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Da fedelissimi a voltagabbana: l’impeachment (improbabile) per Trump spacca i Repubblicani. È in gioco il futuro del partito

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Nell’arco di 24 ore, alla Camera si voterà prima il ricorso al 25esimo emendamento, ipotesi remota visti i nuovi contatti con il vicepresidente Pence che dovrebbe raccogliere l’eredità del tycoon, e poi per la messa in stato d’accusa del presidente. Ma il vero processo si farà al Senato, dove servono i due terzi dei ‘sì’ all’impeachment: nonostante le defezioni dei moderati nel Gop, è però difficile che si raggiunga il quorum. E anche Joe Biden non vede di buon occhio un processo nei suoi primi 100 giorni di mandato

| 12 Gennaio 2021

Il calendario è fissato. Stasera alle 19.30, ora della East Coast, si riunirà la Camera per votare sulla misura di rimozione di Donald Trump dalla Casa Bianca attraverso il 25esimo emendamento. Mercoledì mattina i deputati torneranno in aula per pronunciarsi sulla richiesta di impeachment. Il testo passerà quindi al Senato, che terrà il processo a Trump – presieduto dal Chief Justice della Corte Suprema John Roberts – a partire probabilmente dal 19 gennaio. I tempi, come si vede, sono strettissimi. Il 20 gennaio Joe Biden giura da presidente e quindi è certo che il processo al Senato coinciderà con i primi giorni, forse le prime settimane, della sua amministrazione. Un’ipotesi che a Biden non piace per nulla.

I PROSSIMI PASSI E LA SPACCATURA TRA I DEMOCRATICI – Nancy Pelosi e Chuck Schumer hanno detto da subito che Trump deve essere allontanato dalla Casa Bianca, ma hanno anche cercato di farlo dimettere attraverso il ricorso al 25esimo emendamento (che contiene una clausola secondo cui vicepresidente e membri del gabinetto possono rimuovere il presidente in caso di circostanze eccezionali). Finora il tentativo non ha avuto successo e non l’avrà nemmeno nelle prossime ore. Ieri sera Mike Pence e Trump si sono incontrati per la prima volta dopo l’attacco al Congresso (in cui sostenitori del presidente urlavano “impiccate Pence!”) e sembra che, senza entusiasmi, siano riusciti a ristabilire un clima quanto meno collaborativo.

Il voto di stasera alla Camera è quindi soprattutto formale. I democratici, che sono la maggioranza, chiederanno ancora una volta a Pence di intervenire e rimuovere Trump. Pence non lo farà e quindi si passerà al voto di domani sull’impeachment (il secondo per Trump, un altro record negativo). In circostanze normali, com’era peraltro avvenuto ai tempi del primo impeachment, la Commissione Giustizia ascolta i testimoni, raccoglie le prove e le manda quindi per un voto nell’aula della Camera. Ai tempi del primo impeachment, questa fase prese quasi tre mesi. Ora è tutto diverso. Niente testimoni, niente raccolta di prove, un solo e unico voto sul testo della messa in stato d’accusa (basta la maggioranza semplice) che quindi finirà al Senato per il processo vero e proprio.

A questo punto iniziano, per i democratici, i primi problemi. Il Senato è chiuso praticamente sino all’Inaugurazione. Il processo quindi inevitabilmente coinciderà con le prime mosse di Joe Biden, in particolare con il voto sulle nomine della sua amministrazione. E qui Biden ha mostrato di non gradire. Da un lato ha detto, pubblicamente, che “questo presidente non dovrebbe stare alla Casa Bianca. Punto”. Dall’altro, privatamente, ha espresso tutta la sua contrarietà a iniziare il mandato, nel pieno di pandemia e crisi economica, con l’ennesimo circo mediatico-politico scatenato da/su Donald Trump. Il problema è che settori larghi del suo partito, soprattutto la sinistra, vuole il processo, vuole l’impeachment. Toccherà quindi a Nancy Pelosi, ancora una volta, mettere insieme un partito le cui anime paiono spesso in profondo disaccordo.

Nota a margine. Le possibilità che Trump venga condannato al Senato sono pari a zero. Per farlo, ci vorrebbero i due terzi dei senatori. E anche se alcuni repubblicani sono disposti a votare contro Trump, quella maggioranza non c’è.

COSA FARANNO I REPUBBLICANI – Le ultime settimane lasciano il partito repubblicano in uno stato di profonda crisi. Il ciclone Trump si è abbattuto sul Grand Old Party, lo ha diviso, indebolito, alla fine profondamente danneggiato. Non è un mistero che Mitch McConnell, il leader repubblicano del Senato, ritenga Trump responsabile per la doppia sconfitta in Georgia, e quindi per la perdita della maggioranza proprio al Senato. Nelle ultime settimane sono stati sempre di più i repubblicani che hanno preso esplicitamente le distanze dal proprio presidente. Pat Toomey, senatore della Pennsylvania che pure nel 2020 ha appoggiato la rielezione di Trump, ora dice: “È precipitato a un livello di follia, sino a qualche tempo fa era impensabile”. Toomey ora chiede che Trump si dimetta.

