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Intervista a Gianni Cuperlo: “Con Draghi ma niente sovranisti”

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La crisi della politica

Umberto De Giovannangeli — 5 Febbraio 2021

Intervista a Gianni Cuperlo: “Con Draghi ma niente sovranisti”

Non gioca in difesa, ma rilancia. E spiega, fuori da ogni tatticismo, il senso del Pd per il Governo Draghi. La parola a Gianni Cuperlo, presidente della Fondazione Pd.

La scelta di Draghi, al di là dell’indiscutibile spessore della persona, segna davvero la “morte della politica” o comunque di un suo commissariamento?


L’annuncio sulla morte della politica di solito fa pendant con l’altra sentenza sul superamento del confine tra destra e sinistra. Entrambe hanno come punto di caduta la negazione della democrazia nella sua radice. Quindi no, non penso che si sia consumata una morte della politica. Come in altri momenti si è prodotto uno scontro tra visioni diverse. Quella di Italia Viva ha trovato conferma nell’epilogo della crisi. Loro volevano abbattere la formula stessa di governo sperimentata dopo l’estate del Papeete. In cima alla lista da colpire c’era il premier e assieme a lui l’alleanza tra Pd, 5 Stelle e Leu. Noi, non da soli, abbiamo perseguito una strategia diversa, direi opposta, che ha mirato attraverso quella maggioranza a ricondurre l’Italia dove ha da stare, nel solco dell’europeismo migliore che poi era ed è la sola condizione se vogliamo affrontare i danni della pandemia offrendo alla società e all’economia italiana una prospettiva per il futuro. In mezzo a limiti e difficoltà questo obiettivo è stato raggiunto ed è un merito che rivendico perché è vero, viviamo la crisi più pesante del dopoguerra, ma con la chance di un volume di risorse senza precedenti che abbiamo ottenuto anche in ragione di una correzione di rotta dopo la stagione del governo giallo verde. In tutto questo vedo un merito della politica, la nostra, e un demerito della politica di chi ha preferito per un interesse di parte lanciare la nave contro gli scogli.

La scelta del gruppo dirigente del Pd di “immolarsi” per il Conte ter non ha finito per rivelarsi un esiziale errore politico?


Non ci siamo immolati, abbiamo difeso un punto di equilibrio dentro una coalizione tra diversi. Poi avremo modo di discutere sui limiti dell’esperienza e del resto per primi avevamo chiesto un cambio di passo. Se però vogliamo entrare nel merito bisognerebbe capire perché Conte andava bene quando il governo è nato e lui era reduce dalla guida di una maggioranza con la Lega e non andava bene un anno e mezzo più tardi dopo che aveva condiviso con la nuova maggioranza l’aggancio all’Europa, il contrasto alla pandemia e il superamento dei decreti Salvini. La verità è che dietro lo scudo della verifica sul programma c’era chi voleva chiudere una esperienza politica anche a costo di aprire una crisi al buio. Noi sino all’ultimo abbiamo lavorato contro quella scelta giudicandola irresponsabile.

Quindi ancora una volta è tutta colpa di Renzi e di Italia Viva?


Dico che quanto è accaduto negli ultimi due mesi è sotto gli occhi e ciascuno è in grado di giudicare. Con l’aggravante che chi ha voluto il precipitare della crisi ha usato l’argomento del bene comune per mascherare un interesse di parte e di potere. Ma questa, ripeto, non è la morte della politica. Questa è una precisa idea della politica e non è la nostra.


Adesso cosa accadrà? E comunque siete sempre orientati a votare la fiducia a Draghi “a prescindere”?


Mario Draghi è riconosciuto come una delle figure più autorevoli che l’Italia è in grado di esprimere. Ha posto in sicurezza l’euro spingendo la Bce su una frontiera che nessuno prima era riuscito a imporre. Gode di un enorme prestigio internazionale ed è oggi chiamato a guidare il paese nel cuore di una crisi pandemica, con le urgenze del Recovery Plan e dell’impatto sociale che potrà derivare dalla fine del blocco dei licenziamenti. La somma degli elementi descrive una condizione di emergenza e sarebbe un danno grave sprecare l’occasione di dare uno sbocco alla situazione. Per riuscirci è fondamentale che attorno alle priorità del nuovo governo si aggreghi una maggioranza limpidamente europeista. Noi non possiamo dar vita a una maggioranza che dovesse dipendere dalle forze della destra sovranista.

Senso di responsabilità, richiamo ai 5 stelle, ma è possibile alzare un pochino l’asticella della riflessione?


Certo, anche se non è l’impresa di un giorno, ma investe una riflessione ampia sul passato e sul dopo. Al fondo è quello che vorrei provare a fare uscendo dai calembour di chi tutto riduce a battuta, talvolta infelice, del tipo spiegare che l’intero Recovery Plan è da riscrivere e lo si può fare in tre giorni. Il che detto da un capo dell’opposizione si capirebbe pure, rientrando la frase nel canone della propaganda, detto da uno che fino a ieri l’altro sedeva al tavolo di maggioranza per cercare un rilancio del governo è solo conferma del fatto che c’è stato chi la tela tesseva e chi la disfaceva.

Tanto più toccherebbe a voi del Pd alzare la famosa asticella?


