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Cosa il Ministro Lucia Azzolina ha detto durante la riunione a Palazzo Ghigi riguardo la scuola.

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Il 23 luglio 2020 si è tenuto a Palazzo Chigi un incontro promosso dalla ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina al quale hanno partecipato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e alcune personalità dello scenario culturale e scientifico italiano, chiamate a discutere e a confrontarsi sulle linee di sviluppo lungo le quali si declinerà il nuovo concetto di scuola in Italia alla luce dell’accelerazione che l’irruzione del Covid ha impresso alla metamorfosi della società. Qui a seguire c’è il testo del mio intervento.

Prima di parlare della scuola del futuro mi permetto di sottolineare l’urgenza di pensare a quella del presente. A partire dal 14 settembre, cioè da domani, dopo oltre sei mesi di interruzione dell’attività didattica, ciò significherà anzitutto trovare nuovi spazi per garantire la necessaria distanza sociale e un numero adeguato di nuovi insegnanti. Non sottovaluterei questo tema perché sarà fondamentale per incrinare o accrescere il consenso di questo governo. I comuni hanno poteri straordinari, i sindacati edili hanno dichiarato di essere disposti a lavorare sette giorni su sette, ma serve un coordinamento centrale e, forse, un apposito decreto legge che dettagli al massimo la casistica degli inconvenienti che si potranno presentare.

Sono fra quanti ritengono che questo governo abbia fatto bene per reagire a una crisi imprevedibile per intensità e proporzioni: l’Italia è stata il primo Paese occidentale a essere colpito e per prima ha saputo sperimentare una strada poi seguita dai principali Stati del mondo e chi non lo ha fatto ora ne sta pagando le terribili conseguenze. In secondo luogo, questo esecutivo è riuscito a contenere, al netto delle difficoltà registrate soprattutto nelle relazioni tra autorità centrale e regioni, un’esplosione del virus a livello nazionale che nell’Italia meridionale avrebbe potuto provocare effetti catastrofici. Infine, anche sul terreno economico, ha saputo indicare la strada di una solidarietà comunitaria, la premessa per un rilancio del progetto europeo. Il recente accordo, infatti, nella sua ispirazione cooperativa fortemente voluta da questo governo, è destinato a rimodellare la natura dell’Unione europea, che sceglie per la prima volta di avere debiti comuni e quindi anche un destino comune vincolato non dalle buone intenzioni, ma da più cogenti ragioni di tipo economico.

Allo stesso tempo sarei insincero se non dicessi di ritenere che sulla scuola e, più in generale, nel comparto istruzione e ricerca, si sarebbe dovuto fare di più e meglio. Le risorse sufficienti oggi ci sono, altre arriveranno, ma sono finora mancate una visione e un’intenzione comuni, la capacità di indicare una prospettiva e di affermare un messaggio in coordinamento con quanto invece è avvenuto con la sanità. La salute e l’istruzione sono due beni comuni, due diritti inalienabili per combattere le disuguaglianze che meglio di altri consentono di valorizzare il virtuoso combinato disposto tra l’articolo 3 e l’articolo 34 della Costituzione che scolpisce nella nostra Carta l’immagine dell’istruzione come ascensore sociale in grado di garantire quella mobilità che è la linfa di una democrazia repubblicana.

Forse era inevitabile ma questo governo si è concentrato di più su settori che avevano alle spalle una spinta economica di tipo privato e l’impressione diffusa è che si sia stabilita una gerarchia di utilità economica tra le diverse attività. Non sembra un caso che la scuola, ma anche il mondo della ricerca, degli archivi, dei laboratori e delle biblioteche e, più in generale, l’enorme questione dell’infanzia al tempo del Covid siano state messe ai margini, rinviate a settembre o che ancora stentano a ripartire perché non immediatamente collegabili a un paradigma di tipo produttivo ed efficientista.

