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Una settimana per rinascere

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Ho deciso di prendermi una pausa dal mondo, ma non sapevo esattamente a cosa andavo incontro. Ho premuto il tasto stop e mi sono messa in modalità aerea. Non ce la facevo più. La depressione post-lockdown nella solitudine delle mura domestiche, i sette chili presi per compensare il malessere con il junk food, lo stress da smart working, il mal di schiena per le ore passate al computer, l’insonnia cronica… stavo per avere un crash.


Avevo già sentito parlare della clinica Lanserhof e del metodo Mayr (ideato un secolo fa per ripulire l’intestino e ancora super efficace). La sede di Lans, in Austria, è la prima ad avere aperto in Tirolo nel 1984 (la più recente è invece a Tegernsee, in Germania). L’approccio del centro è olistico, e coinvolge corpo, mente e anima. Non puoi pensare di far sparire i tuoi sintomi se non cambi davvero qualcosa dentro di te. Da qualche anno mi sono appassionata a questa tipologia di retreat, le mie settimane di yoga e cure ayuverdiche in Kerala ne sono la prova. Penso che mi manca l’India. Chissà quando e se potrò tornarci. Dalle foto sul depliant di Lans immagino una location silenziosa tra le montagne innevate, circondata dai boschi, medici in angeliche divise bianche, allettanti suite con vista panoramica, close-up di piatti light ma apparentemente gustosi. Ho fatto i bagagli e sono partita.

«A volte, la cosa più urgente e importante che si possa fare, è concedersi un completo riposo» (Ashleigh Brilliant)

I primi due giorni di permanenza a Lans non faccio che dormire continuamente. Appoggio la testa sul cuscino e sprofondo, annullandomi. Mi siedo sul divano e quasi perdo i sensi. Non ho più la cognizione del tempo. Non ho più le forze, mi sto lasciando andare lentamente, mi sto annullando. Come la protagonista di Sonno Profondo di Banana Yoshimoto. Ma no, è lo stress che sta scivola via dal corpo, mi dico. Probabilmente è anche la mancanza di caffeina, qui è concesso al massimo il caffè d’orzo. Il calore del legno mi accompagna ovunque, nella stanza il riscaldamento scorre lungo il pavimento, un caminetto accanto al letto e le luci soffuse creano l’atmosfera magica e avvolgente dello chalet di montagna. I colori scelti per l’interior design sono palesemente calmanti. Le nuove, moderne suite, hanno l’aspetto di alcove, rifugi pieni di calma, calore e serenità. Mi sento al sicuro. Sono in contatto diretto con la natura, dalla finestra vedo i boschi, pendii innevati, ascolto il fruscìo del vento. Mi mancava l’aria buona di montagna dopo mesi di clausura in città.

«La purificazione della mente è la tranquillità del cuore» (Jiddu Krishnamurti)

In epoca post Covid19 ogni cosa ha inizio con un tampone (obbligatorio all’arrivo o 72 h prima dell’arrivo). Segue la visita medica. Un check-up completo con prelievo del sangue, analisi delle urine e trattamenti addominali. Da lì, il medico definisce il programma della settimana. Nel mio caso l’obiettivo è quello di ridurre la tensione e di riuscire a dormire di nuovo. Seguo volentieri anche la dieta, ho bisogno di disintossicarmi, probabilmente anche da me stessa. Le stanze per le terapie (sono tantissimi, dal percorso Kneipp al’herbal steam, dal drenaggio detox all’elettrolisi dei piedi) hanno una vista spettacolare sulle montagne. L’area dedicata alla medicina non ha nulla di ospedaliero, grazie alle finestre ampie che fanno entrare la natura maestosa. Il design è ricercato e minimale, ma mai freddo o asettico. I divani sono i protagonisti assoluti. Tutta la settimana sarà scandita da un’attesa sul divano. Blu per le cure mediche, grigio per l’esercizio fisico, bianco per la cura del corpo. Il personale medico e i terapisti sono sempre molto attenti. Melanie, la dottoressa che mi segue, mi chiama in camera più volte per sapere se va tutto bene. Un cambio drastico di alimentazione e di abitudini può fare brutti scherzi. Non è il mio caso e ringrazio l’India per questo.







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«La tua visione diventa chiara solo quando guardi dentro il tuo cuore. Chi guarda fuori, sogna. Chi guarda dentro, si sveglia» (Carl Gustav Jung)

Un altro momento importante di questa settimana è stata la consapevolezza. Di se stessi, dei propri obiettivi, delle proprie debolezze, dell’uso che facciamo ogni giorno del nostro tempo. Incontro Karl, un manager trentenne di Zurigo che ha avuto un crollo nervoso post lockdown. È in cura con un mental coach, cerca di rimettere in piedi i pezzi. C’è Miriam, bella sessantenne che vive tra la Svizzera e Parigi e ogni anno passa qui una settimana, “è un po’ come fare il tagliando dell’auto, ma al tuo corpo”, mi spiega. C’è Igor, che ha messo su 15 chili e vuole solo dimagrire. E poi c’è Bernard, che viene da Beirut ed è convinto che qui potrà ritrovare se stesso attraverso le terapie, la meditazione e il contatto con la natura. Mi consiglia anche di contattare un famoso sciamano che riceve a Innsbruck (non lo farò mai).

