, tutte in ambiente Android, sono divise in due categorie: la prima è stata pensata per far sapere ai genitori cosa avviene sullo smartphone del proprio figlio o figlia, dalla posizione ai contatti, fino ai siti visitati; alla seconda categoria appartengono invece i servizi più invasivi che permettono di bloccare le chiamate ad un certo numero o vietare la visita a determinati siti web. Hanno quindi un accesso pressoché illimitato al telefono e raccolgono di conseguenza una grande quantità di informazioni sulle abitudini dei minori.

Mmguardian, Secureteen, Safekids, Shieldmyteen, Safekiddo, Familytime sono alcune delle app messe sul banco degli imputati da Imdea e Spring Lab Epfl, la maggior parte delle quali disponibili anche in Italia. La lista completa la trovate nell’ultima pagina della ricerca a questo indirizzo. Ora Alessandra Gorla e i suoi colleghi sono ora a lavoro sul mondo Apple, ma ci vorrà ancora qualche mese prima di avere i risultati. 

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