In tanti amiamo dire che questa epidemia potrà costituire anche un’opportunità, ed è vero, ma ora occorre concentrarsi sui problemi già presenti che ora potrebbero radicalizzarsi. Il principale deriva dalla constatazione che questa crisi sanitaria ha funzionato da rivelatore delle disuguaglianze presenti nella nostra società, quelle che già c’erano – che sono aumentate – e quelle nuove emerse a causa del Covid.

Voglio evocare una sola immagine simbolica: nei giorni più bui del confinamento, quando le strade delle nostre città erano deserte, poteva capitare di vederle percorse soltanto da lavoratori, per lo più immigrati africani o indiani in bicicletta, carichi come bestie da soma di borse frigo, che portavano nelle nostre tiepide case il sushi destinato a lenire i rigori e la noia del lockdown.

Mi si dirà: è il mercato bellezza… eppure a mia figlia che mi chiedeva ragione di quelle ombre silenziose in frenetico movimento, ho dovuto spiegare che nelle nostre società, qui e ora, c’è qualcosa di profondamente ingiusto che la politica deve essere in grado di affrontare e di risolvere se ha a cuore il bene comune della società.

In questo intervento preferisco soffermarmi soprattutto sul telelavoro, che per la scuola e l’università significa la didattica a distanza. Si tratta di un fenomeno che la crisi del Covid ha fatto esplodere ma che è il risultato di una rivoluzione tecnologica in atto già da tempo. È facile prevedere che l’epidemia lo lascerà in eredità, cambiando le forme di organizzazione e la qualità del nostro lavoro.

Come sempre capita, quando si registrano rotture e salti tecnologici, ci si divide tra entusiasti, apocalittici e moderati, ossia quanti sostengono che il digitale applicato all’insegnamento possa rappresentare una soluzione non sostitutiva ma integrativa. Qui e ora non interessa cogliere questa differenza di approcci e di opinioni, bensì mettere in evidenza che il processo tecnologico già avvenuto potrà avere una evoluzione regressiva o progressiva a seconda di come e di quanto sarà governato ed è di questo che dobbiamo oggi preoccuparci.

La questione è delicata perché muove ingenti interessi economico-produttivi che hanno la forza di condizionare lo stesso decisore politico e, inoltre, il fenomeno, come tutte le novità, si presenta sotto il segno dell’ambivalenza.

A mio parere la tendenza alla sua progressiva affermazione dipenderà soprattutto dagli indubbi vantaggi economici che esso consente sia nel settore privato sia in quello pubblico in termini di taglio di costi sia per la logistica sia per la produzione. Si pensi al risparmio per gli affitti degli spazi, per la manutenzione e l’usura delle macchine (il cui costo è trasferito al lavoratore), per la pulizia dei locali, per i buoni pasto, per la formazione. Oppure – ma è solo un esempio relativo a un settore che ha continuato a lavorare durante i due mesi di confinamento – sarà difficile che un imprenditore televisivo non tragga, prima o poi, le dovute conseguenze dalla scoperta fatta in questi mesi che può produrre con 5 lavoratori invece che con 15 la stessa trasmissione facendo i medesimi ascolti di prima. Così anche sarà inevitabile l’affermazione di un modello ibrido, in cui il lavoro in presenza si alternerà con quello da casa con un reciproco vantaggio anche per il lavoratore che sarà indotto a ritenere che quella possa essere la condizione esistenziale migliore per lui. Per non parlare dei benefici che l’interconnessione a distanza permette negli scambi tra persone con relativi risparmi degli spostamenti: migliaia di riunioni che fino a pochi mesi fa si svolgevano in presenza con i relativi costi oggi si potranno svolgere in modo virtuale, ampliando gli scambi anche su scala internazionale.

