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Per la sentenza ci vogliono due anni, ma la gogna scatta subito

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Come lavorano i magistrati

Viviana Lanza — 7 Febbraio 2021

Per la sentenza ci vogliono due anni, ma la gogna scatta subito

I tempi dei processi sono diventati più lunghi. Colpa del Covid si dirà. Sta di fatto che la giustizia diventa sempre più lenta, e quindi sempre meno giusta. Nel settore penale i tempi dei procedimenti sono assai variabili, dipendono dalle fasi in cui si trova il processo, dal numero di imputati, dalla complessità delle fonti di prova da analizzare. Tuttavia, secondo l’ultimo report sulla giustizia napoletana presentato in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, la metà dei processi definiti nel 2020 in primo grado, dinanzi al tribunale collegiale, ha avuto una durata superiore ai 2 anni, per cui su 558 processi definiti 242 hanno avuto un tempo superiore ai due anni, mentre solo 129 si sono risolti in 6 mesi e appena 73 entro l’anno, mentre per i dibattimenti dinanzi al giudice monocratico il bilancio del 2020 ha fatto registrare, su 10.310 processi definiti, 4.229 con durata superiore ai due anni e solo 1.696 chiusi entro i sei mesi.

Meno biblici i tempi della definizione delle udienze preliminari e dei riti abbreviati, il che appare anche scontato visto che si tratta di una tappa del processo che, lo dice anche il nome, prevede un’accelerazione sui tempi del processo evitando di ascoltare testimoni in aula e basando la valutazione sui soli atti del fascicolo. Ebbene, nel 2020 quasi tutte le udienze davanti a gip/gup sono state definite in tempi rapidi, per cui dei 19.995 procedimenti ben 17.346 sono stati definiti entro sei mesi. Quanto alle indagini, i tempi variano a seconda della complessità dei casi e della tipologia dei reati contestati: nell’ultimo anno si sono contati 6.725 fascicoli che si trascinano da oltre due anni e 18.934 definiti in sei mesi su un totale di 35.896 casi finiti sotto la lente della Procura di Napoli.

Il vero collo di bottiglia della giustizia napoletana resta, tuttavia, la Corte di Appello dove, nonostante gli sforzi organizzativi per compensare le croniche carenze di organico tra il personale della magistratura e quello amministrativo, i tempi di definizione non sempre sono stati inferiori ai due anni e la prescrizione è intervenuta nel quasi 40% dei casi, quindi quasi nella metà dei processi approdati in secondo grado. Che giustizia è questa? Viene da chiederselo: chi è vittima aspetta una giustizia che arriva molto in tardo o addirittura non arriverà mai e chi è innocente deve aspettare troppi anni prima di vedere riabilitate la propria immagine, la propria onestà, la propria professionalità.Basta leggere le cronache di questi ultimi giorni per capire di cosa parliamo: l’ex parlamentare antimafia Lorenzo Diana è stato scagionato, con inchiesta archiviata, dopo 1991 giorni di attesa; l’avvocato penalista Raffaele Chiummariello è stato scagionato, con caso archiviato, dopo più di dieci anni di indagini; il regista e professore dell’Accademia di Belle Arti Stefano Incerti è stato scagionato per il caso di abusi sessuali ai danni di studentessa che un anno fa aveva fatto nascere l’inchiesta della Procura di Napoli e sollevato un gran polverone mediatico con tanto di gogna social (gogna che per il prof ora continua visto che si sta indagando sull’accusa di un’altra studentessa che dopo il clamore del primo filone investigativo ha raccontato di essere stata palpeggiata all’uscita di un’aula nel 2015).

E proprio la gogna social e mediatica è l’altro risvolto di indagini e processi subito spettacolarizzati ma definiti poi in tempi tutt’altro che ragionevoli. Infine c’è la prescrizione, quella su cui il presidente della Corte d’Appello Giuseppe De Carolis di Prossedi si è soffermato analizzando i dati del bilancio giudiziario del 2020: «È una sconfitta per la giustizia e determina la sostanziale impunità per tutti i reati cosiddetti minori, tra cui anche alcuni particolarmente allarmanti come le truffe agli anziani o le lesioni personali. Ma d’altra parte in assenza della prescrizione la pendenza inevitabilmente salirebbe e aumenterebbe la durata dei processi, con la conseguenza che l’imputato eventualmente innocente rimarrebbe sotto processo per un tempo lunghissimo e anche un’eventuale condanna che giungesse a molti anni di distanza dai fatti rischierebbe di essere inutile». 

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