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La smisurata preghiera dei fantasmi di Lipa

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Il bisogno di speranza

Gioacchino Criaco — 2 Febbraio 2021

La smisurata preghiera dei fantasmi di Lipa

L’Europa si fa Sparta, il Taigeto si allunga a dismisura fra terra e mare, l’Occidente ha sollevato un muro dai Balcani a Gibilterra che divide il bisogno dalla speranza. Se non ti fai forte il lupo ti mangia, non c’è spazio per i fragili e ci sono migliaia di anime avvinte in una tormenta balcanica che tremano sulle note di una smisurata preghiera: «per chi viaggia in direzione ostinata e contraria col suo marchio speciale di speciale disperazione e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi per consegnare alla morte una goccia di splendore di umanità di verità».

Si pensa alla voce tonante del cielo che chiede conto a Caino, a vedere i fantasmi che si aggirano fumanti fra i faggi esili dei boschi di Velika Kladusa, alla ricerca di rami secchi da adagiare sopra fuochi impotenti contro una temperatura che arriva a meno venti: servirebbero pareti e pareti di mattoni e poi coperte e coperte di lana e fuochi consistenti. Afghani, pakistani, del Bangladesh, profughi che un incendio alla vigilia di Natale ha costretto a vivere all’addiaccio, distruggendo quasi del tutto il campo di accoglienza per migranti di Lipa, a Bihac nel Cantone Una Sana della Bosnia Erzegovina, tappa della rotta balcanica percorsa da chi cerca di raggiungere l’Europa, provando ad entrare in Croazia, il cui confine è a due passi. Ci vuole più coraggio a vivere che a lasciarsi morire se abiti nel gelo di Lipa, fra gli agglomerati auto-organizzati che i disperati chiamano jungle: tende strappate, teli di plastica, qualche lamiera o solo una coperta da chiamare casa e mettersela addosso in gruppo.

I più fortunati riescono a ricoprirsi con le macerie degli edifici abbandonati, distrutti da una guerra fratricida pochissimo tempo fa, anni ristretti che sono stati come secoli per far dimenticare a diversi bosniaci che anche loro sono stati profughi, hanno assaggiato il terrore, la fame, la morte e anche la solidarietà di chi è venuto da fratello ad aiutarli, ha mandato qualcosa, ha pregato per loro. Per i fantasmi di Lipa non si intravede pietà, i locali hanno impedito più di una sistemazione dei profughi in edifici dei paesi vicini. L’Europa, a un mese dall’anno nuovo, conferma la linea vecchia dettata da un cuore ormai arido, sempre all’insegna del cinismo.

Così, ai fantasmi dei boschi di Velika Kladusa, restano fragili gambe che tremando li disperdono fra i faggi inseguiti da una voce che dal cielo intona una preghiera all’uomo. L’unica speranza rimasta è una credenza antica che vorrebbe Persefone già indaffarata a fare i bagagli, abbandonare la dimora disadorna d’amore per crepitare della sua passione repressa la terra. I profughi guardano ogni buca nel terreno, in cerca della chioma bionda della dea: la vita, a due passi da Berlino, è tornata a essere un culto pagano: gli uomini sono alberi nel bosco il cui traguardo è un’improvvisa primavera. A Lipa, l’umanità sta oltre le foglie degli alberi d’autunno.

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