In un mio recente libro di storia uscito prima dell’epidemia ho chiamato questo modello di relazioni basato sulla disintermediazione, sull’accorciamento della catena tra produttore e consumatore, sulla centralità della distribuzione rispetto alla produzione, la vittoria del «modello Amazon». Questo modello si è prima affermato nel campo del commercio elettronico, tra l’altro proprio a partire dal genere merceologico più vicino al mondo dell’istruzione e della cultura, ossia il libro, ma da almeno un decennio si sta estendendo anche al terreno della conoscenza e della formazione, un processo che l’epidemia ha amplificato su scala mondiale.

Proviamo a sostituire al concetto di merce quello di conoscenza o di didattica e alla nozione di cliente quella di studente e ci accorgeremo che siamo già dentro un’enorme trasformazione che non basterà pensare di arrestare con la forza delle buone intenzioni o la riproposizione di una dottrina pedagogica tradizionale, perché, ripeto, sono troppi ed evidenti i vantaggi economici di tipo privatistico che spingono in modo invisibile ma concretissimo, per la sua affermazione.

Il problema che i sociologi del lavoro più avvertiti registrano è che questo modello commerciale tende, con altrettanta rapidità, a distruggere più posti di quanti riesca a crearne e, per di più, con una qualità del lavoro assai inferiore e diritti minori. Come ha scritto il sociologo del lavoro Domenico De Masi, nel futuro che ci aspetta un numero sempre maggiore di uomini «sarà costretto a consumare senza produrre. Ne deriverà una riduzione dei consumi e un aumento dei conflitti sociali» che non avranno più le categorie e le appartenenze necessarie – quelle tradizionali, lo Stato, il Partito, il Sindacato, la Chiesa – per essere affrontati e gestiti.

Questa crescente disoccupazione tecnologica – oggi non licenziano più soltanto le aziende in crisi, ma anche quelle floride perché ritengono più utile il lavoro svolto da un robot – aumenterà la paura e la frustrazione dell’emarginato, la cui posizione sociale è ormai così atomizzata e disarticolata da non essere in grado di organizzare una reazione. Questa, infatti, è la parola chiave e anche il problema di ordine sociale che la formula magica «digitalizzazione» tende a nascondere come se fosse l’altra faccia della luna: la progressiva e definitiva atomizzazione del valore lavoro. Le ineguaglianze crescono, ma ancora di più si radicalizzano i processi di disarticolazione sociale che le rendono invisibili e senza voce, un nodo che viene prima della questione dell’unità del mondo del lavoro.

Mi sembra che la tendenza generale sia la progressiva frantumazione del lavoro con la diffusione dei mini-jobs e l’incentivo a trasformare il lavoro dipendente in tante partite iva con una flessibilità al ribasso che assume la forma e la sostanza della precarizzazione e della stagionalizzazione della produzione e del lavoro on demand o «alla spina».

L’effetto di questo processo all’apparenza inarrestabile è che le società si frammentano e s’individualizzano sempre di più e le professioni che non possono essere automatizzate, come l’insegnamento o il lavoro di cura e di assistenza vedono ulteriormente decadere il loro valore nella scala sociale.

È facile prevedere che se non ci sarà un intervento regolativo del decisore politico si affermerà una tendenza alla privatizzazione estrema del rapporto di lavoro con il recupero di forme antiche di produzione, tipiche dell’antico regime, ossia del cosiddetto «domestic system», in cui l’imprenditore passava casa per casa a ritirare i panni di lana lavorati dal contadino durante l’inverno, un contadino espropriato della proprietà dei mezzi di produzione, ossia il telaio che gli veniva affittato e ripagava mediante la sua fatica.

Senza dimenticare che il luogo di lavoro tradizionale – un’aula, un ufficio, una corsia, una classe, un reparto, una catena di montaggio – è anche un luogo di solidarietà, di relazioni, di scambio, di compensazioni delle differenze tra l’efficienza e l’inefficienza, tra il forte e il debole, l’abile e il disabile e questo è vero sia nel settore pubblico sia nel privato.