Anche in questo caso conta capirsi. Alzare l’asticella oggi equivale a indicare la rotta del dopo e non solo in relazione al governo, ma alla funzione nostra, del Pd, nella nuova fase. Sul primo punto torno a quanto detto, per noi è importante che attorno all’azione di Draghi si aggreghi il sostegno delle forze che più lealmente hanno rivendicato il lavoro dell’ultimo anno e mezzo. Non è solo un fattore d’orgoglio che in politica conta il giusto, è anche la garanzia per ancorare a principi di equità e redistribuzione le prossime scelte, quelle che al centro, oltre ai vaccini e al legame con l’Europa, avranno le ricadute della recessione su posti di lavoro e condizioni di vita delle fasce fragili. In questo senso è chiaro che ogni governo è politico per definizione e sottoscrivo l’appello fatto ieri da Conte. A noi preme capire in che misura il nuovo Esecutivo e la maggioranza che lo sosterrà avranno forza e volontà per garantire una strategia di aiuto ai redditi di milioni di famiglie e lavoratori che la pandemia ha penalizzato in una misura non più sopportabile. Lo dico perché in mezzo a mille difficoltà l’ultimo governo è riuscito a supportare il reddito di 14 milioni di italiani. Su tutto questo nei mesi scorsi abbiamo sentito evocare l’incubo di un “sussidistan” a conferma della distanza di troppi dalla realtà cruda del paese. E allora certo che serve porre al centro una strategia ambiziosa di investimenti, ma il primo banco di prova per il governo sarà nella risposta agli ultimi della fila, a chi oggi ha più bisogno di una certezza di sopravvivenza e di futuro.

Quindi il Pd si candida a vigilare sul quantum di sinistra segnerà l’agenda del tecnico Draghi?


Quello che voglio dire è che il governo deve essere il mezzo per affermare una gerarchia di priorità. Però se parliamo di questo il tema della maggioranza che lo sosterrà per noi ha una valenza decisiva. Non si tratta di una discriminante astratta, al fondo è la sostanza della visione che si coltiva. Se a reggere le sorti del governo fossero in misura determinante forze che negli anni hanno guardato a Budapest e Mosca più che a Berlino e Francoforte, che pensano di chiudere i porti per risolvere il problema dei migranti, che insultano il reddito di cittadinanza e propugnano una flat tax a vantaggio di chi sta meglio, è evidente che nessuno può chiederci di annullare le ragioni per cui esistiamo a partire dalla lotta alle disuguaglianze più indecenti. Qui sta il significato dell’asse costruito con il Movimento 5 Stelle e Liberi e Uguali. Nella convinzione che quell’alleanza sia oggi una risposta, anche in termini numerici, a una destra che conosciamo fin troppo bene nelle sue pulsioni aggressive e illiberali. Dal mio punto di vista anche questo equivale ad alzare l’asticella: sciogliere il termine “responsabilità” da una insopportabile genericità. Certo che siamo responsabili, lo abbiamo dimostrato sino a sfinirci. Ma quel concetto non coincide solamente con lo stare al governo inteso come la finalità dell’esistenza di un partito o un campo di forze. Quella responsabilità si qualifica nel merito delle scelte che si maturano e di come le si realizzano.

Mi pare di capire che sia stato esattamente questo a spingere Renzi verso la rottura, un’idea diversa che ha sempre dichiarato, mai coi 5 Stelle se non come pedaggio temporaneo per impedire a Salvini di andare a Palazzo Chigi?


Per la verità la spiegazione che diede a suo tempo fu in primis impedire l’aumento dell’Iva, ma di quel che pensa e farà Italia Viva si occuperanno gli elettori di quel partito. A me interessa capire se dentro al Pd siamo consapevoli di una necessità, ed è la definizione di un campo largo, aperto, inclusivo, di alleanze politiche e sociali in grado di contrapporre alla destra di Salvini e Meloni un progetto – alcuni amano definirla una mission – per l’Italia del prossimo decennio. Parlo di una alleanza larga perché non la si può neppure immaginare senza il contributo dei sindaci, di tanti amministratori in prima linea nella lotta alla pandemia, di quel civismo organizzato che soprattutto al Nord ha una matrice storica, di movimenti che si affacciano periodicamente e che cercano nella sfera dei partiti una interlocuzione troppo spesso timida e carente perché più attenta a coltivare notabilati locali e rendite di potere. Guai se non cogliamo questo spartiacque anche per una chiarezza tra noi, condizione per apparire chiari agli occhi di chi ci osserva da fuori.

Per finire, negli ultimi giorni anche da dentro il Pd sono partite critiche severe se non vere e proprie bordate all’indirizzo di Goffredo Bettini e di un suo eccessivo protagonismo nella gestione della crisi. La riserva più benevola si è domandata «ma a nome di chi parla? E con quale mandato?»


Sorridendo potrei dirle che Bettini, al pari di me e di chiunque altro, parla a nome dell’articolo 21 della Costituzione, «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». Ma mi faccia aggiungere una nota. Parliamo di un dirigente politico, uno tra i fondatori del Pd, il coordinatore della segreteria di Veltroni e prima ancora artefice con altri della stagione che ha visto il centrosinistra alla guida di Roma, un ex parlamentare che in questa vicenda ha espresso la sua opinione per altro in condivisione con la linea emersa e condivisa negli organismi dirigenti del partito. Nella stagione renziana si criticavano le esternazioni della minoranza e ne so qualcosa. Scopro che oggi la critica si rivolge a chi sostiene la maggioranza e allora torna alla mente Karl Kraus quando chiosava «la libertà di pensiero ce l’abbiamo, adesso ci vorrebbe il pensiero».

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