ESTERO

Quegli anni di patto con il diavolo in cui Aung San Suu Kyi non è stata libera dalla paura

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Myo Nyunt, portavoce della Lega nazionale per la democrazia, ha detto al settimanale The Irrawaddy: “Questo è un tentativo di colpo di Stato militare, ma loro possono affermare che non lo è, costringendo il presidente a convocare una riunione urgente della sicurezza nazionale per un passaggio ufficiale di tutti i poteri all’esercito”.

Come avevano fatto capire fin dalla vigilia della seduta parlamentare plenaria di insediamento, i militari hanno abolito la loro stessa Costituzione cancellando d’un colpo i poteri del Presidente civile, un uomo della Lnd che sulla carta aveva ancora la prerogativa di essere il solo a poter dichiarare lo stato di emergenza.

Il servizio televisivo statale è attualmente interrotto ed è accessibile solo il canale Myawaddy dei militari. Le comunicazioni mobili sono limitate solo all’interno delle regioni e rari messaggi hanno raggiunto l’esterno, come quello del mio collega T.R., decano dei giornalisti birmani che ha scritto senza dover aggiungere altro: “Siamo ripiombati sotto il regime militare”.

T.R. è un uomo di navigata esperienza e ha conosciuto bene quel periodo. Mi raccontava in passato delle sue estenuanti trattative con l’Ufficio della censura militare dove andava a consegnare ogni settimana la sua rivista per l’approvazione. Mi ha mostrato le pagine uscite con vuoti a chiazza di leopardo perché mancava il tempo di reimpaginare il sopravvissuto alle forbici del censore. Indimenticabile la sua emozione quando pubblicò per la prima volta dopo 60 anni in prima pagina la foto proibita della “Madre” Suu Kyi.

Oggi il suo messaggio laconico è di un uomo attonito, che nonostante la sua esperienza non si sarebbe aspettato questa svolta, o almeno così velocemente e radicalmente. I militari si sono assunti infatti la responsabilità di infischiarsene non solo di sinceri democratici come lui ma anche degli organismi internazionali e dei governi occidentali che hanno già iniziato a riconsiderare nuovamente il Myanmar come parte di un’ “asse del male” resa celebre da George Bush. Gli stessi democratici di Joe Biden sembrano oggi impreparati a dover rivedere tutta la loro strategia, che eredita quella di debole diffidenza delle amministrazioni Obama e Trump verso i militari. Il golpe offre la certezza al mondo che altri poteri stanno tirando le file del grande gioco a est. Di certo non sono poteri amici dell’Occidente.

Mentre il mondo discute di quanto la Cina sia coinvolta nei retroscena geopolitici del golpe, nessuno poteva aspettarsi una transizione senza spine viste le premesse sulle quali si era basato il patto del diavolo stipulato da Suu Kyi un giorno dell’agosto del 2011. L’allora presidente-generale Thein Sein, a nome e per conto del generalissimo Than Shwe che sovrintendeva al patto, invitò la Lady a cena ed erano solo lui, lei e la moglie. Posarono insieme sotto il ritratto del generale Aung San, ucciso dai suoi stessi ex commilitoni e predecessori, e fu un messaggio di riconciliazione in nome dell’interesse comune per il paese del futuro.

Da allora l’avvicinamento tra la ex nemica e i militari fu incandescente dentro e controllato all’esterno, con la costante frizione tra due mondi paralleli e ancora diffidenti l’uno dell’altro. Carichi di rancori che possono difficilmente venire repressi: appartengono alla memoria dell’alta percentuale di ex prigionieri politici membri del Parlamento e della Lnd vittime di prigione e torture o parenti di martiri della Lega. Ma anche a quella dei malcapitati a un posto di blocco durante qualche tumulto.

Se stamattina le scintille della collisione si sono viste in tutto il pianeta, molto è dovuto all’importanza mediatica di una figura come Daw Suu che era stata sollevata sul piedistallo degli eroi alla Mandela e Gandhi, e in pochi anni di governo fatta scendere accusandola di aver difeso i carnefici degli islamici Rohingya e di altre etnie diverse dalla sua, la Bamar. Ma agli occhi di molta della sua gente non esiste un’altra alternativa alla sua guida contro il potere delle uniformi, e questo ritorno agli arresti metterà più che mai alla prova i nervi saldi di tutti e la linea stessa della via pacifica scelta per il suo popolo dalla Lady fin dal primo arresto 33 anni fa.

