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Vent’anni fa la mucca pazza, tra bovini al macello e fiorentina al bando: “Anni drammatici, per fortuna è tutto cambiato”

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Vent’anni fa, il 12 gennaio 2001, tutto iniziò dalla “vacca 103” della cascina Malpensata di Pontevico (nella Bassa Bresciana): nata in quella stessa azienda agricola nel 1994 e mandata al macello dopo un parto difficile che ne aveva compromesso le condizioni, fu il primo bovino italiano colpito dall’encefalopatia spongiforme bovina (Bse), il “morbo della mucca pazza”, diagnosticato per la prima volta in un allevamento in Gran Bretagna nel 1985 e poi diffusosi in tutta Europa. Dopo quel primo caso, in Italia scattò l’emergenza: tutti i 190 capi della Malpensata vennero abbattuti e si diffuse una sorta di psicosi nei confronti della carne bovina.

Oggi la Bse è sostanzialmente scomparsa: “C’è stata un’eradicazione della malattia a livello europeo – spiega Lorenzo Capucci, biologo dell’Istituto zooprofilattico di Brescia – L’ultimo caso italiano risale al 2010 e già nel 2015 i dati dell’Unione Europea consentivano di classificare l’Italia a rischio trascurabile”.

Peraltro anche all’epoca nel nostro Paese “non si trattò di un’emergenza sanitaria, ma economica, nel senso che il panico creatosi mise in crisi l’intera filiera della carne – continua Capucci – Il numero di casi da noi fu molto ridotto: vennero infettati meno di 200 bovini e quindi fortunatamente solo tre persone furono colpite. In Gran Bretagna si ammalarono più di 180mila capi di bestiame e quindi circa 170 persone”.

Le drastiche misure di prevenzione adottate – dal monitoraggio di tutti gli animali macellati in età a rischio al divieto dell’uso delle farine animali nell’alimentazione del bestiame e all’eliminazione degli organi a rischio Bse dalla catena alimentare – portarono alla messa al bando per anni di alcuni piatti tipici del made in Italy, come la pajata, l’ossobuco e soprattutto la bistecca fiorentina, che tornò sulle tavole solo a partire dal 2005.

Gli allevatori coinvolti ricordano quei primi mesi del 2001 come “drammatici, soprattutto per il brutto clima di diffidenza e ostilità da cui eravamo circondati – racconta Andrea Fontana, titolare della Cascina Canove di Verolanuova (nel Bresciano), dove venne diagnosticato il terzo caso italiano di Bse – La gente ci guardava come se avessimo immesso sul mercato carne infetta, mentre ci eravamo semplicemente fidati del nostro fornitore di mangimi. Si pensava che le farine animali fossero utili per incrementare l’apporto proteico e invece proprio da lì arrivava il prione responsabile del morbo della mucca pazza”.

Da quell’emergenza sono però derivati sul lungo periodo anche effetti positivi: “Nonostante le indubbie difficoltà, le nostre aziende agricole si sono rialzate e ne sono uscite persino più forti, dato che da quell’epoca abbiamo ereditato un’attenzione alla trasparenza e alla tracciabilità del prodotto che oggi sono patrimonio del made in Italy – sottolinea Mauro Belloli di Coldiretti Brescia – L’inserimento in etichetta di informazioni come la provenienza e il luogo di macellazione di ogni capo di bestiame è una buona pratica che è stata applicata anche ad altre filiere, da quella del latte a quella delle uova”. Inoltre “anche le aziende produttrici di mangimi da allora hanno iniziato a lavorare in maniera diversa, con più controlli – continua Andrea Fontana – Fu molto dura. Ricordo i controlli continui dei Nas e il lavoro di una vita sfumato nel nulla, quando fummo costretti a far abbattere tutto il bestiame, oltre 200 capi. Siamo ripartiti da zero. Però con il senno di poi si può dire che il comparto agroalimentare ne abbia guadagnato in credibilità”.

E anche a livello sanitario all’epoca nacque un modello: “L’Unione Europea per affrontare quell’emergenza istituì un comitato tecnico scientifico formato da esperti provenienti dai vari Paesi che aveva il compito di dare le indicazioni in base alle quali venivano poi emessi regolamenti e direttive – conclude Lorenzo Capucci – Da lì è nata l’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, e quel meccanismo oggi ci è purtroppo familiare perché è impiegato per la lotta al Covid-19”.

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