Il rischio è quello di un aumento esponenziale del darwinismo sociale in formato casalingo e a distanza che tenderà a valorizzare solo le eccellenze produttivistiche e individualizzate, tagliando, con un colpo di clic quei soggetti non sufficientemente produttivi, ai quali prima è stato levato il tavolo e il computer aziendale, e poi, una volta spostato a casa, magari con il suo felice consenso, sarà levato il posto di lavoro perché non più utile, non più necessario, non più efficiente, non più funzionale.

Per quanto riguarda l’insegnamento a distanza introdotto dal trauma del distanziamento sarebbe sbagliato ritenere che esso possa portare a una trasformazione digitale della formazione e dell’apprendimento. Anche perché esso tende a riprodurre e a restaurare con forme e strumenti tecnologici nuovi una concezione antica – trasmissiva, autoritaria, nozionistica, ex video e non più ex cathedra – della trasmissione del sapere.

Il problema non è soltanto quello, evidente ma risolvibile con nuovi investimenti che auspichiamo, del digital divide, ma della tendenza culturale a demotivare l’insegnante che può essere indotto a pensare che un power point ben fatto e un video scaricato possano sostituirlo.

I fautori di questa nuova teledidattica utilizzano un argomento all’apparenza forte che ha già fatto breccia nell’ideologia e nelle pratiche dell’insegnamento statunitensi: l’università in presenza sarebbe un privilegio per pochi mentre quella a distanza consentirebbe anche all’emarginato o allo studente lavoratore di conseguire una laurea che altrimenti mai avrebbe potuto ottenere. Ma attenzione perché questo argomento usa la critica classista per affermare indirettamente una situazione ancora più classista: i ricchi, quelli che possono pagare rette sempre più salate, godranno dei vantaggi dell’insegnamento in presenza e della vita comunitaria, mentre le serie «b» e «c» della scala sociale faranno i loro corsi modello postalmarket o a punti, confinati nelle loro case.

Magari entro dieci anni sarà persino spezzata la relazione tra professore e luogo di lavoro perché ciascuno di noi sarà titolare di un determinato numero di corsi online – meglio se in inglese – che venderà al migliore offerente su scala nazionale o europea. Di conseguenza, sotto le apparenze di una grande modernizzazione in realtà si svolgerà una grande restaurazione, ossia un ritorno al passato, alle condizioni dell’insegnante cinquecentesco che vendeva il suo sapere spostandosi di città in città, di corte in corte su scala continentale.

Credo che l’Italia e lo spazio comune europeo non debbano rinunciare all’obiettivo politico di garantire per tutti i loro cittadini il diritto a un’istruzione di qualità a prescindere dalle loro condizioni di nascita e lo potranno fare soltanto attraverso un investimento della mano pubblica e il riconoscimento di un ruolo regolativo dello Stato. All’interno di questo nuovo quadro, che era già dentro di noi prima del Covid, ma che l’epidemia ha rafforzato e fatto emergere trasformandolo in senso comune, avverto la necessità di elaborare da subito una carta dei nuovi diritti del lavoratore nell’era digitale applicata al campo della conoscenza e dell’istruzione. E mi riferisco al diritto allo sciopero, al tempo di disconnessione, alla garanzia e alla tutela del posto di lavoro nelle nuove condizioni di smart working che si stanno affermando.

Ovviamente, non posso prevedere se queste analisi e previsioni si avvereranno nei termini descritti, ma dico solo che in questi mesi, sotto la pelle della novità e dell’emergenza, sono in molti a temerlo a livello popolare e sta crescendo l’inquietudine sul come, sul quando e sul dove lavoreremo. Chi governa – e lo fa su strutture complesse come la scuola, l’università, la ricerca – dovrebbe avere la sensibilità di capirlo in anticipo e di fornire risposte rassicuranti e con una visione su temi e questioni che riguardano il nostro presente e la qualità della democrazia in cui viviamo.

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