Cambiare le abitudini, modificare il proprio lifestyle: non è facile, ma perché non provarci? È questo il mantra di chi arriva qui, più o meno spaesato, più o meno grasso, più o meno esaurito. E che trasforma ogni giorno in un rituale. Le ore corrono veloci. La sveglia è all’alba, i pasti sono scanditi a orari impensabili per i miei ritmi (la cena è dalle 18 alle 19, il lunch tra le 12 e le 13), ma mi adatto. Gli studi dimostrano infatti che il nostro sistema digerente lavora meglio al mattino, soprattutto tra le 7 e le 9. Prima di andare a letto, sfoglio le pagine di un buon libro, medito, preparo una boule dell’acqua calda da tenere sul fianco e – come per magia – mi addormento profondamente.

«Fa che il cibo sia la tua medicina e la medicina sia il tuo cibo» (Ippocrate di Coo)

Lo stato di infiammazione cronica dell’intestino è all’origine di molte altre malattie. Lo sosteneva cent’anni fa il medico austriaco Franz Xaver Mayr (1875-1965), e il suo metodo è valido ancora oggi. Per questo motivo, non si beve durante i pasti (l’acqua riduce il potere dei succhi gastrici e rallenta la digestione) e ogni boccone va masticato per circa 30 volte (qui lo chiamano “chewing training”). Il regime alimentare è senza dubbio rigoroso. Nonostante i chili di troppo, la mia dieta ha come obiettivo principale il detox, non il dimagrimento. Il menù prevede una cucina leggera ma gustosa (porridge al mattino, verdure e proteine a pranzo e verdure a cena). Gli zuccheri sono completamente scomparsi dalla mia alimentazione, ma quasi non me ne accorgo. Alla base della Energy Cuisine ci sono antiossidanti, vitamine, minerali e qualsiasi alimento possa aiutare la digestione. Sono esclusi gli alimenti che fermentano nell’intestino come la carne, le verdure crude a cena e la frutta a fine pasto. Ho integrato nella dieta l’inserimento di vitamine, grandi quantità di magnesio e tisane come se non ci fosse un domani. Al mattino bevo un bicchiere di acqua con sali di Epsom che aiutano la purificazione dell’intestino. Magazine, cellulare, tablet e computer sono banditi ovunque tranne che in camera. A tavola men che meno. Il ritmo lento di un pasto assaporato in solitudine diventa anch’esso un rituale, che porterò a casa con me.







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«Abbi buona cura del tuo corpo, è l’unico posto in cui devi vivere» (Jim Rohn)

Ho ripreso ad ascoltare il mio corpo. L’attività fisica è costante ma moderata. Ogni mattina mi alzo alle 6 e 30, alle 7 sono giù in piscina con gli occhi ancora assonnati. Venti minuti di nuoto rigenerante sono fondamentali per cominciare la giornata. L’accesso alla palestra è dilazionato, ma sono sempre da sola. Dopo pranzo mi concedo 30 minuti di passeggiata sul tapis roulant. Il secondo giorno seguo una lezione di pilates, ma sono ancora troppo debole per sentirne i benefici. Dal terzo giorno in poi riprendo coscienza del mio corpo, si era appisolato e i muscoli mi chiedevano – anzi supplicavano- di rimettersi in moto. Finalmente ho il coraggio di uscire. Anche con la neve. Il vento mi schiaffeggia la faccia, le gambe sono ancora pesanti, mi lacrimano gli occhi, quasi mi perdo nel bosco. Ma sono viva. È una sensazione bellissima.

«Ricordatevi di respirare. Dopo tutto, è il segreto della vita» (Gregory Maguire)

Il mio soggiorno a Lans ha coinciso la Mindfulness Week. Era destino. Dovevo ascoltare il mio spirito. Si tratta di una settimana dedicata alla consapevolezza di sé, in cui prestare attenzione alla realtà nel momento presente. La parola inglese “mindfulness” significa proprio “consapevolezza”. Mi osserverò in maniera oggettiva e distaccata e non giudicante. La mia guida in questi giorni è Hannes. Ha 56 anni ma ne dimostra 40. Mistico, spirituale, ha una postura perfetta, mi ricorda un albero con le radici ben salde a terra. Si definisce un “intern body builder”. Per lui non serve allenare i muscoli, se prima non hai imparato a respirare. Così, ogni giorno 50 minuti di Breathing therapy mi fanno tornare in vita. Non sono più color greige Armani, la mia pelle è più luminosa, respira anche lei. Praticando anche yoga e meditazione, in un attimo mi ritrovo in un vortice di sensazioni ed emozioni mai provate prima. Si ride, si piange, si accettano i propri limiti. «Quando ti senti sopraffatta dagli eventi, ricorda sempre che Non siamo una goccia nell’oceano, ma l’oceano in una goccia», mi ripete Hannes. Qualcosa è davvero cambiato. Mi sento leggera. E non perché abbia perso peso, mi ritrovo soltanto con un chilo di meno. Non sento più la zavorra dello stress, delle preoccupazioni, delle ansie da prestazione. Non mi manca più il fiato, in una settimana ho re-imparare a respirare. Sulla via del ritorno, mi viene in mente una frase che ho letto qui a Lans: “Wellbeing starts in the mind” (il benessere comincia nella tua testa). Non c’è niente di più vero.

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