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Filippo Manelli : finora, hanno avuto ben poca fortuna in termini di responso di critica e pubblico. L’impalpabile Aladdin

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live action Disney, finora, hanno avuto ben poca fortuna in termini di responso di critica e pubblico. L’impalpabile Aladdin (2019) e il “copia-incolla” tecnologico de The Lion King (2019), sono piena espressione di un filone filmico creato unicamente per fini commerciali; oltre che ben poco ispirato. Un’inversione di tendenza prova a darla Mulan (2020) di Nikki Caro, a partire dalla scelta di utilizzare – come base narrativa del racconto – non tanto il Classico Disney del 1998, quanto l’antica leggenda di Hua Mulan.

Scelta dettata non per effettive ragioni artistiche, ma puramente commerciali. Da circa dieci anni a questa parte, il mercato asiatico – e la Cina in particolare – risulta essere il più florido in termini d’incassi in sala. Le premesse artistiche – e commerciali – riguardo Mulan, tuttavia, risultavano delle più ottimistiche; ma con il lockdown e la susseguente chiusura dei cinema, l’opera di Nikki Caro ha visto vacillare il suo potenziale di rilettura disneyana del genere wuxia.

La principale perplessità ha riguardato i canali di distribuzione su Disney+ e l’accesso VIP; al fine di monetizzare con una prima finestra d’opportunità commerciale, senza però il pregio di poterne godere in sala. Come se non bastasse, l’attrice protagonista Liu Yifei, ha manifestato il suo supporto alla polizia di Hong Kong nel mezzo delle proteste violente; generando così un’ondata di malessere che ha trovato l’apice nel hashtag #BoycottMulan.

Quando tutto sembrava conclusosi, ecco come – nei titoli di coda del film – è possibile leggere di sei credits di agenzie governative cinesi operanti nello Xinjiang. Il motivo del polverone alzato è che nella sopracitata regione sembrerebbero esserci dei campi di concentramento con cui rieducare gli Uiguri.

Polemiche che in ogni caso lasciano il tempo che trovano. C’è tanto da cui trarre spunto dalla visione del Mulan della Caro; a partire da come una leggenda datata VI secolo d.C. sia ancora oggi perfettamente attuale e portatore di valori. Non a caso è il secondo adattamento “contemporaneo” dopo Hua Mulan (2009) con Wei Zhao. Un’opera certamente interessante, che ai nastri di partenza aveva visto Ang Lee in cabina di regia; e la cui influenza si avverte nella codifica delle scene action  – che tanto rievocano l’estetica de La tigre e il dragone (2000).

Nel cast figurano Liu YifeiJet LiGong LiDonnie YenJason Scott Lee; e ancora Rosalind ChaoTzi MaYoson An – nonché un delizioso cameo della “Mulan originale”, Ming-Na Wen.

SINOSSI

Mulan (Liu Yifei) è una bimba giocosa e vivace dotata di doti atletiche eccellenti; giovanissima possiede già un Ki forte e maturo. Molti anni più tardi, diventata donna, il mondo le crolla addosso.

Quando infatti l’Imperatore della Cina (Jet Li) emette un editto con cui chiamare a raccolta tutti gli uomini per servire nell’esercito in vista dell’assalto di Bori Khan (Jason Scott Lee); Mulan si maschera da uomo per impedire al padre – reduce di guerra – di andare in battaglia. Facendosi chiamare Hua Jun, verrà messa a dura prova, imparando a sfruttare appieno il suo potenziale e riuscendo a farsi accettare dalla tradizionalista – e patriarcale – cultura cinese.

IL RUOLO DELLA DONNA E IL COLORE KUROSAWAIANO 

Yifei Liu in una scena di Mulan

L’apertura del racconto di Mulan si fregia di una cura scenografica e fotografica certosina, nell’immensità di panoramiche dove tra colori vivi e gag gioca con la dimensione caratteriale della sua protagonista. La regista opera così un’opposizione interessante, tra la figura epica e leggendaria, e la bambina “maschiaccio” combina-guai.

Già dalla semplice sequenza della cattura della gallina, risulta evidente come Mulan sia tutt’altro che una persona comune; piuttosto una bambina dotata di capacità atletiche oltre ogni immaginazione. Così facendo la Caro dispiega un viaggio dell’eroe dei più comuni, quasi scolastico, raccontandoci della genesi del mito a partire proprio dalle radici, dall’infanzia.

È proprio nel contesto scenico familiare che emergono le basi del conflitto interno tra le dimensioni caratteriali della Mulan della Liu. Declinando così una semplice ma incisiva riflessione sul ruolo della donna in Cina, la cui forza narrativa permette d’essere traslata alla generalità e ai giorni nostri. Una donna è onorevole solo nel matrimonio e nel suo ruolo di moglie e madre dice la tradizione. Ma Mulan va oltre tutto questo. Ha un Ki forte e vivo, è agile, è una guerriera; ma la gente la additerebbe come “strega” in un niente.

