cronaca

Talebani: colpiti dal Covid19 ed uccide il leader mawlawi Hibatullah Akhundzada

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La diffusione del virus COVID19 ha gravemente colpito l’alta dirigenza talebana, sia il Consiglio Supremo (shura) in Afghanistan e Pakistan, sia il gruppo politico di Doha in Qatar, rendendo di fatto il movimento privo dell’organo di guida e di quello negoziale. La morte del leader talebano mawlawi Hibatullah Akhundzada, sebbene non confermata, è valutata come probabile, come suggerirebbe il suo lungo silenzio a la mancata registrazione del consueto messaggio augurale della festa Eid al-Fitr.

Il mullah Muhammad Yaqoub, figlio non ancora trentenne del mullah Muhammad Omar – lo storico fondatore dei talebani afghani morto nel 2013 (ma reso noto solo due anni più tardi) –, avrebbe assunto ad interim la leadership del movimento in un momento molto delicato e con due importanti questioni da risolvere: da una parte l’accordo negoziale con gli Stati Uniti e la volontà di sostituire il governo afghano con il proprio modello di Emirato islamico (il dialogo intra-afghano è preso in considerazione solamente dai media occidentali); dall’altra parte la difficile  gestione delle opposte correnti politiche interne al movimento.

Il giovane leader sostituisce così, di fatto, il mawlawi Hibatullah, la cui ascesa nel giugno 2016 aveva ristabilito gli equilibri di potere all’interno della leadership talebana stabilizzando i rapporti tra le allora differenti correnti pro e contro il precedente e discusso leader mullah Akhtar Mohammad Mansour (ucciso il 22 maggio precedente da un drone statunitense, ma con la presunta complicità del Pakistan e delle fazioni talebane a lui ostili).

Hibatullah, già luogotenente di Mansour ed eletto all’“unanimità” dal Supremo Consiglio talebano, confermò come suo braccio destro Sirajuddin Haqqani (già numero due di Mansour), comandante della cosiddetta “Haqqani network” vicina ad al-Qa’ida e ai servizi pachistani, e figlio di Jalaluddin Haqqani, storico mujaheddin e figura di spicco della galassia insurrezionale, morto nel 2014.

Una novità significativa fu l’ingresso nella leadership del movimento proprio del giovane mullah Muhammad Yaqoub a cui venne data la guida della commissione militare per 15 delle 34 province dell’Afghanistan. Un’investitura poco più che formale e priva di un reale potere e capacità di controllo sui mujaheddin ma che andava incontro alle rivendicazioni di quella componente del movimento che aveva mal digerito la guida di Mansour e che aveva tenute impegnate le correnti in un tentativo di risolvere le conflittualità interne alle due principali fazioni: da una parte il mullah Mansour, dall’altra il mullah Mohammad Rassoul, già governatore talebano della provincia di Nimruz e artefice della conquista di Kunduz nel settembre del 2015.

La diffusione del COVID19 e il ricovero ospedaliero del mawlawi Hibatullah (diverse fonti lo darebbero in Pakistan o in Russia), così impossibilitato a guidare il movimento, ha portato per alcune settimane Sirajuddin Haqqani a sedere al tavolo decisionale. Un interregno presto interrotto dalla diffusione del virus che avrebbe colpito anche lui, costringendolo a un ricovero forzato al pari di Hibatullah e di molti altri esponenti talebani di rilievo.

In tale quadro è emersa la figura di leader de facto del mullah Yaqoub, da un mese nominato capo della Commissione militare talebana per tutto l’Afghanistan. Yaqoub sarebbe stato indicato come successore alla guida del movimento dal Pakistan, da sempre attore influente all’interno della shura di Quetta attraverso il ruolo giocato dall’ISI (Inter-services Intelligence), la più importante e potente delle tre branche dei servizi pachistani. Una scelta, quella ricaduta sul figlio del fondatore dei talebani, che potrebbe essere funzionale all’obiettivo di Islamabad di ridurre l’influenza di alcuni membri anziani della shura di Quetta e di preparare il terreno, in vista della possibile morte del mawlawi Hibatullah, per la nuova generazione di mujaheddin, consolidando al contempo il ruolo della rete Haqqani.

Quali le conseguenze politiche e militari?

I talebani sono oggi l’attore politico, prima ancora che militare, formalmente riconosciuto e invitato al tavolo negoziale dagli Stato Uniti con l’obiettivo di giungere a una soluzione negoziale che, di fatto, consegnerà il Paese agli stessi talebani. I mujaheddin sono forti, diplomaticamente attivi e imbattuti sul campo di battaglia e, se da un lato hanno formalmente aperto a un negoziato con il governo afghano, dall’altro sono sempre più aggressivi, dimostrando di aver ben compreso la fretta statunitense (o meglio, del Presidente Donald J. Trump impegnato in una difficile campagna elettorale) di lasciare l’Afghanistan. Sull’altro fronte, il governo afghano, sempre più debole e marginale, resta in balia delle decisioni statunitensi e talebane e in attesa che gli Stati Uniti e la Nato completino il ritiro militare entro il 2021.

La guida di Yaqoub potrebbe così portare i talebani, attraverso gli accordi negoziali, a raccogliere i frutti concreti di una ventennale guerra di resistenza all’occupazione straniera e di opposizione armata a un governo considerato illegittimo. Risultati che potrebbero essere ottenuti proprio grazie alla strada aperta dal COVID19, che di fatto ha escluso i competitor diretti di Yaqoub e dei gruppi di potere a lui legati.

Tutto confermerebbe, dunque, l’adesione di Yaqoub alla strategia negoziale perseguita dai talebani, sebbene non si possano escludere tentativi di rovesciamento da parte delle correnti interne al movimento: il rischio di nuova frammentazione di un movimento tutt’altro che monolitico non è un’ipotesi remota; basti guardare agli effetti delle lotte intestine per la successione al mullah Omar che, tra il 2015 e il 2016, portarono i talebani a farsi la guerra tra di loro.

L’abilità del giovane capo e delle fazioni a suo sostegno si paleserà proprio nel riuscire a ottenere il più ampio riconoscimento possibile all’interno del Supremo Consiglio di Quetta e a bilanciare le ambizioni della famiglia Haqqani, e del loro sodalizio indissolubilmente vicino ad al-Qa’ida, con il mantenimento della grande capacità finanziaria garantita da un’economia di guerra che si basa prevalentemente sulla produzione e il commercio di oppiacei. Non è da escludere che Haqqani, messo da parte dalla malattia e in seguito alla “promozione” di Yaqoub, possa scegliere di proseguire in maniera autonoma attraverso una sorta di collaborazione competitiva con i talebani. Un’opzione, questa, in contrapposizione con quanto delineato (e auspicato) dall’accordo negoziale con gli Stati Uniti, che definisce l’interruzione dei rapporti con al-Qa’ida come prerequisito al disimpegno di Washington e della Nato: l’ipotesi di una “Haqqani network” indipendente dai talebani ma impegnata nella prosecuzione della guerra è di fatto un serio ostacolo alla fine delle ostilità e una minaccia diretta al governo afghano e agli interessi statunitensi.

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