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Jessica, la regina americana degli scacchi che sulla scacchiera vede solo ombre

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NEW YORK – Una ragazza americana si riscatta da una vita difficile attraverso gli scacchi, diventa campionessa imponendosi in un mondo dominato da maschi e finisce per sfidare i maestri russi. Dove l’abbiamo già sentita? Nella storia di Jessica Lauser, americana, 40 anni, c’è in realtà qualcosa a cui gli autori della serie Netflix “Regina di scacchi” non erano arrivati: la protagonista, Beth Harmon, aveva la memoria fotografica. Jessica no. È ipovedente, un occhio è completamente cieco, l’altro ha meno di 0,5 decimi. Sulla scacchiera i pezzi appaiono ombre, ma lei riesce a muoverli in modo inesorabile. È diventata tre volte campionessa americana di “scacchi alla cieca”, cioè senza guardare la scacchiera, è l’unica rappresentante femminile della squadra paralimpica.

Come riesca a riconoscere i pezzi, senza poterli toccare, gesto vietato dal regolamento, è solo una parte della storia, su cui torneremo. Bisogna partire dall’inizio, alla prima mossa che ha segnato la sua vita e non è stata la sua: nata prematura di sedici settimane, le venne dato ossigeno ma in un modo che le provocò danni irreversibili alla vista. Cresciuta nel Maryland, ha imparato a giocare a 7 anni, quando le dissero che a scacchi poteva battere gli adulti. “A quell’età – ha raccontato al New York Times – gli scacchi erano come il Monopoli”. Ma quando entrò per la prima volta nella sua nuova classe, in California, capì che sarebbe diventato qualcosa di diverso: “Mi resi conto che in fondo all’aula c’erano postazioni per giocare a scacchi. Pensai che i miei nuovi compagni mi avrebbero chiamato ‘quattr’occhi’ ma che se li avessi battuti, avrei chiuso loro il becco”.

Cominciò a giocare tutti i giorni, a studiare le mosse, memorizzare aperture, diagonali, diagrammi, coordinate. L’alfiere muove da f4 a d6. Dopo una laurea in storia, si è presa, quella in russo alla San Francisco State University. Ma fino all’anno scorso viveva come homeless. La cecità le ha negato un lavoro stabile. È passata dalla California al Kentucky, poi in Virginia e infine a Kansas City, Missouri, dove lavora per l’agenzia federale del fisco. Riceve un assegno per la disabilità, a patto che non guadagni più di duemila dollari al mese. “Questo limite – spiega – mi ha condannata a lungo alla povertà, nonostante abbia sempre lavorato. Ma è per questo che gioco a scacchi, perché mi aiuta ad affrontare le cose che non posso cambiare”.

Jessica ha partecipato a 253 tornei, di cui solo sei erano per scacchisti disabili. Sfida in prevalenza maschi, l’80-90 per cento dei concorrenti, ma – come la protagonista di Netflix – si esibisce anche per strada, nei parchi pubblici, da Market Street a San Francisco, a Dupont Circle, Washington. Figura nella fascia alta del ranking americano formato da più di 42mila giocatori, si è qualificata sei volte per i Mondiali ma non ha mai potuto partecipare perché non ha abbastanza soldi per pagarsi le trasferte. Nel 2018 è stata la prima donna a vincere il titolo americano di “scacchi alla cieca”. Si è ripetuta nel 2019 e a ottobre ha conquistato il terzo titolo consecutivo. Le immagini delle sue partite sono emozionanti: Jessica siede davanti alla scacchiera, lo sguardo vitreo. I pezzi, spiega, le appaiono sfumati e distorti. È in grado di vedere se un quadrante della scacchiera è occupato da un pezzo, ma non di identificarlo. Non può toccare gli scacchi, ma li sfiora con un gesto della mano, passandoci sopra il palmo. A quel punto dice “identified”, e da lì muove.

“Quando gioca – dicono i compagni – non sembra una non vedente”. Quando gioca in digitale ha bisogno di avvicinare lo schermo al viso e metterlo in una certa inclinazione. Come Beth Harmon sogna di sfidare i maestri russi a casa loro. L’appuntamento esiste: Olimpiadi del 2022. Se riuscirà ad avere i soldi per il viaggio, ci andrà. Ma la Russia, oltre a essere la casa madre degli scacchi, potrebbe rappresentare la prossima tappa della sua vita: Jessica sta pensando di trasferirsi lì, insegnare l’inglese e giocare a scacchi, come chiusura di una partita cominciata quando aveva 7 anni. 

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