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L’impeachment non colpirebbe Trump solo a livello politico, anche fiscale

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Il tycoon rimane un miliardario, con un maxi debito da 1,1 miliardi di dollari però. Bandirlo da ogni militanza politica – prima fra tutte quella di una seconda presidenza – significherebbe metterlo senza sconti davanti alle proprie questioni economiche

Il 25esimo emendamento, che solleverebbe il presidente statunitense senza accuse precise ma per il fatto di non poter più esercitare i suoi poteri e doveri, è fuori discussione. La Camera ha votato a favore ma il vicepresidente Mike Pence non ci pensa neanche, nonostante l’assalto degli estremisti al Campidoglio e una pericolosissima conclusione del mandato trumpiano, coronamento di anni al confine fra legalità e illegittimità. “Non è nell’interesse del paese o in linea con la Costituzione” ha detto Pence in una lettera indirizzata alla speaker della Camera, la democratica Nancy Pelosi. Per cui si procederà con l’impeachment, il secondo per il quasi ex presidente (caso unico nella storia). Una strada, visti i tempi, comunque complessa nonostante il crescente appoggio di deputati e senatori repubblicani, fra cui Mitch McConnell, che ne è il capo al Senato. Tutto questo mentre Washington D.C. si blinda per l’insediamento di Joe Biden del 20 gennaio.

Dietro questa situazione si nascondono due questioni fondamentali: l’eleggibilità futura di Trump e il suo futuro per così dire finanziario e giudiziario. Sul primo fronte c’è la volontà non solo dei democratici ma anche di quel che rimane del Gop di impedire a Trump di ricandidarsi fra quattro anni perché, come si legge nella risoluzione con cui la Camera propone l’avvio della seconda procedura, “ha messo a rischio l’integrità del sistema democratico, interferito con la pacifica transizione dei poteri e messo in pericolo un organismo di governo”. Come? Incitando all’insurrezione. Si tratta di un territorio inesplorato, visto che il “processo” al Senato – che deve appunto votare sulle accuse mosse dalla Camera – non potrà iniziare che il 19 gennaio, un giorno prima del passaggio effettivo dei poteri. Perché, quindi, incaponirsi, tanto più che nessuna procedura di impeachment si è mai conclusa con la rimozione del presidente? D’altronde, era inesplorata anche la strada di un’insurrezione contro il Parlamento alimentata dal presidente in carica.

Fra le sanzioni accessorie che il Congresso potrebbe stabilire al termine del “processo” al Senato c’è infatti anche l’interdizione dai pubblici uffici, una decisione che impedirebbe all’immobiliarista di ricandidarsi nel 2024. Tuttavia nella Costituzione americana nulla su questa procedura viene detto, né in un senso né in un altro e i precedenti (come spiega Francesco Costa) sono remoti e non riguardano ovviamente cariche presidenziali. Nello stesso tempo non è detto che avviare una procedura di impeachment proprio nei mesi iniziali del nuovo mandato di Biden, che da mesi insiste sulla pacificazione, sia la mossa più giusta, fra pandemia ed emergenze economiche. La strada è insomma accidentata nonostante la maggioranza democratica anche al Senato (dove tuttavia per approvare la rimozione occorrono i due terzi dell’aula, quindi altri 17 voti considerando i due senatori eletti in Georgia) oltre che alla Camera.

L’altro aspetto riguarda sempre il futuro di Trump ma dal punto di vista fiscale, e quindi giudiziario e personale. Una dirompente inchiesta dei mesi scorsi del New York Times aveva svelato come il tycoon fondamentalmente non paghi da anni tasse federali, ne abbia cioè eluse per 400 milioni di dollari nell’ultimo decennio e sul suo conto gravi un contenzioso con l’Internal Revenue Services per un rimborso da oltre 72 milioni di euro, dove una sentenza avversa potrebbe costargli più di 100 milioni di dollari. A parte le questioni specifiche, il debito complessivo di Trump è stimato in 1,1 miliardi di dollari. Gran parte di questo fardello è legato a due sole proprietà: 1290 Avenue of the Americas di New York City e 555 California Street di San Francisco, i due grattacieli che possiede insieme alla società Vornado, dove sarebbe esposto per 448 milioni di dollari. Ma l’elenco delle passività, dei presiti e dei mutui sarebbe ancora molto lungo.

Eppure il “re del debito”, verrebbe da dire recuperando una sua vecchia definizione da collezionista di bancarotte, rimarrebbe ancora estremamente potente dal punto di vista economico. Avrebbe tutte le carte in regola per ritentare la scalata alla Casa Bianca o finanziare chissà quali altre manovre, specie potendo contare su una base di microfinanziatori così attiva (basti vedere quanto accaduto nei giorni dopo le elezioni).

Trump porta avanti da anni un sistema di compensazione sulle tasse legato alla capacità del suo staff contabile di bilanciare e quasi neutralizzare “i significativi profitti operativi di ​​alcune proprietà. In altre parole, ha capito come condividere solo una piccola parte della sua fortuna con il paese” ha scritto Forbes tempo fa. Confermando tuttavia, con una precisa analisi di tutte le proprietà immobiliari di Trump e delle partecipazioni delle circa 500 entità che compongono la sua galassia finanziaria e immobiliare, che il quasi ex presidente rimane eccome un miliardario: i suoi asset generano un reddito operativo di 3,7 miliardi di dollari. Un patrimonio non solo di rendite ma anche di attività che generano profitti: un tesoro che uscirebbe fortemente compromesso dal maxidebito ma che lascerebbe a Trump una ricchezza netta abbondantemente superiore al miliardo di dollari se anche domani mattina decidesse di appianarlo cedendo ogni partecipazione e proprietà.

Lo scandalo non è che Trump sia al verde e che paghi quelle magre somme, quanto che rimane piuttosto ricco” aggiungeva Forbes. Per questo, e per chissà quali altri colpi di scena potrebbe riservarci all’ultimo minuto del suo mandato, la rimozione di The Donald dal sistema democratico americano deve passare da un atto formale e definitivo, ma squisitamente politico, del Congresso. Con le inibizioni collegate a quel “processo”. Anche perché sullo sfondo c’è un altro inedito, per quanto improbabile: quello di un autoperdono presidenziale che metta al riparo il presidente da eventuali inchieste future sul suo operato, con l’annullamento di tutte le conseguenze legali di una condanna per l’assalto del 6 gennaio, certo, ma anche per tutti i reati fiscali federali, bancari e assicurativi emersi negli scorsi anni, a partire da tutti gli affari sottobanco dell’ex avvocato Michael Cohen, dal Russiagate agli incontri sessuali.

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