Nel dispiego del racconto in un andamento lineare e dal ritmo compassato, il conflitto interno in Mulan cresce con lo sviluppo del suo arco di trasformazione. Puntando così sull’opposizione tra ciò che vorrebbe, e ciò che la vita gli impone di dover compiere, per la larga parte del primo atto. In tal senso, la dimensione della “donna onorevole”, permette alla Caro di sfruttare al meglio il punto di forza del racconto, la dimensione scenografico-cromatica.

Tra sequenze stop-motion, e rituali di preparazione, Mulan è una fantasia di colori vivi, in una cura scenografica che nell’intelligente uso cromatico rievoca – e non poco – il Ran (1985) di KurosawaMulan s’inserisce nel sentiero dei jidai-geki kurosawaiani ora nell’uso di campi lunghi con cui valorizzare la scenografia, ora per mezzo della cura certosina dei costumi.

DA HUA MULAN A HUA JUN: IL GENDER FLUID ALLA BASE DEL RACCONTO 

Yifei Liu

A partire dal turning point alla base del secondo atto invece, la dimensione del conflitto scenico di Mulan si alza esponenzialmente. L’editto imperiale e la rottura degli equilibri, influisce così sull’arco di trasformazione della Mulan della Liu, destrutturando gradualmente la caratterizzazione della “donna onorevole”, per costruire progressivamente quello della guerriera.

Tramite un sagace e calcolato uso del montaggio alternato, Mulan declina il topos del viaggio, tra la sacralità della vestizione da guerriera, le preghiere paterne, e lo spirito della fenice protettore degli Hua. Così facendo Mulan sviluppa il coming of age alla base del racconto; procedendo progressivamente nella costruzione della dimensione maschile di Mulan per mezzo dell’espediente narrativo degli allenamenti militari. Il sottotesto gender fluid alla base del racconto trova così piena esplicazione – scontrandosi con le tradizioni patriarcali; traslandolo del tutto in un processo dell’accettazione di sé con cui conferire al racconto un’arguta rilettura socio-culturale.

Importanti intenti tematici, che finiscono con lo stritolare il racconto di Mulan nella morsa di una narrazione prevedibile dai turning point telefonati. Il terzo atto dell’opera della Caro finisce si con il glorificare la figura della sua protagonista, per mezzo tuttavia di una risoluzione del conflitto scenico decisamente troppo fantasiosa e “occidentale”; oltre che di un villain impalpabile e dallo spessore scenico inesistente.

NONOSTANTE TUTTO, IL MIGLIOR LIVE ACTION DISNEY, PER DISTACCO

Yifei Liu

Al di là dell’assenza dell’iconico Mushu – che lascia comunque il tempo che trova – ecco la grande e profonda differenza tra il classico animato e il live action: la dimensione scenica di Mulan. Laddove nel Classico animato Mulan era una giovane donna comune che si trovava, suo malgrado, a vestire i panni dell’uomo in guerra; il live action di Niki Caro potenzia maggiormente l’elemento della “donna comune”, rendendola – di riflesso – “super”.

Per quanto ammirevole e certamente funzionale in termini commerciali; la scelta di caratterizzare Mulan al pari di un Avenger, finisce con il generare un cortocircuito produttivo e narrativo. La forza del Classico stava proprio nella capacità di Mulan di evolversi; mostrando alle bimbe di tutto il mondo – come in fondo – disponevano della forza di poter essere tutto ciò che sognavano di diventare.

Il live action, nel mostrarci una super-Mulan finisce con il depotenziarne gli intenti d’immedesimazione. Mulan salta fra i tetti, combatte onorevolmente e guida un battaglione sino ai confini dell’Impero, ma ci riesce unicamente per le sue doti eccezionali, non per il lavoro e l’addestramento; perché in fondo, era già la migliore sin dal primo momento.

Un’opposizione caratteriale (quasi) dicotomica che ha come base la differente ratio narrativa delle due opere. Laddove il Classico del 1998 è una rielaborazione disneyana della Leggenda; il live action è invece un adattamento. Differenza d’intenti sottile ma riscontrabile a partire già dalla casata d’appartenenza di Mulan; dal “Fa” del 1998, al “Hua” del 2020.

Nonostante quindi il corto circuito, la rilettura socio-politica “funzionale ma invadente” e l’andamento del racconto prevedibile; la nuova interpretazione del personaggio di Mulan è senza dubbio la miglior declinazione dei Live Action Disney mai realizzata. Incisiva, ben diretta, e con un uso cromatico pionieristico. Mulan sveste i panni di Classico animato, rivivendo come Leggenda.

 

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