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Russia, tutti i leader della protesta in cella da giorni: “Purghe per emanare terrore”

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L’insensatezza della nuova repressione in Russia è tutta lì: negli occhi di un bimbo di cinque anni che si vede strappare via il padre e non capisce perché. Serghej Smirnov, il direttore di Mediazona, passeggiava con il figlioletto quando sabato, alla vigilia delle nuove proteste a Mosca, la polizia lo ha fermato e portato via con sé. Smirnov, un giornalista. Per di più direttore di un sito di notizie su detenzioni illegali, abusi della giustizia e violazioni dei diritti umani in Russia. A rendere ancora più inquietante l’arresto, il balletto sulle accuse: “Si è unito alle proteste non autorizzate del 23 gennaio”. Ma Smirnov era a casa quel giorno e in vita sua non ha mai partecipato a una manifestazione. E allora la rettifica ancora più paradossale: “Ha ritwittato una battuta sulla sua presunta somiglianza con il leader del gruppo punk Tarakany! era un invito a manifestare. «Prendere di mira Serghej Smirnov ha un solo obiettivo: terrorizzare la gente. Spaventare Smirnov, i suoi colleghi e ogni giornalista dipendente», ha commentato Meduza, una delle 30 testate che si sono mobilitate per la sua scarcerazione, prima che Smirnov venisse liberato con l’obbligo di comparire in tribunale martedì. «Legge marziale a Mosca», ha rincarato The Village

In un Paese che erge statue di cera a Lavrentij Beria, il padre delle Purghe staliniane, e ha resuscitato contro gli oppositori i vecchi marchi d’infamia “agente straniero” e “nemico del popolo”, non è mancato chi ha evocato le purghe di fronte alla raffica di arresti degli ultimi giorni. La scorsa settimana i familiari e principali collaboratori di Aleksej Navalnyj, nonché i più noti oppositori, sono stati fermati uno ad uno dopo che le loro abitazioni erano state perquisite: il fratello Oleg che ha già trascorso tre anni e mezzo in carcere per un processo “motivato politicamente”, l’avvocata del Fondo anti-corruzione (Fbk) Ljubov Sobol, il coordinatore del quartier generale di Mosca Oleg Stepanov, la presidente del sindacato Alleanza dei medici nonché oculista di Navalnyj Anastasija Vasilieva che suonava Beethoven durante il raid e la Pussy Riot Maria Aljokhina. Quando venerdì sono stati chiamati in tribunale, Sobol leggeva simbolicamente Il mondo nuovo di Aldous Huxley su un’utopia dove il potere soffoca l’individualità.

Nel tentativo non riuscito di decapitare la protesta, sono stati tutti condannati agli arresti domiciliari fino al 23 marzo, insieme al capo delle inchieste Georgij Alburov, perché sospettati di violazione delle norme sanitarie anti-Covid per la manifestazione del 23 gennaio a Mosca. Rischiano fino a due anni di carcere. Cinque se le autorità dimostreranno che le violazioni hanno provocato una morte. Finora i centri anti-coronavirus hanno rilevato il contagio di 19 manifestanti. È il pretesto usato per vietare le proteste ieri e blindare il centro benché il sindaco della capitale Serghej Sobjanin abbia allentato le restrizioni, citando un calo dei positivi. Leonid Volkov, braccio destro di Navalnyj, è stato invece incriminato in contumacia per aver incitato i minori a prendere parte a proteste illegali. Mentre degli oltre 4mila fermati il 23 gennaio, 21 sono sotto inchiesta penale con accuse che vanno dall’aver ostacolato il traffico all’aver usato la violenza contro un funzionario pubblico. Molti, tra cui un popolare TikToker e un lottatore ceceno, rischiano il carcere.

Domani Navalnyj, su cui pendono almeno quattro inchieste penali, tornerà in tribunale per scoprire se una sua vecchia condanna alla libertà vigilata verrà convertita in oltre due anni di carcere. Quando il 18 gennaio è stato processato in una stazione di polizia trasformata in tribunale, alle sue spalle c’era il ritratto di Henrich Jagoda, direttore della polizia segreta Nkvd, antenata del Kgb. «È stato come un messaggio di Putin iscritto sul muro: le esecuzioni iniziano adesso», commentò profetica la Pussy Riot Aljokhina.

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