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Mattarella agente segreto, tra fake news e spionaggio i complottisti americani accusano il Capo dello Stato

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Italia nel mirino dei seguaci di Trump

Claudia Fusani — 12 Gennaio 2021

Mattarella agente segreto, tra fake news e spionaggio i complottisti americani accusano il Capo dello Stato

Quando le notizie spazzatura lambiscono il Capo dello Stato, per quanto siano fake news, l’allerta scatta ai piani alti della sicurezza nazionale. Parliamo delle teorie del complotto che stanno girando sulle piattaforme della destra estrema e delle formazioni cospirazioniste Usa in base alle quali «il Presidente italiano Sergio Mattarella è un agente dei servizi britannici con i quali ha messo a punto un piano per far fuori Donald Trump». In questi giorni ne sta dando conto con ampi servizi il quotidiano La Stampa. Il video in questione rientra in quella categoria della “guerra ibrida” che usa i media per avvelenare la realtà. Se il complotto, chiamato “Italy did it”, è tra i motivi sbandierati per “giustificare” l’atto eversivo che il 6 gennaio ha guidato l’occupazione della Capitol hill a Washington in difesa di Trump e per denunciare lo “steal” il furto di cui sarebbe stato vittima (il voto truccato), occorre una volta di più “tenere occhi e orecchie aperte”. Il Copasir, Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, sta monitorando il flusso delle notizie. Certe dinamiche, spiegano fonti del Copasir, «vanno smontate subito per renderle inoffensive». Sono giorni che l’hastag #Italydidit fa tendenza sui social. Poche ore prima dell’occupazione della Capitol hill era già diventato tendenza rilanciando la tesi, anche questa del tutto senza prove, che Matteo Renzi (ha già querelato) sarebbe “l’architetto” dietro le elezioni presidenziali “rubate” al presidente Donald Trump. Il leader di Italia Viva avrebbe tramato d’accordo con Barack Obama, usando i satelliti militari italiani (viene citato il generale Graziano), con la complicità del filantropo liberal George Soros.


La spazzatura cresce. Ogni giorno si annuncia una puntata. Di cui è bene non farsi portatori. Ma di cui è necessario prendere nota. L’ultima, ne dà notizia sempre la Stampa, parla di un hacker italiano, ex consulente di Finmeccanica-Leonardo, in carcere dal 5 dicembre con l’accusa di aver rubato 100 mila file. Questo giovanotto, proprio il 6 gennaio, avrebbe firmato una confessione in cui dice di essere stato strumento di una frode elettorale ai danni di Donald Trump. Il documento è nelle mani di un avvocato italiano di cui diremo tra poco.


Tutto questo è classificato senza se e senza ma come “spazzatura”. E però preoccupa che proprio l’Italia sia stata scelta, a sua insaputa, come coprotagnista di questa storia. Segno, probabilmente, di una debolezza di fondo o di una mancanza di autorevolezza – nessuna delle due può escludere anche la pura casualità – che però non possono non riportare in prima fila certi fatti degli ultimi due-tre anni. Da quando il premier Conte è arrivato a palazzo Chigi e ha affidato a se stesso la delega ai servizi segreti. «Quello che possiamo rilevare – dicono fonti del Copasir – è un disagio di sistema nei nostri apparati di intelligence, segnali e avvisaglie di una certa fragilità». Una criticità che una potenza industriale non può permettersi.


L’infodemia sul complotto Italy did it riaccende i fari ad esempio sulla vicenda di William Barr e sul cotè di storie e storielline che hanno incrociato la presidenza Trump. Barr è il ministro della Giustizia Usa che il 15 agosto e il 27 settembre 2019 venne in Italia ed entrambe le volte ebbe, tramite Conte, colloqui riservati con il capo del Dis (il coordinamento della nostra intelligence) Gennaro Vecchione, fidato amico del premier, e poi con i capi di Aise (all’epoca era Luciano Carta) e Aisi (Mario Parente). Barr cercava prove, in Italia e negli anni 2015-2017 (presidenza Renzi e poi Gentiloni), per screditare il lavoro del procuratore Robert Mueller che per un anno aveva indagato sul Russiagate, un possibile complotto ordito dal comitato elettorale di Donald Trump e dal Cremlino contro Hillary Clinton. Prima Vecchione e poi Conte furono sentiti tre ore a testa dal Copasir. Lunghe audizioni a cui seguirono 27 minuti di conferenza stampa del premier (alla faccia della riservatezza) per dire che era stato “tutto regolare”. All’incontro del 27 settembre aveva preso parte anche il procuratore John Durhan, titolare dell’indagine. Emersa in sostanza, una «preoccupante asimmetria dei ruoli»: politico quello del procuratore Usa; tecnico quello dei nostri direttori.


Va seguita come le molliche di Pollicino questa storia. Barr era in Italia per assumere informazioni su Joseph Mifsud, il professore di origine maltese e docente alla Link Campus di Roma, l’università fondata dall’ex ministro Vincenzo Scotti e fucina formativa di ministri e sottosegretari 5 Stelle, da Tofalo alla Del Re, all’ex ministra Trenta. Il professor Mifsud ha fatto perdere le sue tracce da un paio d’anni e però era stato lui a rivelare a Georges Papadopoulos, consigliere di Trump e anche lui di passaggio a Malta, «l’esistenza di migliaia di mail imbarazzanti sulla Clinton». Perché Conte non aveva informato i ministri competenti e il Copasir degli incontri?


Non sfuggirà agli appassionati di date che il 27 agosto 2019 Trump scrisse il famoso tweet con cui augurava all’amico “Giuseppi” di restare “premier del paese amico”. Bastarono 140 caratteri per scaricare la “cheer leader” dei trumpisti, cioè Matteo Salvini.


Ora, giusto per seguire le molliche di questa storia, va detto che per l’appunto Malta, dove il prof Mifsud ha fatto perdere le sue tracce, è anche la sede universitaria dove nel 2001 insegnava Diritto commerciale l’avvocato Alfio D’Urso, origini catanesi, e oggi colui che avrebbe raccolto la testimonianza del giovane hacker italiano arrestato e presunto protagonista della frode elettorale ai danni di Trump. La testimonianza è stata smentita dal diretto interessato tramite il suo avvocato.


Se fosse una serie tv, saremmo già alla terza stagione. Il finale ancora ignoto. Impossibile non rilevare che il premier Conte è stato molto tiepido nel condannare l’atto eversivo di Washington. E che la delega all’intelligence sarà uno dei nodi più difficili da risolvere se e quando mai il Conte ter arriverà al famoso tavolo dell’accordo di programma dove decidere i punti su cui far proseguire la legislatura. Italia viva chiede a Conte di lasciare la delega ad un tecnico. Sulla stessa posizione il Pd. E non da oggi. Il premier ha sempre detto no. Nel frattempo con un paio di blitz ha cercato di prorogare gli incarichi, di inserire nella legge di Bilancio una norma per dare vita ad un’agenzia sulla cybersicurezza. Progetto bocciato, è rispuntato fuori nel Recovery plan. Nel frattempo ha rinnovato autonomamente l’incarico a Vecchione. Ha coltivato e cresciuto un rapporto di fiducia con Marco Mancini (coinvolto nelle vicende Abu Omar e Telecom ma mai condannato) a cui vorrebbe affidare la vicedirezione di una delle agenzie. Tutto legittimo. Conte dovrebbe però anche preoccuparsi che il paese non venga sporcato da questa spazzatura. Certamente ha molto da fare. Motivo in più per cedere la delega all’intelligence.

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