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Vaccino per il Covid, l’epidemiologo La Vecchia: “Poche le dosi disponibili, preoccupato per i ritardi”

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È quella del 20 gennaio la data che gli esperti guardano con attenzione per capire quali saranno le conseguenze – in un senso o nell’altro – di queste feste trascorse in un lockdown cromaticamente variabile, tra l’arancione e il rosso. “L’impatto delle restrizioni si comincerà a vedere in quel periodo – spiega l’epidemiologo dell’università Statale Carlo La Vecchia – . Il nostro timore è che pranzi e cene fatti anche solo all’interno di piccoli gruppi familiari possano aver contribuito a diffondere il Coronavirus”.

Si poteva fare di più?

“Non si poteva fare di più, il governo non può certo entrare dentro le case degli italiani. Peraltro è difficile andare avanti a lungo con limitazioni del genere, che sono senza dubbio pesanti”.

Ha senso parlare dell’arrivo di una possibile terza ondata? O siamo ancora nel pieno della seconda?

“La seconda ondata non è finita, ma adesso siamo in una fase di stallo. La Lombardia sta andando un po’ meglio del resto d’Italia. In parte questo è dovuto sia al protrarsi della zona rossa in autunno, sia al fatto che il contagio è stato molto diffuso in primavera e quindi ora ci sono più zone immunizzate. A Bergamo l’impatto della seconda ondata è stato inferiore”.

Che cosa ci attende?

“Temo che gennaio e febbraio saranno duri. Poi speriamo che da marzo si cominci a uscire: probabilmente la situazione migliorerà per vari motivi, tra i quali il cambiamento di stagione e una maggiore copertura vaccinale”.

Ecco, i vaccini. La Lombardia è in ritardo nella somministrazione?

“Questi primi ritardi destano preoccupazione perché non rappresentano un buon segnale, ma comunque bisogna vedere come andrà nei prossimi giorni. E in ogni caso anche se fossero somministrate tutte le dosi disponibili non ci sarebbe da stare tranquilli”.

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Perché?

“La vera preoccupazione è proprio il basso numero delle dosi disponibili per l’Italia. Ci sono due punti critici: il primo è che l’Ue ha mantenuto le opzioni del vaccino Sanofi che finora non ha dato evidenze che funzioni davvero. È qualcosa che si sa dall’autunno: nel frattempo si sarebbe potuto optare per altri vaccini, ma non è stato fatto. Le dosi di Pfizer e Moderna destinate ai Paesi europei sono poco più che simboliche”.

E il secondo punto critico?

“L’altro problema è la lentezza della burocrazia europea. Dare il via libera a un vaccino un mese dopo vuol dire causare decine di migliaia di morti. Il ritardo dell’approvazione di AstraZeneca è ingiustificabile: è vero che l’azienda ha sbagliato il trial e l’efficacia non è chiara, ma è anche vero che sul fronte della sicurezza non sono stati riscontrati effetti collaterali importanti a breve termine. Si sta soltanto perdendo tempo”.

Tutto questo in concreto che cosa vuol dire per i lombardi?

“Vuol dire che abbiamo troppe poche dosi e che ne servono di più: almeno sette-otto milioni. Il punto peraltro non è somministrare decine di migliaia di dosi ogni settimana, il problema è come somministrarne milioni in pochissimo tempo. È necessario migliorare il sistema, semplificare le procedure. Bisogna seguire l’esempio di Israele e fare campagne che non siano solo d’immagine”.

La situazione negli ospedali della regione regge?

“I servizi sanitari in Lombardia sono sotto stress, ma ci sono meno di cinquecento posti occupati in Terapia intensiva: ad aprile si superavano le 1.300 unità. Il vero dramma è che proseguono i decessi anche se c’è la possibilità di curare. Il Covid è molto insidioso e colpisce anziani e soggetti deboli”.

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