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Il Super Bowl segnato dal Covid, manca il clima di unità nazionale: le due Americhe non si riconciliano

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New York – Un anno fa a quest’epoca, era stato il Super Bowl dei miliardari in campagna elettorale: Donald Trump e Michael Bloomberg si erano affrontati con spot pubblicitari da 10 milioni di dollari. Questo è stato il Super Bowl del Covid, sconvolto in ogni dettaglio dalla pandemia. Joe Biden e la First Lady Jill (che lo hanno seguito da casa) in un video pre-registrato hanno ringraziato il personale sanitario in prima linea nella battaglia contro la pandemia. Il presidente ha chiesto un minuto di silenzio per commemorare gli oltre 400.000 americani morti per il virus. Ha lanciato un appello a tutti i cittadini perché rispettino le regole: maschere, distanze di sicurezza, e vaccinarsi senza indugi quando arriva il proprio turno. Ha definito le scuole chiuse “un’emergenza nazionale”, da risolvere al più presto. Ha chiuso con un augurio: “Tra un anno, se Dio vuole, Super Bowl con lo stadio pieno”.

Lo era solo in apparenza, infatti, il Raymond James Stadium di Tampa, Florida. Sui 65.000 posti della capienza normale, solo 25.000 erano occupati da spettatori in carne ed ossa, di cui 7.500 medici e infermieri invitati come ospiti d’onore. La maggioranza dei posti erano occupati da sagome di cartone: con immagini di celebrity come Eminem, Drake, Billie Eilish, oppure semplici spettatori che hanno pagato 100 dollari per l’onore di essere presenti sugli spalti virtualmente, con la propria foto stampata su una sagoma. Nonostante queste precauzioni, alcuni esperti temono che il Super Bowl sarà ricordato soprattutto come un evento Super Spreader, super-diffusore, cioè uno di quei raduni di massa che scatenano un nuovo picco di contagi.

Super Bowl eccezionale, segnato dalla tragedia nazionale, ma non abbastanza da far sentire un’atmosfera di unità, tantomeno di riconciliazione tra le due Americhe (che entro poche ore rimetteranno in scena la loro lacerazione, con il procedimento d’impeachment di Trump al Senato). I veterani dell’evento sportivo ricordano dei precedenti ben diversi: come il primo Super Bowl con Tom Brady, nel 2002, in un’America ancora in lutto per l’attacco dell’11 settembre, con misure di sicurezza eccezionali attorno allo stadio, ma in un clima di unione nazionale che oggi manca; o quello del 1991 all’inizio della guerra del Golfo, con l’inno nazionale cantato da Whitney Houston, a un’epoca in cui il patriottismo era ancora un collante bipartisan.

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