Il problema è però dov’erano Toomey, un repubblicano moderato, e tutti gli altri quando, ben prima delle elezioni, il presidente diffondeva teorie cospiratorie, diceva esplicitamente che non avrebbe accettato il risultato delle elezioni nel caso avesse perso e chiamava i suoi “patrioti” ad azioni clamorose per difendere la presunta legalità del voto. “La gente lo ha preso in parola. Non avrei mai pensato di vedere una cosa di questo tipo”, ha detto Mick Mulvaney, ex chief of staff di Trump e ora inviato speciale per l’Irlanda del Nord, dopo l’attacco al Congresso della scorsa settimana. La battuta rivela lo stupore di buona parte del partito, che ha giocato col ‘fuoco’ Trump per troppo tempo e che ora si sorprende perché quel fuoco si è trasformato in incendio.

Il fatto è che il partito repubblicano, con pochissime eccezioni (Mitt Romney anzitutto e in parte le senatrici Susan Collins e Lisa Murkowski), ha alla fine appoggiato Trump senza troppe esitazioni: per convenienza politica, per paura, in buona parte anche per consonanza ideologica. Basti considerare il caso di tre senatori di primo piano – Rand Paul, Lindsay Graham, Ted Cruz – che durante la campagna elettorale del 2016 dicevano che Trump era “un pagliaccio”, “un bugiardo patologico”, “una minaccia per la democrazia”, e che in questi anni hanno invece appoggiato qualsiasi cosa Trump abbia fatto e detto, liquidando come fantasticherie da liberal le accuse al tycoon di autoritarismo e di minaccia per la democrazia.

Anche Mitch McConnell, che ora accusa Trump della sconfitta in Georgia, ha aspettato settimane prima di riconoscere la vittoria di Joe Biden. In quelle settimane Trump ha seminato il virus del sospetto, ha minato la fiducia nel voto e nelle istituzioni, ha alla fine chiesto ai suoi di “marciare” sul Congresso. Su McConnell, come su molti altri nel suo partito, ha alla fine funzionato una miscela di convenienza politica e di paura. La convenienza politica è quella per cui i repubblicani, in questi anni, hanno ricevuto da Trump tutto ciò che hanno chiesto e sperato: dai tagli alle tasse a centinaia di nomine di giudici federali conservatori. La paura è invece il sentimento che molti repubblicani hanno provato al solo pensiero di contraddire pubblicamente Trump, di denunciarne il comportamento. Chi l’ha fatto, in effetti, si è trovato spesso a gestire un fiume di improperi – e la perdita molto probabile dell’appoggio dei Make America Great Again.

Non si tratta però, con ogni probabilità, solo di convenienza politica e paura. Il partito repubblicano è cambiato, il vecchio mondo moderato è sparito o, ormai, vota democratico e alla fine l’asse politico del G.O.P. si è spostato sempre più a destra. Mercoledì, quando il Congresso è tornato a riunirsi dopo l’attacco delle “truppe” di Trump, ancora quasi 150 tra deputati e senatori hanno trovato ragioni per mettere in discussione il risultato elettorale. E se ora il presidente viene ritenuto un po’ da tutti responsabile per aver incitato alla rivolta, va solo ricordata la foto in cui si vede il senatore del Missouri, Josh Hawley, uno dei più tenaci e furbi alleati di Trump, mostrare il pugno serrato ai dimostranti. In altre parole: molti tra coloro che in questi anni hanno pubblicamente appoggiato Trump, non l’hanno fatto per paura o interesse. L’hanno fatto perché ci credevano davvero.

Alla fine il patto faustiano del G.O.P. con Donald Trump ha sicuramente funzionato (per decenni i giudici conservatori, con le loro sentenze, influenzeranno la società americana) ma ha anche mostrato tutti i suoi limiti. Soprattutto uno: l’assoluta mancanza di freni retorici e politici da parte di Trump è andata troppo in là, è andata fino a dove una buona parte della nazione non riesce e non vuole seguirlo. E quindi sono iniziate le prese di distanza. Sono emerse le prime, più o meno coraggiose, denunce. Ci sono stati i primi repubblicani che hanno dichiarato il loro appoggio all’impeachment. Quando, 13 mesi fa, Nancy Pelosi chiese la prima messa sotto accusa, non ci fu un solo deputato repubblicano che votò a favore. Questa volta potrebbero invece essercene diversi. Tra questi Adam Kinzinger, un deputato dell’Illinois, e ancora Peter Meijer, repubblicano del Michigan, e forse la stessa Liz Cheney, tra i leader del partito alla Camera. Occhi puntati anche su altri moderati: John Katki, Fred Upton, Brian Fitzpatrick. Anche al Senato alcuni repubblicani voteranno per la messa sotto accusa di Trump. Ancora Mitt Romney, e poi Lisa Murkowski (che pensa anche di lasciare il partito), e poi Ben Sasse, Susan Collins e Pat Toomey.

A prescindere da chi e come voterà sull’impeachment (che come abbiamo visto resta un’eventualità molto, molto lontana), le difficoltà reali inizieranno per i repubblicani dopo l’uscita di Donald Trump dalla Casa Bianca. Perché ci sarà da riflettere sugli errori fatti. Ci sarà da ricostruire una coalizione oltre l’appello al mondo più conservatore (che come abbiamo visto non funziona più nemmeno in Stati come la Georgia). Ci sarà soprattutto da capire che cosa fare dell’eredità di Donald Trump.

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