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“Pressioni della regina Elisabetta contro la legge che la obbligava a svelare le sue ricchezze”

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LONDRA. “La Regina ha fatto pressioni negli anni Settanta sul governo britannico per cambiare le leggi, in modo da non dover rendere pubblico il suo vero patrimonio”. La bomba la lancia il “Guardian” e la notizia innesca immediatamente la reazione di Buckingham Palace: “Elisabetta II non ha mai fatto pressioni, né bloccato alcuna legge. Sono state seguite le normali procedure” costituzionali. 

Tuttavia, i documenti recuperati dal Guardian nei faldoni degli archivi nazionali sono scottanti e imbarazzanti per la Casa Reale. Siamo nel 1973 e l’allora governo conservatore di Ted Heath si appresta a approvare in Parlamento una legge sulla trasparenza degli asset, partecipazioni finanziarie e patrimoni dei cittadini britannici. O forse, solo dei suoi sudditi, secondo la ricostruzione del quotidiano inglese. Perché secondo i file consultati, la sovrana e il suo staff si sarebbero mossi in anticipo per annacquare quello “sgradito” disegno di legge, che Elisabetta ha potuto leggere in anteprima in base alla “Costituzione” britannica, o meglio dalle sue convenzioni visto che non ne esiste una organica a parte le fondamenta della Magna Carta del 1215. 

Allora, sempre stando al Guardian, gli avvocati di Elisabetta si sarebbero subito attivati con l’allora Ministero del Commercio e dell’Industria per “ritoccare” il disegno di legge, in quanto la regina non sarebbe stata disposta a rivelare tutte le sue fonti di ricchezza. E così sarebbe stata esentata. Ma il Palazzo Reale non ci sta: “Si tratta di un processo legislativo in cui il ruolo della Regina è puramente formale, non è corretto dire che la sovrana abbia influenzato le decisioni prese: questa è materia del Parlamento”.

La vicenda tocca un nervo delicato della politica britannica e della separazione tra Stato e Monarchia. Come sovrana e per convenzione storica in Regno Unito, Elisabetta II non si esprime mai sulle vicende politiche, così come il resto della famiglia reale. Né può bloccare una legge, come per esempio ha facoltà il presidente della Repubblica italiana. Anzi, in teoria la Regina potrebbe farlo perché non c’è alcuna legge o Costituzione scritta che lo vieti esplicitamente. Ma nell’esemplare equilibrio tra poteri raggiunto dalla democrazia britannica, per convenzione il sovrano non lo fa dal 1707.

Attenzione però. Perché questo è il cosiddetto “Royal assent”, ossia lo scontato assenso della sovrana alle leggi già approvate dal Parlamento britannico, che lei bollina tutte, come gesto formale, in nome della sua posizione apolitica. Il caso tirato fuori dal “Guardian”, invece, implica quello che nel gergo costituzionale oltremanica è il “Queen’s consent”, ossia la possibilità per Elisabetta di visionare (e poi approvare formalmente) alcuni disegni di legge che “potrebbero avere un impatto sulle prerogative o sugli interessi della Corona” prima che questi vadano al vaglio del Parlamento. Un’altra convenzione reale e costituzionale. Ma è questo l’inghippo secondo il Guardian: ovvero, la sovrana avrebbe approfittato del Queen’s consent per fare pressioni a governo e dunque far modificare quella legge a suo favore. Ma Buckingham Palace smentisce: “È falso”.

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