Difficile ipotizzare cosa potrebbe succedere se la situazione le sfuggisse di mano, e folle inferocite prendessero a riempire le strade di Rangoon e Mandalay, contro la presenza di mezzi militari e carri armati sempre più evidente col passare delle ore. Finora l’invito di tutti è alla calma, una calma apparente come lo era stata quella della vigilia, anche se in almeno 4 stati etnici si spara o rastrella ogni giorno qualche villaggio. Lo scontro più politico sul rapporto con i territori delle minoranze, o l’eventuale accordo con i civili, viene solo rinviato. Ma l’esercito ha già conquistato la supremazia nei primi mesi di matrimonio forzato con Suu Kyi, e sotto lo stato di emergenza controllerà anche il business dei vaccini anti-Covid in un paese dove Cina e India fanno a gara a offrire i propri prodotti per ingraziarsi vertici e base popolare.      

Il collega T.R. insiste da tempo sul peso che continua a esercitare con la sua mente ancora acuta di 88enne l’ex generalissimo che diede il via alla transizione o road map per la democrazia. Questo ex comandante generale dell’esercito e capo di Stato, circondato oggi di figli e nipoti nel suo buen retiro di Nayipydaw, è sospettato di essere ancora oggi il vero cervello o quantomeno giudice di ogni importante mossa strategica dei suoi successori.

Per questo il golpe di oggi sembra quasi un dono di compleanno per il lungo inverno del patriarca. Ma anche se fosse una pura coincidenza, è di quelle che fanno riflettere. Forse Suu Kyi si riabiliterà agli occhi del mondo mostrando a tutti il motivo di tanta cautela nel trattare con una forza rivelatasi così pericolosa. Anche se ha scritto un libro invitando la sua gente a liberarsi dalla paura, è da questo sentimento che deve dunque essere stata attanagliata per ciò che è avvenuto nei 5 anni di convivenza con i militari. Senza aver mai fatto i conti con il passato né pensato alla sua successione, nessuna coalizione così ibrida di governo sarebbe sopravvissuta del resto alla pressione di una continua esposizione ai voleri dell’alleato, che era stato anche carnefice.

Qualcosa che forse ancora non sappiamo emergerà nei giorni a venire sperando che l’isolamento etere sarà quantomeno ridotto. Ma nessuno dubita che anche la bilancia del damma, il principio spirituale di equanimità del buddhismo seguito da quasi tutti i contendenti, si sia già inclinata verso i militari e il loro partito Usdp. Molti monaci hanno sfilato con i civili per protestare contro i presunti brogli elettorali della Lnd, ed è difficile prevedere se altre masse in tonache amaranto e ocra scenderanno in piazza a loro volta per contrastare invece i militari, come fecero durate la Rivoluzione di Zafferano nel 2007.

Finora la pratica della non violenza di Suu Kyi ha salvato il paese da massacri ancora più spaventosi, ma sempre più osservatori indicano la lenta e ancora infinita agonia di un movimento democratico che non ha osato fin da subito sfidare fucili e mitragliatori quando nel 1990 l’esercito sciolse il legittimo parlamento a maggioranza Lnd. Suu Kyi volle evitare un bagno di sangue e forse continuerà sulla stessa linea. Riacquisterà in parte la dignità che gli era stata tolta, un lieve alleggerimento del peso interiore per le azioni discutibili lasciate compiere ai militari con il timbro ufficiale del suo governo.

Non sappiamo se si senta tradita, o sollevata dal peso di un marchìo da “non democratica” che le aveva affibbiato il mondo. Lo stesso mondo che ora si trova costretto a chiederne di nuovo la liberazione dopo una fase di ambiguità e commistione con i generali che sembrava eterna. Se l’eroina risorgerà anche stavolta vittoriosa dall’ennesima prigionia è presto per dirlo, visto che le occorsero più di venti anni dal primo arresto prima di poter girare liberamente nel paese.

Ora si tratterà di vedere quanto le diplomazie internazionali sono disposte a fare oltre a imporre le tradizionali sanzioni verso il Myanmar. Come risultato una popolazione già assillata dalla crisi economica seguita alla paralisi del Covid 19 dovrà fare i conti con le conseguenze dell’isolamento internazionale, la fine di certi commerci e l’ulteriore impoverimento di un popolo dal quale sono fuggiti esuli per fame 5 milioni di abitanti, un decimo del totale. 

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